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Nel curare questo numero della rivista dedicato, per la seconda volta e non a caso, al paesaggio, abbiamo cercato di fondare le argomentazioni in modo semplice e razionale su tre punti per noi saldi: - la presenza del progetto, - il paesaggio come disciplina scientifica, - la multidisciplinarietà.
Il paesaggio è un grande organismo vivente e come tale si trasforma grazie alle molteplici componenti naturali (azioni naturali) e culturali (azioni dell’uomo). La presenza di un progetto, teso al miglioramento o mantenimento degli equilibri ambientali ed alla coesistenza tra attività umane e l’ambiente, diventa vitale per la gestione dinamica e il controllo del territorio, superando la visione dei cosiddetti “protezionisti” legati ad un’immagine del paesaggio e ad una tradizione ancora dominata dal “dogmatismo pittoresco” (appropriata definizione coniata da Rossana Vaccarino) che porta ad un atteggiamento di totale immobilismo; quest’ultima considerazione trova le sue radici nella tradizione pittorica seicentesca della natura che la vede affrancata dal ruolo di fondale di allegorie religiose o racconti mitici per lasciare posto alla rappresentazione di sè stessa. Questa identità conquistata deriva, grazie a Spinoza, dalla grande filosofia dell’epoca che, supportata dalle nascenti rivoluzioni astronomiche ed ottiche, vede la natura come il luogo predestinato da Dio nel quale far manifestare la legge; da questa associazione al divino, all’infallibilità ed intoccabilità della natura, in contrasto con la meccanicistica e pragmatica visione di Francesco Bacone (Novum Organum, 1620) di Cartesio e di Isaac Newton poi, si comprende quella cultura del paesaggio che in Italia predilige e contrappone il “bello” all’“utile”, trascurando le matrici scientifiche, naturalistiche ed antropologiche del paesaggio e che ha dato origine alla legge del 1939, prima legge sul paesaggio. Lo stato del paesaggio italiano risulta compromesso, nonostante il tentativo, che dura da quasi 70 anni, di alcuni architetti italiani di influire sul processo di trasformazione del paesaggio. In particolare, i tentativi di modificazione del paesaggio vengono espressi in tre diversi modi; progetti come quello per la sistemazione del litorale di Castelfusano, 1933-34 di A. Libera, o il piano per Lignano Pineta, 1953-56 di M. D’Olivo, sono espressione dell’intenzione di fondare l’“idea del paesaggio”, mentre progetti come quello per la sistemazione delle cave di Montericco,1973 di E. Puglielli o il progetto per l’Esposizione Nazionale di Palermo, 1988 di R. Collovà esprimono la volontà di “dialogo” con il paesaggio, attraverso un lavoro di lettura, di analisi e di osservazione del sito, ed infine, i parchi archeologici sono l’emblema del “restauro” del paesaggio, tra gli esempi autorevoli il progetto per Pompei, 1987 di R. Piano, il progetto urbanistico del parco ambientale di Cuma,1987 di S. Bisogni, l’accesso al tempio di Segesta, 1980 di F. Venezia. Il notevole archivio di progetti paesaggistici, in parte sopraccitati, sono il chiaro sintomo del vuoto legislativo di quegli anni che si è, poi, riempito, negli anni successivi, sulla falsa riga della cultura della conservazione. Negli ultimi decenni l’Architettura del Paesaggio si è profondamente evoluta per far fronte a tutta una serie di esigenze diverse che vanno da quelle della committenza-utenza a quelle del sito, fino a quelle della tradizione. La moderna scuola di Architettura del Paesaggio si rifà ai principi della “pianificazione ecologica” della quale lo scozzese Ian McHarg è sicuramente uno dei padri fondatori, a lui va,infatti, il merito di aver elevato l’analisi del paesaggio a disciplina scientifica (Design with nature, 1969). Il paesaggista in quest’ottica dovrebbe possedere nozioni basilari di tipo biologico (botanica, scienza dei suoli, arboricoltura,) e conoscere, attraverso indagini analitiche svolte da uno staff multidisciplinare di esperti e specialisti (geologi, pedologi, climatologi, agronomi, geografi, entomologi, esperti in sistemazioni idrauliche), le caratteristiche del sito per mezzo delle quali individuare, poi, vocazioni e repulsioni del paesaggio, considerando il territorio come un enorme valore economico; in virtù di tale ultima considerazione dovranno essere conseguentemente valutati i benefici economici e sociali di ogni intervento, tenendo presente che progettare contro i ritmi biologici genera costi di manutenzione con il tempo addirittura insostenibili. Il paesaggista deve, in particolare, conoscere gli aspetti culturali della stratificazione antropica sul territorio, infatti, in tal senso si è espressa anche l’UE con la Direttiva n. 384/85 che stabilisce, come requisiti minimi dei soggetti abilitati alla progettazione di qualunque trasformazione ambientale, la partecipazione ad un corso di studi universitari quinquennale, una specifica preparazione con corsi biennali in storia dell’architettura, in composizione architettonica ed, infine, in urbanistica. Il paesaggista, così configurato, cosciente del fatto che qualsiasi intervento provoca (intuendolo dai principi entropici) legittimamente sempre una ripercussione, risulta essere un progettista dotato di conoscenze diverse, che vanno da quelle di tipo biologico a quelle storiche fino a quelle tecnico- costruttive; come un regista coordina, gestisce e indirizza il lavoro dei diversi specialisti verso una visione da inseguire, consapevole dei processi naturali e interessato al contesto più che allo stile realizza opere non come oggetti passivi ma come organismi di reazione ecologica. Nel seguito cercheremo di capire quale valore economico- sociale può rappresentare il paesaggio, saranno descritti i contributi che le diverse discipline possono dare al paesaggista, dagli stessi specialisti del settore, indagheremo sulle possibili espressioni dell’arte nel paesaggio, presenteremo la metodologia e il lavoro, attraverso delle interviste, a due noti paesaggisti, uno americano, G. Hargreaves e l’altro europeo G. Kiefer, un’ intervista a Massimiliano Fuksas ci aprirà verso “nuovi paesaggi”, sarà fatto il punto dello stato della legislazione, parleremo della disciplina professionale del paesaggista, e per finire verrà presentata una rassegna sulla formazione professionale. |