|
Franco Zagari ha rinnovato in Italia la cultura del paesaggista: fi gura ancora fi no agli anni 80 non defi nita professionalmente, seppure confi nata nel ghetto dorato degli allestimenti delle ville lussuose; oppure nelle modeste repliche delle antiche incisioni dei panorami di regge e ville storiche. Opere di grande valore, come quelle di Pietro Porcinai, e a Roma di De Vico, non avevano mancato di indicare le possibili linee di sviluppo autonome dall’architettura di una professione che, anche al livello accademico, nella formazione, era stata confi nata in un ambito che poteva essere facilmente considerato come complemento, magari di amplifi cazione o sottolineatura o illustrazione dei valori estetici delle opere di architettura. E ciò era accaduto fi n dagli anni Venti, quando la Facoltà di Architettura fu fondata, quando Piccinato con Piacentini avevano indicato, sulla base degli sviluppi soprattutto all’estero dell’architettura della città, l’importanza relativa alla confi gurazione della città moderna, del tema progettuale del rapporto tra città e natura, sviluppato allora secondo gli apporti teorici dell’esperienza degli Stati Uniti, amplifi cata ai Congressi Internazionali di Urbanistica. Franco Zagari si è avventurato, in pieno sviluppo del postmoderno, verso un “fare progetto di paesaggio” inteso come vocazione sperimentale alla costruzione di un sistema di relazioni non necessariamente stabili e non defi nitive, aperte alla mutevolezza dei luoghi nel loro rapporto con le ore del giorno e i tempi delle stagioni, ma anche con la mutevolezza in ragione dell’uso, della presenza antropica, delle modifi cazioni che città e paesaggi assumono nel tempo della storia.
Laddove l’architettura pretendeva ancora, o preferiva, stabilire un segno defi nitivo, confi gurare, tramite le sue regole del fare stratifi cate nei secoli, un assetto stabile e conclusivo, non privo di perentorietà, l’architettura del paesaggio nell’esperienza più internazionale che nazionale, apportava piuttosto il senso del divenire, l’incertezza di concludere in una forma stabile degli spazi di cui l’uomo si può appropriare solo temporaneamente: erano gli anni del grande sviluppo dell’arte ambientale, delle opere volontariamente destinate a disfarsi o ad interagire con la natura. Il procedimento proposto dall’architettura del paesaggio non era del resto stato estraneo all’architettura, ma l’aveva in parte caratterizzata nel periodo delle avanguardie storiche, quando era stata a stretto contatto con le arti fi gurative: la dimensione temporale caratterizza infatti l’arte contemporanea, dal cubismo, alla land art, fi no a più recenti esperienze, oggi di nuovo egemoni nell’architettura, basti pensare al monumento all’olocausto di Eisemann a Berlino. È forse dal coltivare questo rapporto con le arti fi gurative che Zagari, ma in generale, gli architetti del paesaggio hanno maturato l’esperienza della complessità della nozione di ambiente che rifugge da pretese ideologiche, ma si dipana nel progetto scegliendo di volta in volta gli elementi da mettere in relazione: le tracce del passato, emergenti e non, le singolarità naturali, i possibili sensi del paesaggio naturale e artificiale. Non credo sia un caso che Franco Zagari spesso ricorda il suo viaggio di formazione alla scoperta delle opere e della fi gura di Burle Marx, che ha avuto la fortuna di conoscere personalmente, quando in Italia pochi conoscevano e apprezzavano gli straordinari sviluppi della cultura modernista del Brasile: tra le opere di Burle Marx che Zagari ricorda come folgorazioni nella sua formazione vi è proprio il lungomare di Rio, con quella mutevolezza della composizione astratta in bianco e nero che insieme accoglie la tradizione portoghese, si misura con la “scala dimensionale” del panorama, e non ultimo, con la varietà dell’umanità che lo percorre. Il procedimento operativo del progetto che Franco Zagari sviluppa con le sue opere si avvale dei metodi operativi della tradizione disciplinare dell’architettura, il senso della misura, le regole della geometria e della matematica come principi organizzativi, il valore di diversi materiali e dei colori, le modalità di lavorazione della pietra, del legno, dell’acciaio…, ma aggiunge alle confi gurazioni estetiche che è loro propria nell’architettura, quelle che derivano dal signifi cato nell’uso, dal rumore al calpestio, dal valore tattile delle superfi ci, dalle modalità di rifl esso della luce e del calore nelle ore del giorno. Così come l’uso della vegetazione sfugge all’ingenuo valore di sottolineatura delle regole compositive del costruito, per assumere un partito autonomo, che dialoga anche in dissonanza, per costruire i luoghi dello stare o quelli del percorrere, oppure per mostrare le epifanie della natura anche in condizioni impossibili: in questo i progetti di Zagari finalmente si distaccano dalla tradizione del planting consolidata dall’esperienza di costruzione della città dell’800 e codifi cata nei trattati di Art Urbane: gli alberi stanno nelle piazze o lungo i percorsi come personaggi, quasi come quelli di Giacometti, che con le loro ombre confi gurano l’infi nita varietà del genere umano. Certo, un procedimento progettuale come quello sperimentato da Franco Zagari rifugge dall’autogiustifi cazione secondo parametri deduttivi da una conoscenza dei luoghi dalle pretese scientifi che, può essere facilmente esposto a critiche, ma certamente si assume le sue responsabilità, nel proporsi, piuttosto che come conseguenza di perentorie dichiarazioni di adesione o trasfi gurazione di certezze acquisite, come interpretazioni, come atto di ricomposizione di luoghi da abitare che non pretende di essere concluso e forse neanche necessariamente unitario. Ma, infine, non è proprio questo il senso dell’architettura del paesaggio? Vanna Fraticelli direttore di Master II livello di Architettura del Paesaggio professore Ordinario di Architettura del Paesaggio Facoltà di Architettura dell’Università Federico II di Napoli Il Dottorato di Ricerca in Architettura dei Parchi, dei Giardini e Assetto del Territorio, istituito nel 1997 su iniziativa del suo coordinatore Franco Zagari, si costituisce come scuola post-laurea mirata alla formazione specialistica di elevata qualifi cazione culturale e scientifi ca nel settore disciplinare dell’Architettura del Paesaggio. Il campo di indagine è, dunque, quello del Paesaggio, inteso nella sua qualità pluridimensionale, nel suo defi nirsi “aspetto sensibile” della relazione che indissolubilmente lega una data società al suo spazio fi sico e alla sua idea di Natura, nel suo essere territorio di dialogo e confronto fra diverse discipline. Il dottorato mette al centro del proprio interesse scientifi co non solo gli aspetti culturali e concettuali della disciplina, ma anche quelli più propriamente legati alla sfera professionale e alla strumentazione applicativa e operativa del progetto di Paesaggio, che – nella condizione della metropoli contemporanea – sta assumendo sempre più il compito di riconfi - gurare e defi nire nuovi assetti e fi gure urbane, nuove relazioni sociali. L’attività di ricerca della scuola di Dottorato, ormai giunta a celebrare il decennio, testimonia la molteplicità dei valori che connotano oggi il progetto di paesaggio, registrandone l’attuale sperimentazione svolta in differenti ambiti geografi ci. Giappone, Stati Uniti, America latina, Australia, Europa sono alcune delle realtà indagate, dove la progettazione paesaggistica rinnova e trascende importanti tradizioni della cultura architettonica e urbana. Accanto ai contributi monografi ci, vi è un fi lone di ricerca che affronta temi specifi ci della disciplina, legati al carattere topologico dell’opera paesaggistica come, i territori di frontiera fra terra e acqua, i paesaggi defi niti dalla stretta relazione fra territorio e uso delle risorse ecosistemiche; e ancora il progetto di paesaggio come costruzione di luoghi urbani fortemente simbolici. Altri contributi testimoniano l’evoluzione tecnologica della progettazione paesaggistica aperta all’uso innovativo dei materiali con grande attenzione alle questioni di ecocompatibilità. Non mancano studi che esplorano la mutualità fra disegno del paesaggio e arti fi gurative con particolare interesse verso l’arte concettuale e la Land Art., dalle quali sono mutuate nuove chiavi interpretative del rapporto fra Paesaggio e Città, Uomo e Natura. Esito fi nale di alcune delle ricerche è stata la loro edizione a stampa fi nalizzata a defi nire un prodotto a contenuto scientifi co ma di più ampia diffusione, che contribuisce ad alimentare il crescente interesse per la cultura del paesaggio contemporaneo. Alessandra Forino professore a contratto in Teoria del Paesaggio Facoltà di Architettura Università Federico II di Napoli |