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I martedì verdi | Stampa |
Scritto da Giulia de Angelis   
giovedì 21 maggio 2009

Il successo riscosso dal primo ciclo dei “Martedì verdi” ci ha dato innegabile prova della sete di conoscenza nei riguardi del paesaggio. Abbiamo quindi organizzato un secondo ciclo di conferenze ancora più ricco, non solo di incontri, ma anche di contenuti. Sono stati invitati professionisti che si occupano di paesaggio nelle sue molteplici sfaccettature. Si è discusso del progetto del restauro dei giardini della Reggia della Venaria Reale con l’Arch. Mirella Macera, dei processi di costruzione del paesaggio operati dal paesaggista portoghese Joao Ferreira Nunes nella progettazione dell’area dell’Expo del ‘98 a Lisbona o del waterfront della città di Anversa, della riqualificazione di aree industriali dismesse come quelle nel parco di Duisburg e del progetto per il parco Dora a Torino o della discarica Hirija a Tel Aviv, curati dal paesaggista tedesco Tilam Latz, e della progettazione di parchi urbani e spazi pubblici realizzati dalla paesaggista francese Jacqueline Osty e dalla croata Vlasta Oreb. In questo momento è importante “trattare di paesaggio” e capire come esso nelle diverse zone del globo sia un’entità viva e mutevole nel tempo, che l’uomo, dal suo esistere, ha sempre trasformato sia per poterne meglio godere, quando creava i giardini per il proprio piacere, sia per sfruttarne al meglio le risorse.

European City, Kirchberg, Luxemburg, Latz

E’ il paesaggio che ci chiede ora di aiutarlo a non perdere la propria identità. Un esempio, in questo senso, viene proprio dal territorio dal quale provengo: la Penisola Sorrentina. Nel passato sono stati realizzati sapienti terrazzamenti dei terreni acclivi per la coltivazione degli olivi o sono stati costruiti dei pergolati per poter meglio coltivare gli agrumi. Tali pergolati, che caratterizzavano il paesaggio della Penisola Sorrentina, erano realizzati con pali di castagno e ricoperti con le così dette “pagliarelle”, cioè dei pannelli realizzati in paglia la cui struttura era intessuta con fascette di castagno. Nel periodo estivo, in cui l’agrume non necessitava di una copertura, le “pagliarelle” venivano raccolte al di sopra del pergolato in caratteristiche casette; i pannelli venivano sovrapposti l’uno all’altro finché gli ultimi due venivano posizionati, sulla pila di “pagliarelle” a falde, così da preservarli dagli agenti atmosferici. Questo tipo di uso agricolo “privato” del territorio connotava fortemente il paesaggio della penisola nella piana Sorrentina. Anche le coltivazioni collinari erano influenzate paesaggisticamente dall’uso del territorio a valle.

La vegetazione autoctona in collina era stata sostituta con la coltivazione del castagno ceduo che forniva i pali per la realizzazione dei pergolati. Tutto ciò, ora, sta scomparendo perché i costi per la realizzazione dei pergolati sono troppo elevati, la vendita degli agrumi non rende più come una volta, i costi per il raccolto sono sproporzionati. In questo modo si sta perdendo un sistema di verde privato che costituiva un elemento caratterizzante la bellezza pubblica della Penisola Sorrentina. Racconto tutto ciò perché, far vivere questi pergolati significa non cancellare l’identità di un luogo come la penisola Sorrentina che è conosciuta, in tutto il mondo, proprio per il suo caratteristico paesaggio che costituisce anche una risorsa che non deve essere trascurata perché contribuisce al mantenimento di condizioni ambientali ed estetiche che vanno a vantaggio di tutti. Far funzionare questo grande mosaico, costituito da frammenti di paesaggio, come i piccoli giardini privati con pergolati, significa creare un sistema che lo rafforzi: in questo caso il giardino non esaurisce la propria funzione nel recinto domestico ma ha un ruolo di luogo-ponte tra l’intimità dello spazio privato e il paesaggio esterno nel suo complesso.

Ci sono, talvolta, giardini o parchi che non funzionano, che non hanno nessun utilizzo o ne hanno in misura minore di quanto potrebbero averne e, talvolta, sono addirittura dannosi per quello che consumano, per lo spreco di risorse, per il degrado del paesaggio, per il cattivo esempio che forniscono. Un giardino o un parco in meno significa meno verde, meno ossigeno, meno frescura, meno bellezza. Per questo anche uno spazio modesto può essere un tassello importante della storia e della cultura. Realizzare un bel/buon giardino o parco e farlo funzionare significa lavorare per il bene collettivo. Ogni elemento, per diventare parte integrante del sistema, deve scoprire il proprio ruolo. Il fine del progetto di paesaggio è diventare un punto di equilibrio fra natura, tecnologia, cultura, storia, resa economica, valore fondiario, produzioni e consumi di energie, funzionalità, qualità prospettiche. Tutto è paesaggio. Scoprire le potenzialità dei luoghi e riuscire a farle esprimere significa far funzionare il paesaggio stesso migliorando la qualità di vita della collettività.

 
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