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intervista a Gabriele G. Kiefer | Stampa |
Scritto da Alessandra Forino   
domenica 10 marzo 2002
Ormai è da più di un ventennio che Berlino rinnova senza sosta il suo volto di metropoli cosmopolita. Prima il ridisegno del suo skyline con le innumerevoli architetture firmate dai grandi del panorama architettonico internazionale; poi la trasformazione dei suoi vuoti, con i tanti “progetti di suolo”, ideati da un’emergente generazione di architetti paesaggisti tedeschi e generalmente di provenienza europea. Tradizionalmente Berlino è in assoluto la città tedesca, dove lo spazio pubblico viene più “ossessivamente utilizzato” – per citare una recente espressione di Hans Stimmann – ed è la città che già nel 1840 Peter Joseph Lenné immaginava di riorganizzare attraverso un articolato sistema di parchi, giardini, boulevards e canali d’acqua, in un’idea di completa integrazione fra Città e Natura. Dopo la parentesi della città funzionalista, che ha segnato senza dubbio il declino del progetto del landscape come topos d’arte e d’architettura, le piazze, i parchi e i giardini urbani ritornano a essere non solo la componente fondamentale della trasformazione della Berlino odierna, ma anche e soprattutto i luoghi in cui si riaccende il dibattito sulla forma dello spazio pubblico, sulle valenze ecologiche ed estetico-culturali del verde urbano.

Testimonianza di questa rinnovata ricerca, tesa a sperimentare nuove forme e contenuti del landscape design, è il lavoro condotto da Gabriele G. Kiefer, giovane architetto paesaggista che, poco più di dieci anni fa, fonda il suo studio professionale (Buero Kiefer) nel cuore di Berlino, nel quartiere multietnico di Kreuzberg. Lo studio, che con successo ha partecipato a numerosi concorsi di architettura del paesaggio nazionali ed internazionali, realizzando progetti a Berlino, Potsdam, Dessau, Stoccarda e Vienna, è impegnato nel disegno del paesaggio alle diverse scale: dalle piccole corti residenziali ai giardini di uffici ed istituti bancari, dai parchi urbani alla trasformazione e riabilitazione di ex aree industriali e militari. I progetti e le realizzazioni del Buero Kiefer, diffusamente pubblicate su testi e riviste di architettura, riflettono un approccio al landscape design essenzialmente architettonico: il lavoro si focalizza più sulle qualità spaziali di un luogo e sulla sua relazione con le architetture che lo circoscrivono, piuttosto che sui caratteri vegetazionali. Cifra connotativa dell’opera della Kiefer è l’essenzialità e la chiarezza del disegno, che si esprime attraverso l’uso di pochi materiali e cromatismi, l’iterazione di segni dalla semplice geometria, il gusto per un dettaglio sempre misurato. Parole-chiave, con le quali la stessa Kiefer ama definire il suo lavoro, sono “riduzione”, “ordine spaziale”, “chiarezza”. In questa intervista la Kiefer precisa concetti e significati del suo “fare” e la sua idea di progetto di paesaggio nella città contemporanea.

A.Forino: Partiamo dal concetto di “riduzione”, principio-guida del tuo lavoro. Potresti spiegare perché questo non deve essere confuso con il termine di “minimalismo”, col quale oggi si etichetta una certa architettura?

G.G.Kiefer: In ‘Bilderstatus’ (Stato dell’immagine), il filosofo dei media e delle comunicazioni Villem Flusser descrive i risultati del sovraccarico di immagini nella nostra cultura ed enfatizza il concetto della nostra impotenza nei confronti del fluire delle buone vecchie immagini… Egli scrive: dato che non riusciamo a produrre più le vecchie immagini, ne dobbiamo produrre altre con un nuovo tono, immagini in movimento che in essenza ci risciacquino, o dobbiamo produrre immagini ‘placide’ che sorpassino il flusso delle immagini. Noi vogliamo stabilire immagini semplici, forti con i nostri disegni. Grazie all’uso della varietà dall’inizio, siamo alla ricerca dell’essenziale attraverso il principio della riduzione; un processo accurato di scelta e concentrazione. Nel migliore dei casi, il risultato è un artefatto in cui diviene impossibile sottrarre alcun elemento. Il minimalismo, nell’arte così come nella musica, difende sé stesso con mezzi semplici contro il decadimento del mondo delle immagini. La fondazione è limitata a pochi elementi, spesso sin dall’inizio. Il processo della attenta vagliatura, che noi dobbiamo eseguire in qualità di responsabili designer del paesaggio, non è forzato o vincolante. E il risultato della riduzione non dovrà essere necessariamente semplice.

A.F.: Quali sono i tuoi riferimenti culturali nel campo dell’architettura e dell’arte? Quali gli architetti paesaggisti antichi, moderni e contemporanei che hanno contribuito alla tua formazione?

G.G.K.: Una delle mie più grandi fonti di ispirazione è Michael Nyman, diventato popolare grazie alle musiche che ha scritto per i film “The Draughtman’s Contract” di Peter Greenaway e “Lezioni di piano” di Jane Campion. Prima del suo successo internazionale, Nyman si era fatto un nome come critico e teorico musicale. Egli seguii lo sviluppo della musica post-contemporanea, oltre l’avant-garde seriale, e scrisse il libro “Musica Sperimentale – Prigione ed oltre”, che da subito divenne un punto di riferimento. Dedicò l’ultimo capitolo alla “musica minimalista”, e molto probabilmente ne coniò il nome. Nei suoi primi lavori, Nyman spesso sceglieva citazioni molto concise, esatte dei classici, e le sottoponeva alla ripetizione minimalista. L’orientamento del tono restava intatto, sebbene l’avanzamento armonico veniva variato. Il lifting della tensione del tono e gli effetti non saltavano fuori come il risultato della repressione della continuità armonica, bensì come risultato della rappresentazione intenzionale. La musica di Michael Nyman parla del desiderio di edificare la storia Europea. Questa attitudine di non voler negare il passato, ma di creare invece un dialogo con il suo potenziale, io la trovo molto congeniale. In riferimento ai ruoli-modello professionali, è tutt’uno con un architetto-paesaggista di Berlino molto vicino a Peter Joseph Lennè, che è già diventato un ‘patriarca’ in quel senso, e dal quale si generano confronti con l’epoca attuale. A mio parere, l’intero spettro dell’architettura del paesaggio è concentrato su quest’unico uomo; dai novellini del giardino di corte agli ideatori della città del Re. Il suo progetto per il “gioiello e confine” caratteristici di Berlino è reso prominente: una elaborazione della città anticipata con strade adattate, schemi di sviluppo e pause di riposo – un’intelligente strategia con speciali chiare definizioni ed elementi di design costruttivo. Anche il lavoro dell’americano Dan Kiley ha avuto un forte impatto. Persino quando ad Harvard, lui ed i suoi colleghi Eckbo e Rose misero in dubbio apertamente il corso di studi, e pubblicarono alcuni anni dopo un saggio-manifesto, che prendeva una posizione contraria alla struttura arcaica della consolidata scena architetturapaesaggio. Nella sua opera, Kiley è stato in grado di ‘sposare’ Mies con Le Notre per così dire, e di far emergere il Barocco e lo stile internazionale: nel giardino di Miller, gli spazi verdi con angolo geometrico e retto circondano la residenza dalla forma di un padiglione di Saarinnen. Una citazione di design del giardino barocco: viali, cespugli a coste, un giardino vegetale nello stile dei potagers (ndt: giardinieri) di Le Notre, creano una precisa struttura a volta come quella analoga alle residenze. Gli sviluppi residenziali armonizzano nella loro presentazione la sobrietà formale del design classico moderno, con la lussuria colorata della piantagione barocca, ed ottengono una sintesi di grande sottigliezza ed intrusione. Inoltre sono stata molto fortunata nel riuscire a conoscere Dieter Kienst personalmente. E’ stato sempre un collega molto combattivo, che ha lottato in maniera molto passionale contro l’insignificanza della cultura del giardino, e conseguentemente ha difeso sé stesso dal grave deficit di teoria nell’architettura del paesaggio. Le sue opere poetiche rappresentano una sintesi vera di semplicità ed estetica, ed appartengono alla più emozionante architettura del paesaggio contemporanea. I tre autori citati sono tutti implicati nel contesto; compatibilità e coerenza con l’architettura e la progettazione della città. In ognuno dei loro progetti-linguaggio, coesistono chiarezza e riconoscibilità, che hanno il carattere del ruolo-modello.

A.F.: In riferimento alla tua metodologia progettuale, parli spesso di approccio analitico e di una filosofia di intervento tesa a realizzare all’interno di uno spazio aperto un “mondo che contrasti con una realtà fatta di globalizzazione e di veloce diffusione planetaria delle informazioni”. Potresti brevemente chiarire questi assunti?

G.G.K.: Quando vago per la città, incontro un’esplosione di immagini, materiale e colori. Segni universali si sono diffusi, indipendentemente dalla cultura e dalla location, agenti globali determinano l’economia mondiale e guardano al nostro sviluppo: l’ideologia del “ taglia e incolla” dei programmi informatici favorisce il fiorire del neoromanticismo e dei pezzi di ricambio. Copiare, eliminare, incollare: Oppio per le masse. La mobilità dei fast-food e la miscela dei diversi stili. Tutto progredisce, finchè il nulla non funziona più… Le interpretazioni di Mark Augès della nostra società mondiale tendono alla diagnosi, che a causa della modernità incombente, la gente sta perdendo il suo ‘posto’, che noi tutti siamo dei senzatetto in un mondo tecnico – che riconosce soltanto vie di passaggio, ma non case. Il mondo in-scrutabile, la sradicazione e la somiglianza dei luoghi ci portano verso un’eliminazione della dimora dell’individuo, che si nasconde dietro l’immaginazione energica ed il sovraccarico di conoscenze. Se seguo queste osservazioni, significa che la confusione e l’arricchimento dell’esteriore ci conducono ad una pochezza dell’interiore. Per essere in grado di determinare in maniera contraria questa multi-immaginazione universale, si devono ideare mondi opposti o universi paralleli. Nel nostro forte, complicato mondo, come pure Villem Flusser scriveva, significa in definitiva che dobbiamo creare immagini più forti ancora, oppure altre molto, molto distese. Noi preferiamo quelle più pacate.

A.F.: Nei tuoi progetti l’uso dell’elemento vegetale è ridotto al minimo, o comunque utilizzato ad assecondare direttrici lineari: sia gli elementi artificiali sia quelli naturali concorrono a definire una precisa spazialità cartesiana. Emerge un’idea di giardino molto lontana dalla tradizione paesaggistica tedesca, che fa invece essenzialmente riferimento ad una natura boschiva e modellata secondo criteri di tipo naturalistico. Il tuo lavoro, come quello di altri tuoi colleghi tedeschi, vuole dunque esprimere una esplicita posizione di diversità e distanza da tale tradizione?

G.G.K.: Io non seguo l’assunto che l’architettura del paesaggio in Germania è tradizionalmente determinata attraverso l’uso della foresta. Nei nostri progetti, come pure in quelli dei nostri colleghi, non vi è come obiettivo intenzionale rompere con la tradizione; è una semplice reazione a quello che preesiste, al dato. E nello spazio dato, il contrasto tra la città e la campagna non esiste più. Si trovano molto più spesso i paesaggi permeati dalla “cultura pseudo-vogliaper il naturale”, e gli spazi della città de-urbanizzata. La natura pura e le sue forme del paesaggio originale esistono soltanto in maniera specifica e più di rado.

A.F.: Oggi l’idioma ecologico, liberatosi di procedure esclusivamente conservazioniste e restaurative degli ecosistemi naturali, ritorna ad essere un imperativo nel progetto del paesaggio, ma riattualizzato dall’apporto delle arti figurative e dei nuovi assunti della scienza biologica. Rispetto a tale tema in quali termini i tuoi progetti possono ritenersi ecologici?

G.G.K.: Noi concepiamo la natura come una fondazione materiale e concettuale in cui l’uomo venga integrato con le sue necessità, e che questa preservazione abbia atto nel suo stesso interesse. Un esempio di questa attitudine si trova ancora in conformità con il genius loci (ndt:l’atmosfera del luogo); l’uso delle piante locali, la riduzione dell’impronta-suolo, la considerazione di fattori climatici, e nella protezione della risorsa, attraverso l’applicazione di materiali di longevità, e il riciclaggio delle acque piovane. Vogliamo inoltre rendere visibili le necessità ecologiche, o le aspettative e le richieste funzionali nel progetto. Con ciò intendo non il decadimento della forma-linguaggio pseudo-ecologica del paesaggio, bensì il principio concettuale che restituisce una referenza formale al contesto.

A.F.: E ancora con riferimento al paradigma ecologico, vorrei parlare del tuo recente intervento sull’area dell’ex aeroporto civile di Johannisthal-Adlershof a Berlino. Il nuovo parco, localizzato sulla vecchia pista di decollo, pone al suo centro una vasta area di rinaturazione, circondata dal sistema di giardini attrezzati a servizio del polo tecnologico che lì a breve sorgerà. Qual è il valore estetico e funzionale di questo biotopo, posto nel cuore di un’area densamente urbanizzata ed infrastrutturata?

G.G.K.: Il centro del parco non sarà rinaturizzato in maniera artificiale, perché già esiste in quel luogo una struttura-Biotopo unica. Il suo valore risiede nella vegetazione simile ad una prateria, la flora di prato a sabbia-arida a questa congiunta, che si è sviluppata sulla inutilizzata pista d’aviazione dalla fine della seconda guerra mondiale. In qualità di elemento caratteristico del paesaggio e di risorsa naturale, essa permea l’atmosfera del paesaggio e del parco ricreazionale di Adlershof. L’estetica del ‘parco della natura’ giace nel suo espanso. Simultaneamente, il concetto di ‘due in uno’ fa sì che la storia dell’area sia il tema centrale. L’espanso rende possibile la sorveglianza speciale; esso consente alla sempre mutevole presentazione del cielo di diventare il punto focale del parco, e crea un’impressione contrastante alla densità del profilo dello sviluppo. Il decadimento graduale della pista ci porta oltre, nel suo processo di deterioramento, esteticamente grafico, struttura in costante evoluzione. Per andare incontro alle particolari esigenze delle varie istituzioni di ricerca, ai punti di collegamento della progettazione della città, i ‘parchi del paesaggio’ saranno composti da alberi, che incontrano i ‘parchi attivi’ agli angoli della città nella loro topografia prestabilita dei campi da gioco, aree sportive, e giardini della città. Per noi, l’interesse concettuale risiedeva nel fatto che al centro di una location tecnologica – poichè Adlershof è, tra l’altro, il leader mondiale nella coltivazione del cristallo – esiste una riserva naturale, in cui le pecore badano al mantenimento del manto erboso secco. Noi crediamo che quest’area vicina alla natura oppone un contrasto allo sviluppo dell’attività tecnoide tutto intorno, e forse può in tal modo ricontestualizzare il lavoro svolto nella ricerca.

A.F.: In questi ultimi decenni Berlino e gran parte delle metropoli europee stanno rigenerando i propri parchi e giardini urbani. Qual è l’idea di spazio pubblico che emerge da queste recenti realizzazioni e quanto e come ritieni essa sia cambiata rispetto ai nuovi comportamenti sociali dell’uomo metropolitano?

G.G.K.: Nello sviluppo attuale delle città, incontriamo due fenomeni paralleli, che sono da un lato la perenne auto-abolizione dei limiti della città e poi c’è la tendenza verso un interiore autistico del consumo nei centri metropolitani. In entrambi i casi, lo spazio pubblico è, nel senso classico del termine, non più comprensibile. In periferia, la progettazione di spazi aperti può condurre al compito di mettere le ‘cellule’ disparate della città insieme, in modo da ordinare la crescita e creare l’orientamento. Al centro della città, lo spazio pubblico porta un’immagine essenziale di una città, che frena l’incessante volo verso l’esterno delle città, e come fattore attrattivo del luogo attira investitori e residenti. In quest’epoca permeata dai media, lo spazio pubblico è stato scoperto come un palco per la vita pubblica, come una ‘area-utenti’ neutrale intenzionale, per la nostra società multi-culturale e pluralistica – spazio pubblico in qualità di autentico spazio in cui incontrarsi, imparare, riflettere e riposarsi.

A.F.: Adrian Geuze ha perentoriamente affermato che la società contemporanea “non ha più bisogno di parchi” e che il compito dei paesaggisti sia oggi quello di creare “spazi anarchici, surrealisti, provocatori, che iniettino nella gente emozioni forti e contrastanti”. Qual è secondo te il compito dell’architetto paesaggista e quali sono i requisiti di uno spazio pubblico nella realtà della metropoli contemporanea?

G.G.K.: Victor Hugo asserii ne “Il Gobbo di Notre Dame”, che l’architettura è cominciata alfabeticamente. Lui riconobbe ed associò la pietra ad una lettera – e l’edificio divenne una parola. Quando l’architettura formula parole, e la città è lì per raccontare una storia, la grammatica che la rende comprensibile, viene smarrita. Per me, questa grammatica è spazio aperto. Uno spazio aperto, che viene concepito come un elemento caratteristico di una città. Che cosa guida il pre-esistente – o l’urbano – completa e continua oltre l’apparente diversificazione della massa di edifici e di superficie, e descrive esempi e tendenze di spazio senza ordine? Il compito degli architetti paesaggisti è sapere, e rivisitare la memoria del repertorio-design disponibile; impostare esempi estetici, e costruire coscienziosamente e con piccoli mezzi, e scegliere il contesto appropriato. Stabilire un genere di identità unitaria, anche se forse una probabile eterogenia stilistica esiste, si offre per una spirituale unità per l’insieme. Con la popolazione in flessione dei paesi industrializzati, e con la creazione di spazi urbani, l’architettura giocherà un ruolo svalutato nel futuro, mentre il ruolo dell’architettura del paesaggio diventerà sempre più importante.

A.F.: Il tuo studio professionale si avvale della collaborazione di diverse professionalità. Attualmente stai lavorando con Martha Schwartz al progetto della piazza per la stazione centrale di Berlino (Zentralbahnhof) sulla Spree. Raccontaci brevemente di questa singolare esperienza nata dalla collaborazione con la nota artista del paesaggio americana, il cui background culturale ed artistico sembra essere alquanto distante dal tuo.

G.G.K.: Questa è una domanda che spesso mi pongono. Il concetto segue questa direzione: in che modo, nel contesto del loro lavoro, due donne fondamentalmente così diverse possono cooperare insieme. Quello che trovo più eccitante a prescindere dalle evidenti differenze, sono gli elementi che abbiamo in comune: rispetto reciproco, l’amore per le arti visive e l’architettura, sistemi di valutazione simili. Entrambe ragioniamo in termini di multi-materialità, ambedue siamo alla ricerca di location effettuali ed interessanti, e siamo vicine per quanto riguarda il nostro pensiero sostanziale. La questione della longevità o del discorso temporale è il campo in cui potremmo avere un orientamento diverso, così come per ciò che concerne la nostra personale comprensione professionale. Martha Schwartz si accorge di sé stessa, e delle funzioni, come un’artista. Noi vediamo noi stessi come ‘registi’ dello spazio aperto, che in funzione del fatto che la storia sia raccontata, allo stesso modo dei protagonisti, amano riprendere la storia.

A.F.: La scorsa primavera sei stata per la prima volta a Napoli, in occasione di un seminario di architettura. Con uno sguardo allenato a cogliere qualità materiche e relazionali degli spazi urbani, quali sono le tue prime impressioni e sensazioni sulla città?

G.G.K.: Le mie impressioni sulla città di Napoli: una città con regolarità ed irregolarità; immobilità e cambiamento, un perpetuo scontrarsi tra oggetti e situazioni; uno spazio in pietra per dense folle, traffici e movimenti – più rumore che tranquillità. Ogni città viene permeata dai suoi abitanti. I Napoletani: la loro apertura, la loro cordialità, la loro arte per la cucina (!), la loro vitalità. Una città che vive! Meraviglioso, semplicemente meraviglioso.

 
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