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Lo stato dell’arte del restauro dei giardini e parchi storici delle residenze sabaude | Stampa |
Scritto da Mirella Macera   
giovedì 21 maggio 2009

Introduzione di Maria Luisa Margiotta

L’inserimento di Mirella Macera nel programma dei Martedì Verdi del 2008 è stato per me motivo di soddisfazione in quanto ha messo in risalto il tema, spesso trascurato, del restauro dei parchi storici. L’architetto Macera è una brillante funzionaria della Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio del Piemonte, direttrice del Castello di Racconigi, autrice di numerosi restauri monumentali ma è soprattutto la protagonista di uno dei più importanti restauri di parchi storici degli ultimi anni, quello annesso alla Reggia di Venaria Reale, esempio di giardino barocco voluto dai Savoia a partire dalla metà del Seicento. Questo intervento è di particolare interesse per gli ineccepibili contenuti scientifici e metodologici, che rispettano la Carta del Restauro dei Giardini Storici e nello stesso tempo coniugano l’antico e il nuovo grazie all’inserimento di opere d’arte moderna nei giardini. Per noi paesaggisti che operiamo in Campania – territorio che accoglie un esteso ma poco valorizzato patrimonio di residenze reali borboniche – è da considerarsi inoltre un modello di efficiente macchina organizzativa, capace di restaurare ottanta ettari di parco storico in otto anni.

Venaria Reale, Torino

Nella città di Venaria erano in vendita, ancora lo scorso anno, vecchie cartoline che rappresentavano la reggia circondata dalla boscaglia e da strutture che erano a state a servizio dei militari nel lungo periodo durante il quale l’antica residenza sabauda era stata utilizzata come caserma. Questa la situazione con la quale dovette confrontarsi il gruppo di lavoro che, nel 1998, affrontò lo studio delle linee guida per il recupero dei giardini. Eravamo tutti consapevoli di quanto fosse indispensabile restituire alla reggia il suo storico contesto per dare completezza a quella straordinaria testimonianza di arte e di cultura. Difficile tuttavia definire il percorso metodologico dell’intervento che ci si accingeva a realizzare. Nessuna traccia degli antichi giardini era rintracciabile in superficie, né sotto forma di testimonianze materiali di viali, di arredi o di apparati decorativi né, tanto meno, di elementi vegetali: troppo invasive ed importanti erano state le trasformazioni d’uso del sito che, in quanto giardino, avrebbe invece richiesto assiduità di cure e di manutenzioni. Ricca tuttavia la documentazione cartacea delle antiche composizioni: per il Seicento piante e disegni, pubblicati nelle coeve opere di Amedeo di Castellamonte; per il Settecento prevalentemente piante e documenti d’archivio relativi ai cantieri di costruzione e di manutenzione.

Venaria Reale, Torino

Era possibile dunque ricostruire, come molti studiosi avevano esaurientemente fatto, le vicende di formazione dei giardini e il contesto storico e critico in cui era maturata la loro realizzazione. Il “giardino all’italiana” di Amedeo di Castellamonte, tutto incentrato su un asse rettore che attraversando il borgo e la reggia di Diana sosteneva , in successione, la composizione delle aiuole del giardino a fiori, la fontana dedicata al mito di Ercole, la grande allea chiudendosi nella spettacolare composizione del tempio di Diana. A nord della reggia il giardino dei ninfei, con fontane e aiuole ornate di complicati disegni; ad un livello più basso la grandiosa peschiera. Appena qualche decennio dopo la concezione del giardino e del paesaggio affermata da Andre Le Notre a Versailles investe con una dilagante proposta anche la Venaria: il nuovo progetto non solo amplia considerevolmente a sud e a ovest lo spazio dedicato ai giardini, che seguono gli ampliamenti delle architetture ad opera di Michelangelo Garove e Filippo Juvarra, ma imposta la composizione su una serie di viali longitudinali e trasversali che proiettano all’esterno e all’infinito le grandi visuali determinate dalla enfilade delle sale e degli appartamenti. Negli ambiti definiti dalla maglia dei viali giardini, boschetti, teatri di verzura... secondo le ormai consolidate soluzioni del giardino classico “alla francese”. Che fare allora? Riprendere il disegno documentato dalle mappe e ricorrere alla trattatistica per risolvere gli alzati oppure cercare una soluzione diversa, espressione del momento storico in cui i giardini sarebbero stati recuperati? Una foto aerea ci venne in aiuto: testimoniava, sotto lo strato superficiale di humus, la permanenza del disegno del giardino documentato dai rilievi settecenteschi e perfino delle fondamenta del seicentesco tempio di Diana. La testimonianza confermava dunque la possibilità di recuperare, nel parco basso, il disegno seicentesco del giardino di Castellamonte, in quello alto la composizione settecentesca di gusto francese fondando il recupero sui documenti a disposizione e sui riferimenti che sarebbero via via emersi nelle fasi preliminari del cantiere.

Per gli alzati prevalse la proposta di risolvere i vari ambiti operando in sintonia con le antiche composizioni, ma utilizzando anche materiali e forme della modernità. Attraverso gara ad evidenza pubblica il progetto venne quindi affidato al gruppo capeggiato dai torinesi Libidarch. Impegnativo il lavoro condotto negli anni successivi dai progettisti che conclusero, nel 2004, il loro impegno sui primi 20 ettari degli ottanta che complessivamente misurano i giardini. Importante il risultato raggiunto: la reggia aveva recuperato il suo contesto con la maglia di viali che ne riproponevano lo storico ruolo di centro ordinatore lo stato di un monarca assoluto. Da quel momento è stata avviata una paziente opera che va restituendo progressivamente ai giardini, con programmate opere di manutenzione, il restauro dei reperti seicenteschi, la messa a dimora di piante ed arbusti, l’inserimento di opere di arte contemporanea quella complessità di elementi e di rapporti capaci di evocarne i valore cardine in parte riletti secondo la moderna sensibilità nei confronti della natura e del paesaggio.

Tre dunque, a mio parere, i risultati del restauro dei giardini della Venaria. Il primo sta nell’aver avuto il coraggio di affrontare il tema, in un paese ancora largamente sordo verso le necessità di tutela dei giardini storici e del paesaggio. Il secondo sta nell’aver saputo distinguere due fasi d’intervento: la prima che, potendo contare su finanziamenti consistenti, ha potuto recuperare la trama del giardino fondandosi sulla documentazione storica e i reperti via via emersi nel corso dei lavori. La seconda che, basandosi su finanziamenti più modesti, completa anno dopo anno la composizione lavorando sulle masse, sulla composizione in alzato del giardino, sui rapporti tra le varie parti. Del resto Monique Mosser, grande conservatrice di Versailles, ha scritto “ Fra l’eternità, sia pur relativa della pietra e la fugacità del fiore, il tempo del giardino richiede ambizione e modestia, pazienza e passione”.

 
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