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Luce, vento, nebbia, acqua, vegetazione, questi gli elementi utilizzati da George Hargreaves per trasformare il paesaggio. Così, i fenomeni naturali che già esistono in un luogo, diventano gli attori principali del progetto,un approccio di tipo ecologico alla progettazione che nasce dalla necessità di ristabilire il legame tra la cultura e l’ambiente tra la terra e la gente. L’intervista di seguito riportata, realizzata direttamente alla Harvard University di Cambridge (Mass.) nella sede della Scuola di Arte e Design, svela le ragioni per l’interesse del paesaggista ai processi naturali, considerati come i principali strumenti per disegnare il sito.
G. F. Frascino: Perché G. Hargreaves è diventato paesaggista? G. Hargreaves: Anzitutto io parlerei di architetto del paesaggio e non paesaggista. Lo sono diventato probabilmente perché fin da quando ero bambino ero interessato alle piante ed alcuni dei miei primi ricordi risalgono ai fiori della sanguinella (ndt: Cornus sanguinea). Inoltre, da bambino amavo trascorrere un sacco di tempo nelle buche di sabbia (ndt: in America grosse vasche piene di sabbia nei parchi giochi per bambini), disegnando oggetti, facendo pratica nell’intagliare il legno. Quindi, credo di avere sempre avuto in qualche modo interesse negli spazi esterni e nella manipolazione del terriccio, manipolazione del territorio. In età più adulta mi trovavo nel Colorado – le Rocky Mountains – e continuando la mia escursione salii oltre la linea degli alberi. Un posto chiamato Flat Top Mountains (ndt: montagne dalla cima piatta) un luogo con tanto spazio intorno. Ritornai a casa e lì c’era mio zio che era decano di selvicoltura, e parlai con lui del posto – sai, forse dovrei imparare qualcosa dalla selvicoltura – e lui disse – no, hai mai sentito parlare dell’architettura del paesaggio? Risposi di no. Bene, quello che sto descrivendo é proprio l’architettura del paesaggio, quindi tornai a scuola e lì c’era qualcuno che mi poteva introdurre alla disciplina e da quel punto in avanti dissi – ok – e cominciai a seguire le lezioni. Mi dedicai alla materia con grande naturalezza, mi sentivo come a casa. Qualcosa che davvero mi ha regalato piacere e lo fa tuttora. G.F.F.: Quali sono i tuoi riferimenti culturali del passato e di oggi? G.H.: Beh, molti paesaggisti mi hanno influenzato. Ne parlo andando un po’ indietro cronologicamente. In realtà i primi paesaggisti che mi hanno influenzato sono stati artisti dell’ambiente, quali Robert Smithson, Robert Erwin, Richard Sara. Credo che essi trattavano il paesaggio in maniera assolutamente creativa e concettuale, molto di più rispetto a quel genere di paesaggi che all’epoca avevano creato la storia grazie ad altri architetti del settore. Poi mi ritrovai alle Hawaii per una conferenza ed arrivò un uragano. Questo mutò l’intera spiaggia – sommerse l’hotel in cui alloggiavo – ma essenzialmente trasportò la spiaggia di 30 – 40 yarde, e fu proprio in quel momento che mi accorsi che esiste un processo della natura che si tende a pensare come un lento movimento, ma in realtà non lo è. G.F.F.: Di solito questi eventi incidono sulle persone negativamente – in questo caso lo fece in modo positivo…? G.H.: Quello di cui mi resi conto è che la natura arriva saltando. E’ un agente molto attivo e per me questo ha proprio un potere affascinante – semplicemente la guardavo ed il suo potere era incredibile e questo era proprio ciò che più mi interessava di tanta teoria sul paesaggio. Stavo facendo pratica all’epoca per una grande ditta e da quel momento mi ritirai in proprio, cominciai ad eseguire lavori sperimentali attingendo dagli stessi artisti dell’ambiente che ammiravo. Ma c’è anche questo concetto dei processi naturali sotto forma di design, quali parte di un paesaggio. Quindi molti dei miei primi progetti cominciavano a considerare l’uso di elementi quali le maree e l’acqua, la luce, l’ombra che diventano parte del progetto proprio come gli alberi o i sentieri, semplicemente altri elementi nella creazione di un paesaggio. Cominciai a costruire alcune cose ed a scrivere, o altre persone ne scrivevano, quindi cominciai. Poi ritornai in Europa, per la prima volta dai miei primi vent’anni, e cominciai a guardare ai parchi in grande scala fatti in Europa. Questa era anche l’epoca in cui cominciavo a progettare, e quindi iniziai a comprendere l’importanza di ciò che era necessario per costruire, come nel caso di Amsterdam in cui furono impiegati qualcosa come 2000 acri, o il caso dei progetti all’esterno di Parigi, dove il designer raccolse l’acqua in movimento lungo la sponda e con essa creò dei parterre formali, ma stava usando la gravità e l’acqua ed io non mi accorgevo di quanti prima di me stavano realizzando questi grandi progetti. Quindi cominciai a studiare molto più della semplice storia di questi paesaggi e mi ritrovai in posti come Central Park a New York, il cui design non è qualcosa che mi piace in maniera particolare. Più interessante, invece, il fatto che il 30 - 40 % di quel progetto è principalmente costituito da un paesaggio fatto in cui tutto viene lasciato andare allo stato incolto – è più o meno come classificare mantenendo l’attitudine di ciascuna pianta o materiale, inserendo tante piante che competono l’una con l’altra, determinate specie fioriranno, altre no. Ciò vuol dire che il 30 – 40 % di Central Park non è fatto per la gente, ma per queste specie di piante selvatiche ed era già un paesaggio costituito. Ed è dove ora mi trovo ed ho capito che in molti di questi spazi circostanti c’è una parte di essi che è molto attiva ed orientata verso la gente. Questa è l’America, la gente ama giocare a baseball, a football, a calcio e fare sempre queste cose, ma la gente vuole anche i parchi e vuole vedere gli uccelli e vuole gli alberi. Così abbiamo cominciato a concettualizzare alcuni dei nostri lavori come ad esempio trovare dei posti e renderli adatti al processo dell’acqua e dei materiali vegetali, così che gli uccelli possano entrarvi, poi ancora trovare altri posti e renderli molto attivi, migliori per la gente. A volte puoi metterli l’uno di fronte all’altro. Poi mi sono occupato di una serie di progetti dove c’era un tipo di zona molto attiva ricca di verde spianato, area che la gente poteva utilizzare per giocare a football, organizzare concerti musicali, e poco distante da questa o separata da un declivio, costruire un’opera naturale e creare un’area vegetale dove portarvi molto materiale vegetativo preso dai fiumi e dai terreni umidi: è un paesaggio che muta. Il progresso come mio interesse reale è iniziato prima come artista del giardino e poi osservando il potere della natura e i processi naturali. Provando a mettere insieme tutte queste idee, alla fine cominciai - intorno ai 30 anni - a comprendere la storia dei parchi pubblici e quanto una loro parte non è un posto attivo ed un’altra parte è un genere di luogo non-naturale ma fatto per essere naturale. In altre parole, questi sono paesaggi creati dall’uomo – questa distinzione è molto importante. Si, altri progetti che ho sono di fiumi che un tempo erano inquinati ed ora un fiume di date dimensioni cambia da così a così, oppure la parte superiore del greto di un fiume diventa un lotto di parcheggio oppure una vecchia base militare sta proprio di fronte alla baia, etc. Quindi è la natura, ma non ha più nulla di naturale se lo trasformiamo togliendo via l’asfalto, rimuovendo gli agenti inquinanti, non stiamo provando ad imitare la natura - stiamo semplicemente provando a far sì che le forze della natura vi entrino. 
G.F.F.: Qual’è la tua metodologia progettuale G.H.: Esistono delle varianti da progetto a progetto in rapporto con il tipo di compito e la struttura del cliente. Alcuni dei nostri clienti hanno una composizione complessa – sono gruppi costituiti da quattro o cinque persone che sono parte del cliente ma altre volte abbiamo una struttura più semplice in cui ci sono una o due persone e la metodologia, come sa, varia. La metodologia che di norma utilizziamo per uno di questi progetti può essere che in qualità di impresa cominciamo con un’investigazione del sito come è oggi e come era nella storia – come si presentava 500 anni e 200 anni fa – e 15 anni fa. Inoltre guardiamo ed analizziamo le dinamiche urbane correnti intorno ad esso, poi proviamo anche a progettare il futuro, ciò che vorremmo che le dinamiche urbane rappresentino. Questo comprende fattori quali economia, sociologia. Parallelamente a tutto ciò noi di solito incontriamo quattro o cinque gruppi di persone che vivono intorno ad esso, o che hanno proprietà nei pressi del sito, o che lo utilizzeranno, che avranno parcheggi ed aree ricreazionali – queste sono le persone che siamo soliti chiamare stakeholders e quelle sono le persone che saranno implicate nel progetto per ottenere il senso di quelli che sono alcuni dei loro obiettivi. A volte si lavora molto per realizzarli ed a volte proviamo a ri-direzionare i loro obiettivi. E poi avviene un processo di design ed è un processo interno. Prepariamo un sacco di modelli - sono tridimensionali – e questi cominciano a sviluppare un linguaggio del posto ed è così che iniziamo ad entrare in alcune delle evidenze in cui sfociano le attività, di quale tipo di attività trattiamo, in che modo esse potranno essere collegate di nuovo alla città. Terremo anche conto dello scorrimento delle acque del sito o delle acque ad esso vicine, questa potrebbe diventare una parte del progetto. Inoltre, appena arriviamo alla realizzazione della pianta, anche in zone in cui esistono aree verdi equamente distribuite, altre aree saranno più selvatiche, forse creando una divisione con l’acqua o improvvisando aree da piantare. Così otteniamo questo pamphlet del sito con le varie persone attive, luoghi, paesaggi strutturati e potrebbe essere necessario accostarlo al genere fluido di paesaggio mutevole che mettiamo in movimento. Noi progettiamo la struttura, ma la struttura ha questi processi che la rigenerano totalmente e cambiano tutte le cose. Quindi sviluppiamo un linguaggio basato su quel luogo, e le idee che abbiamo generato varieranno seguendo quello stesso linguaggio. Noi non lo sviluppiamo radicalmente come, ad esempio, qui ci metto il blu, qui il rosso, qui il verde – potremmo presentarlo con un range di attività in più o con un modo diverso di schematizzare tali attività, o potremmo dire che si presenta ora con dei terreni umidi in più e delle attività in meno, ma rispetta fondamentalmente lo stesso linguaggio. Quello che in assoluto non diciamo è “eccone uno laggiù - ce n’è un altro qui” questi fattori restano tutti uniti come in una famiglia. G.F.F.: Quali sono le figure professionali coinvolte nel tuo processo progettuale? G.H.: Non sono sempre le stesse. Variano da progetto a progetto. Se dovessi parlare di un gruppo di lavoro di base, includerei un team di ingegneri, molto spesso ingegneri civili, poi abbiamo anche ingegneri idraulici, che sono particolarmente specializzati. Gli ingegneri civili sono un intero team che lavora con un architetto coinvolto nel progetto - poiché sono presenti anche piccoli edifici nei nostri progetti preferiamo avere un architetto che se ne occupi al posto nostro. Potremmo farlo noi ma preferisco che ci sia un architetto perché svolge un lavoro migliore di ciò che io stesso farei. E’ utile avere un collega nel team. Non utilizziamo ingegneri climatici, possiamo svolgere tale lavoro per conto nostro. Soltanto alcune volte quando ci si presenta un progetto con grandi edifici, usiamo ingegneri climatici, ma per quanto riguarda vasti parchi operiamo noi stessi. A volte usiamo anche un ecologista o un agronomo delle piante in modo da avere materiale vegetale più specializzato. Lavoriamo un po’ in tutto il mondo, siamo conosciuti negli Stati Uniti in più abbiamo fatto dei lavori in Europa, altri ancora in Asia quindi abbiamo operato con scienziati che sono ecologisti del paesaggio o arboricoltori per alcuni progetti più grandi. In definitiva le figure cambiano all’interno dell’area locale. Quando un progetto è davvero vasto coinvolgiamo anche un economista ed un ingegnere del traffico. Di norma non usiamo un urbanista – in alcuni progetti stiamo usando designer urbani. Ma deve trattarsi davvero di qualcosa di grande, perché possiamo altrettanto occuparcene noi. Quello che tendiamo ad utilizzare è un designer urbano se ci stiamo occupando di un parco pubblico, ma si deve anche operare su una determinata quantità di sviluppo urbano. 
G.F.F.: Dopo aver interiorizzato il sito, secondo quale criterio decidi di regolarne le caratteristiche? G.H.: Ciò che credo è che quando arrivi a metà strada attraverso l’analisi delle caratteristiche, del programma e del luogo, le cose cominciano a venire verso di te, sono quelle cose che hanno un carattere unico o speciale. Nello specifico se abbiamo un lungofiume più esteso del solito, noi proveremo ad enfatizzare il fiume come parte del luogo. Se esso si trova lungo territori umidi o vi sono delle mangrovie (ndt: piante tropicali) proveremo ad enfatizzare quella relazione. Se il sito ha una storia particolarmente vibrante, che puoi vedere e sentire, proveremo ad evidenziarla. Quindi è tutto in combinazione con il design attivo, il modo in cui riesci a combinare il design attivo o le realtà che hai a disposizione, il programma, quel genere di elementi con le peculiarità uniche del sito. Queste cose costruiscono il luogo. Perciò se tutto è speciale e non generico, noi tendiamo ad enfatizzare quelle qualità speciali. G.F.F.: Tu limiti il potere di queste caratteristiche? G.H.: Per rispondere a questa domanda, devo essere specifico perché credo che in maniera diretta noi lavoriamo con le caratteristiche, quindi mi permetta di proporre degli esempi. In una alluvione, se passeggi lungo un fiume e i fiumi salgono e scendono, se noi proviamo a congegnare determinate aree che ti mostreranno l’alluvione, ti mostreranno il fatto che tutto è inondato. Prenderemo altre zone dove, poiché stiamo tentando di avvicinarci all’acqua, si inonderà ma noi opereremo con lavori d’ingegneria in modo da non far spazzare tutto via dalla piena. In questo esempio ciò che facciamo è magnificare quella caratteristica speciale da un lato, e fortificare l’area dall’altro. In questo caso, quindi, un processo naturale è parte sostanziale del sito in un’area, ma inevitabilmente in un’altra area stiamo proteggendo il sito da quel processo naturale per far sì che la gente possa usarlo e scendere giù verso il fiume. Vorrei aggiungere altro. In questo paese molti dei posti delle città interne in cui stiamo ritornando sono vetusti siti industriali. Lì esistono molte cose in vecchi stabilimenti di acciaio e c’è una tendenza a voler mantenere intatte molte di queste fabbriche di acciaio laggiù. E nella maggioranza delle opinioni dopo aver trasformato una o due di queste in acciaio prezioso, è sufficiente, non hai bisogno di trasformarne venti, non hai bisogno di trasformarne cinquanta e così in questo paese alcuni di questi progetti credo vadano gettati all’aria per mantenere gli artefatti delle nostre vecchie industrie come una pubblica amenità. 
G.F.F.: Al termine paesaggio di solito si associa conservazione e preservazione. Qual è, per te, il significato corretto? G.H.: Per noi, il concetto è sicuramente più vasto. L’architettura del paesaggio qui e all’estero, in molti altri paesi, comincerà a fare qualcosa, per quanto piccoli i cortili dei palazzi e quelli delle grandi province saranno sicuri. Nell’ambito di questa scala di valori si può parlare di conservazione. Ma vuol dire preservazione sviluppare anche capacità di gestione, e gestire appunto il paesaggio. Tanti conservazionisti non sanno come gestire il paesaggio e quando sei prossimo a scale di valori di 10 o 20 mila acri, tutto diventa un mix di conservazione, pratica ecologica, gestione ecologica, e gestione del flusso dell’habitat delle specie, animali, uccelli – ma bisogna anche considerare l’insediamento dei popoli che portano parallelamente auto, aree di parcheggio, treni, autobus e le loro attività, cose che per la terra a volte sono leggere ed altre volte influiscono in maniera molto incisiva. Queste possono comprendere strutture sportive, strutture culturali, musei ed il paesaggio comincia ad essere questa combinazione di un disegno/programma da un lato, e dall’altro lato qualcosa che puoi gestire o preservare o conservare e puoi farlo al contempo. C’è questo paesaggio che tu hai reso naturale, ma sono caratteristiche naturali per esso. Poi quando continui a scendere nella scala di valori, non puoi più parlare di conservazione ma stai facendo design attivo, e bisogna tener presente anche alcuni aspetti del processo naturale quali lasciare che l’acqua vi entri per ripulirlo, i terreni umidi, le maree, i fiumi che scorrono, le alluvioni, insomma quel genere di attività e quando ti avvicini scendendo nella scala tutto diventa design attivo. Ovunque ci sia un paesaggio culturale, qualcosa che hai costruito e rappresenta l’espressione della nostra cultura come esseri umani e la summa dei più nobili lavori, questi sono i giardini ed il modo che abbiamo di pensare ad essi. Esiste un’interessante teoria che dice più o meno – c’è il primo stato della natura: è il deserto – il secondo stato della natura è il paesaggio agricolo, dove abbiamo un paesaggio creato per scopi produttivi – il terzo stato della natura è quando stai creando un paesaggio per gli scopi della mente. Quando scendi oltre questa scala, il progetto, il disegno e la costruzione, in qualche modo ti rendi conto che questo è il primo stadio. Credo sia importante, per molti versi, in particolare più antica è la tua cultura meno paesaggio hai lasciato. Qui il deserto è importante per noi (ndt: negli Usa) perché deserto. Siamo venuti qui e perlopiù era tutto deserto, e ce n’è ancora tanto. La desolazione è come il deserto, Yellowstone Park, come le immagini che vedi dell’ovest americano: le montagne e le cascate e sono davvero posti su cui l’uomo ha avuto un impatto minimo o non ne ha avuto alcuno. Ma quello che abbiamo imparato nel tentativo di mantenere quelle aree desertiche è che dobbiamo gestirle, perché l’intero paese non è più un deserto. Abbiamo queste sacche, alcune di queste sono grandi sacche, ma sono sacche nondimeno e cose come il fuoco sono state create per noi perché esse rigenerano tutto e lasciano entrare la luce del sole. Nuove specie – è un processo di generazione. Ciò che è avvenuto con il servizio forestale dei parchi nazionali è che non hanno acceso fuochi, o li hanno spenti, e così facendo volevano proteggere il paesaggio, ed il paesaggio ha cominciato a morire. Quindi si sono resi conto che dovevano attivamente gestire il deserto e quando un fulmine colpiva e creava un incendio, lo lasciavano bruciare in modo da far auto-rigenerare la foresta. Con il discorso della conservazione potrebbe esserci un paesaggio che qualcuno ha creato, un paesaggio come quello creato nel vostro paese in cui c’è stato l’influsso di centinaia di anni di agricoltura, sempre che sia gestito in maniera corretta. In definitiva, credo che esista una cosa importante che è cambiata: è che per rispettare le leggi della natura devi diventare parte della natura, parte di quel processo. G.F.F.: I termini giardino e giardinaggio sono portatori di valori legati al rito, alla cura, alla crescita, al mantenimento e al tempo, possono essere considerati un riferimento oggi? G.H.: Io lo faccio, poco fa parlavo dei tre differenti stati della natura con il giardino che rappresenta le più alte ispirazioni focali quali la pittura, il balletto, la scultura. Il giardino soddisfa quel ruolo che non vuol avere necessariamente una funzione o provare a trarne qualcosa, oppure provare a preservarlo. E’ semplicemente un’espressione di quello che siamo e la nostra relazione con la madre terra. G.F.F.: Quale è la ragione per la quale gli architetti negli Stati Uniti e nel Nord Europa prediligono la terra incolta, cioè gli spazi residuali, abbandonati o desertici? G.H.: Qui e in Europa ci sono più spazi residuali di quanto la gente immagina. Quando si considerano aree che crediamo molto indistinte, ci si rende conto che sono gli stessi luoghi che nel diciannovesimo e nei primi anni del ventesimo secolo abbiamo usato ed abbandonato. Ma si trovano al centro delle nostre città. Hanno servizi di supporto, hanno trasporti che le attraversano, se noi possiamo quindi trasformarle e renderle parte di una città, credo sia molto più salutare per tutti noi, anziché spostarci di 50 miglia oltre e costruire nuove case. Tutto ciò va anche di pari passo con questo concetto di conservazione, perché se proviamo a mantenere le aree delle zone agricole e le aree dei boschi, dei laghi, delle foreste e dei ruscelli – vale a dire provare a mantenerle così come sono o meglio conservarle – avremo più gente nelle città e saranno molto più felici perché avranno spazio verde, parchi, posti in cui andare e fiumi da poter vivere. Quindi dal nostro punto di vista, potremmo realizzare due cose in una: ricreare la città in maniera più salutare e al contempo salvare le aree agricole e quelle naturali all’esterno della città. G.F.F.: La tematica del “riciclaggio” può rappresentare una soluzione efficace allo sfruttamento illimitato delle risorse naturali? G.H.: Decisamente credo di si. Il riciclaggio della terra, il riciclaggio delle cose che usiamo, concentrano le nostre risorse in posti che sono importanti. Nell’aspetto della terra mediante il riciclaggio di essa, convertendola dall’uso industriale all’uso pubblico o abitativo o istituzionale, noi ricicliamo la terra. Lo chiamerei “resurrezione” dei luoghi morti: prendere un luogo morto e riutilizzarlo per farne una nuova città e riciclare nel termine classico, questo vuol dire che io sto trasportando i nostri rifiuti – cosa in cui miglioriamo giorno dopo giorno – cioè bottiglie e plastica e le sto riciclando; così non funziona – in questo modo noi evitiamo di espandere verso l’esterno le risorse naturali ed usando tutte le energie per dare a quei materiali una forma diversa, semplicemente ricicliamo immondizia. Entrambi questi aspetti del tema del riciclaggio sono credibilmente importanti per quanto noi come persone faremo per la nostra terra per lungo tempo fiduciosamente. G.F.F.: Stiamo anche parlando degli stessi materiali che eliminiamo dal posto che stiamo trasformando ? G.H.: Si, ma non riciclandoli obbligatoriamente in quello stesso posto. G.F.F.: Pone particolare attenzione a questo tema, cioè a questo genere di operazione? G.H.: Abbiamo cominciato, e sta andando avanti. Non 10 anni fa, ma di recente molto del nostro lavoro lo dedichiamo alla separazione e al riutilizzo dei materiali. Eravamo soliti dire – sbarazziamocene, non c’interessa – ma al momento li stiamo polverizzando sul posto e li usiamo, a volte come materiale di base per sentieri, manto stradale. Li usiamo persino disotto (ndt: nei laboratori universitari) per creare forme terrestri. Stiamo cominciando ad usarli sempre di più. Tutto ciò che facciamo implica l’utilizzo dell’acqua. Il vecchio modo di fare prevedeva che l’acqua proveniva da un lato, ci si assicurava di raccoglierla e di gettarla nella fognatura ed in qualche modo poi verso il fiume. Ora nei nostri progetti, quello per le Olimpiadi ne è un esempio, abbiamo preso l’acqua, e portata sulla piazza e sui tetti degli edifici ed infine, raccolta, l’abbiamo veicolata attraverso un depuratore a membrana, prima di convogliarla verso il fiume. G.F.F.: Nella progettazione paesaggistica in cui le gerarchie e le priorità rispetto alla progettazione architettonica inevitabilmente cambiano a causa del cambio di scala, gli edifici acquistano un ruolo relativo e secondario. Questo inevitabile processo può mettere in crisi il ruolo dell’edificio? G.H.: Per quanto mi riguarda è un’opportunità. Gli architetti stanno provando con molte difficoltà oggi a fare di ogni edificio un pezzo di scultura. Questo oggetto è un pezzo di scultura, e va bene in alcuni casi; ma penso anche a quando gli edifici sono considerati parte di un contesto più vasto, subordinato a idee più grandi che hanno a che fare con il paesaggio e lo spazio pubblico. Poi diventano una collezione, diventano una serie di edifici, diventano una città, un quartiere. Nei tempi antichi le cattedrali saltavano agli occhi, quindi credo che il concetto che ogni edificio possa essere un eroico pezzo di scultura non sia un’idea tanto sbagliata. |