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alta velocità: una “sistemazione a verde” nel mugello | Stampa |
Scritto da Sonia Bruno   
venerdì 10 novembre 2000
Dalla metà degli anni Ottanta si è cominciato a parlare, in termini di fattibilità, del “Sistema Italiano Alta Velocità” specializzato per gli Etr 500, mentre erano in corso di completamento i lavori della ferrovia direttissima Roma- Firenze iniziati negli anni ’70, prima iniziativa nelle linee europee ad Alta Velocità. Contemporaneamente in Europa la rete ferroviaria ad Alta Velocità era operativa in Francia con il TGV, allora esteso solo alla tratta Lione-Parigi, ed in Germania erano in cantiere le NBS, poi integrate da linee per treni ancora più veloci (ICE), attualmente in funzione. Nei primi anni Novanta, in Italia, il tracciato della rete dell’Alta Velocità era definito, a livello di progetto esecutivo, lungo le tratte interessate: l’Asse Milano-Napoli sulla dorsale centrale e quello trasversale Torino-Venezia, nell’ottica di un complessivo riammodernamento della rete ferroviaria, della riqualificazione delle stazioni esistenti, dove concentrare nodi intermodali e la maggiore domanda di mobilità. In quegli stessi anni l’Unione Europea ormai indicava la strategia delle reti “transeuropee”, che coniugasse massima rapidità nei trasferimenti delle persone e delle merci con la riduzione ed il contenimento dell’impatto ambientale nella massima sicurezza.

In merito al “Sistema Italiano Alta Velocità” va osservato che l’intero progetto andava alla verifica dell’impatto ambientale ed era sottoposto all’osservanza del Ministero dell’Ambiente, che doveva vigilare sul rispetto delle condizioni iniziali imposte dall’impatto ambientale, sia in fase costruttiva sia in fase di regime. Le problematiche di ordine ecologico ed ambientale che le linee ad Alta Velocità pongono sono enormi, quali l’inquinamento acustico e la “rigidità” del tracciato in termini planimetrici ed altimetrici. Tale “rigidità” su un territorio, come quello italiano, con una movimentata orografia può imporre «altissimi rilevati e lunghi ed intrusivi viadotti, oppure profonde trincee, oltre all’inevitabile abbattimento di ogni preesistenza che coinvolga il ‘‘rettilineo’’ », con ovvie conseguenze in ambiti fortemente conurbati e ricchi di preesistenze archeologiche e manufatti storici. Lascio ora a esperti e a voci più autorevoli il compito di proseguire questo dibattito, fino alla metà degli anni Novanta molto seguito da riviste come Casabella, per accennare, viceversa, ad un piccolo progetto che, seppure marginalmente, interessa l’Alta Velocità. Il progetto, elaborato di recente (dal Professore Agronomo Carmine Guarino, dall’Architetto Antonella Ciotola e dalla sottoscritta), è stato redatto su incarico di una ditta, specializzata in interventi di opere a verde, che ha vinto una gara d’appalto, con fornitura di prestazioni di progettazione, indetta dal Consorzio Cavet.

L’intervento, ormai ultimato, prevedeva la realizzazione di alcune ‘sistemazioni a verde’ per opere di connettivo stradale di supporto ed integrazione all’Alta Velocità, sulla linea Milano-Napoli tratta Firenze-Bologna, e in particolare per infrastrutture viarie eseguite in alcuni comuni della Comunità Montana Mugello- Alto Mugello-Val di Sieve (Borgo San Lorenzo, San Piero a Sieve, Scaperia). Mi soffermo su queste coordinate geografiche perché la Toscana evoca, immediatamente e più di altri luoghi, una forma ed un’idea di paesaggio nella nostra mente esente da quel processo di degrado e alterazione che, in modo eclatante o supino e diffuso, ha aggredito il territorio italiano. È un paesaggio connotato da una grammatica variegata e complessa, frutto di un sapiente e secolare incontro tra l’uomo e le componenti naturali (geosfera, biosfera) e storiche del luogo: l’insediamento sulla cima o sulla cresta del poggio, il cipresso isolato o a gruppi a segnalare punti o percorsi, zone boscose con prevalenza di leccio alternate o opposte alle aree a vigneto, ad uliveto, a frutteto che disegnano reticoli e maglie al pari delle zone a coltivo, ad orto o a seminativo, con il loro minuto ordito di trame, e che insieme con altri manufatti artificiali conformano il lessico delle sistemazioni agrarie delle pendici o delle valli o delle piane. È perciò lecito perlomeno chiedersi perché in questo lembo della Toscana, per molti di noi ancora “Toscana felix”, il progetto paesaggistico per alcune infrastrutture stradali extraurbane si riduce alla sola e semplice voce: ‘sistemazione a verde’ o meglio impianto di piantumazione? Uso la parola “verde” in quell’accezione negativa che unita al sostantivo “spazio” gli attribuisce Rosario Assunto, “spazio verde” inteso come superficie quantitativamente misurabile dello spazio, in cui la qualità verde diviene semplice attributo e surrogato della componente quantità. Senza giungere alla contrapposizione dell’autore, tra la categoria dell’utile e quella del bello, vorrei rimarcare che se una ‘sistemazione a verde’ interviene laddove le scelte progettali sono già tutte ormai definite o in avanzato stadio di definizione e la trasformazione del territorio è affidata solo alle cosiddette “grandi opere di ingegneria”, ne consegue che la componente quantitativa diviene unico parametro valutativo.

La ‘sistemazione a verde’, nel migliore dei casi, si esaurisce in un’operazione di ‘maquillage’, di decoro, di quinta che serve a mitigare l’impatto che la nuova infrastruttura, in questo caso stradale, con i suoi viadotti, gallerie, cavalcavia, snodi a raso, genera sull’ambiente, senza risolvere o costruire un rapporto dialettico tra l’universo della strada e i paesaggi attraversati. Il manufatto stradale non è una semplice struttura fisica atta a collegare due punti dello spazio, non è un espediente tecnico assoggettato alle funzioni di transito per ottenere il massimo di veicoli/ora, è anche e soprattutto “un luogo” che consente “di vedere” e svelare aspetti e qualità dei territori attraversati e “da vedere” perché diviene esso stesso, con la sua architettura, “componente strutturale del paesaggio urbano e territoriale”. Il progetto di ‘sistemazione a verde’ è stato dunque elaborato nella consapevolezza che gli obiettivi perseguibili fossero di ‘minima’, anche per i forti condizionamenti e ‘limiti’ progettuali imposti. Gli spazi residuali di opere di infrastrutturazione viaria, su cui si attesta l’intervento, sono connotati da una morfologia spesso molto accidentata e da suoli con spiccate restrizioni agronomiche, essendo privi di struttura fisico-chimica idonea alle piantumazioni. Si sono quindi previste, come riportato nelle relazioni di progetto, operazioni di preimpianto (lavori di dissodamento, interventi migliorativi della composizione del suolo, preparazione degli strati superficiali) ed è stata svolta un’accurata analisi fito-sociologica dei luoghi per selezionare le specie vegetali. Queste, contestuali al territorio, in cui predomina il bosco mesofilo di tipo mediterraneo - sebbene con forme ed elementi antropici tipici del paesaggio toscano -, dovevano presentare caratteristiche biologiche, agronomiche, climatiche idonee a rispondere ad alcuni criteri: adattabilità e resistenza a fonti inquinanti, grande capacità di attecchimento anche su terreni piuttosto acclivi e argillosi, soddisfacente velocità di crescita, per assicurare una copertura del suolo in tempi brevi ed un grado di schermatura costante in tutte le stagioni. Per ridurre l’impatto visivo delle opere infrastrutturali (imbocchi di gallerie o cavalcavia), si sono adottati esemplari arborei che in natura assumessero notevoli dimensioni (pioppo cipressino, cipresso ecc.) e non generassero problemi di spalcatura.

Sui rilevati di gallerie e laddove era consigliabile l’impianto di specie arboree, si sono utilizzati gruppi di alberi con leccio, sempre dominante, in consociazione all’orniello, alla roverella, al carpinello, al sorbo selvatico ecc. e talvolta esemplari di tiglio riccio, di acero e di cerro. Sui pendii più ripidi, per la formazione di barriere di sicurezza o per contenere il pericolo di frane, si sono scelte specie arbustive, tipiche della macchia mediterranea, che attecchissero bene in condizioni orografiche sfavorevoli e garantissero una copertura invernale e pregevoli qualità decorative soprattutto in primavera (ginestrone, ginestra dei carbonai, alloro, agazzino, ginestra, ligustro), oppure piccole e rustiche alberature di facile radicazione, con prevalenza di salice e di sorbo insieme con pruno selvatico, pioppo bianco e ciliegio selvatico. In prossimità delle arterie stradali, sia per salvaguardare l’incolumità della circolazione sia per offrire, a distanza ravvicinata, una gradevole percezione visiva, si è prevista la messa a dimora di basse specie arbustive, a forte valenza cromatica e ornamentale, con dominanza di biancospino e corniolo. Per consolidare e mitigare l’impatto di un preesistente argine artificiale è stato, inoltre, proposto un piccolo intervento di Ingegneria naturalistica. Il rilevato, costituito da terreno da riporto e realizzato contro possibili straripamenti del torrente Bagnone, è stato rinverdito con talee del genere Salix - previo miglioramento del suolo e messa in opera di biostuoia in cocco – e schermato da un filare di salice caprino, piccolo arbusto con belle fioriture, idoneo per zone con ristagno idrico.

Nel progetto, la materia vegetale è stata utilizzata sfruttando al massimo le qualità espressive, sensibili, morfologiche di ogni singola specie, prediligendo, secondo i casi e il luogo, l’uso del filare, del gruppo arboreo, del singolo esemplare ed ancora della macchia arboreo-arbustiva, del cespuglio, della siepe e del prato. Concludo qui la descrizione dell’intervento per ritornare all’assunto iniziale e, parafrasando un’espressione di Ippolito Pizzetti “Un parco è un parco”, direi una ‘sistemazione a verde è una sistemazione a verde’ e non può ovviare ad un’assenza a priori di sensibilità paesaggistica, né svilirsi per ‘mascherare l’intruso’. Potrà al più essere un intervento corretto secondo dei parametri ecologici o le metodologie dell’Ingegneria naturalistica, in quanto rispettoso del paesaggio vegetale circostante, perché innesca processi di “rinaturazione” o “ricuce” fratture dell’ecosistema ecc. Ogni qualvolta un intervento implica l’inserimento di una grande ‘presenza’ architettonica nel paesaggio, sia esso urbano o territoriale, come nel caso delle “opere d’ingegneria”, la questione da risolvere a monte è la sua sostenibilità ambientale. Richiede l’avvio di procedure normate, trasparenti e partecipate (Via, studi d’Impatto ecc.), che valutino realmente opzioni alternative e non siano supporti, pretestuosamente ‘oggettivi’, di processi decisionali in cui già tutto è stabilito.

Un’azione sul paesaggio, risorsa e componente strutturale dell’ambiente, esige sempre un processo progettuale ‘complesso’ e di ‘scala’ opportuna in cui siano allo stesso modo ponderati sito, natura, costruzione umana, memoria storica e, quindi, le diverse discipline coinvolte nell’analisi procedano, dai primi passi, in stretto rapporto, per valutare qualità e vulnerabilità di un luogo rispetto ad azioni antropiche e per stimare possibili processi di evoluzione. Affrontare tali questioni è un’esigenza ormai improrogabile per l’ormai troppo compromesso paesaggio italiano. Urgono progetti ed interventi di alta qualità, che solo una corretta procedura concorsuale può perseguire, capaci, nel tentativo difficile di compenetrare vecchie e nuove esigenze e di comporre attività e luoghi spesso conflittuali, di operare sul territorio una tutela, non vincolistica, ma attiva ed efficace. Occorre una programmata azione progettuale in grado anche di ridisegnare, restaurare, demolire, laddove occorre, per restituirci un paesaggio, che seppure ‘rinnovato’, conservi memoria e qualità figurale tale da poter essere ancora “contemplato”, “goduto” e soprattutto tramandato.

 
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