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Il paesaggio italiano è conosciuto universalmente per le sue bellezze naturali e per lo straordinario patrimonio storico e culturale, che rendono ancora riconoscibili le tracce di un lungo processo di modellamento e di adeguamento dei territori alle società. Tuttavia, il lungo silenzio legislativo sulle questioni del paesaggio per quasi cinquanta anni ha portato alla distruzione delle risorse naturali ed alla crescita incontrollata delle città. Un silenzio, questo, che ha denunciato l’inadeguatezza dell’urbanistica e delle politiche territoriali a saper guardare e interpretare i fenomeni di un mondo e di una cultura che cambiavano, senza capacità di comprenderne le profonde implicazioni sulla maniera di “produrre” il territorio prima ancora di saperlo orientare verso il futuro. Ne sono stati conseguenza i deludenti risultati della pianificazione paesistica, irrigiditi tra il dominio della tutela e quello dei valori estetici, incapaci di trovare argomenti e risposte alle questioni in gioco, oltre che insensibili a tracciare una nuova “missione” del paesaggio italiano. 
Con la Convenzione europea sul paesaggio - sottoscritta nel 2000 e ratificata dall’Italia nel 2006 - non solo si è data una definizione di paesaggio, ma si sono introdotti anche gli “obiettivi di qualità paesaggistica” e si sono indicati i tipi di “azione” che si applicheranno a tutto il territorio degli Stati partecipanti alla Convenzione. Con il Codice dei beni culturali e del paesaggio del 2004, noto anche come Codice Urbani, invece, viene definito il paesaggio, disciplinandone la tutela e la valorizzazione. Il paesaggio, insomma, è diventato un concetto importante e giuridicamente rilevante nel nostro sistema legislativo. Con questa “nuova” definizione e concezione del paesaggio si individuano specifiche competenze professionali di chi progetta il recupero del paesaggio e dell’ambiente “costruito”. Il progetto del paesaggio si confronta con rimpianti di un passato irripetibile, dalla rievocazione di processi di produzione di paesaggi oggi irriproducibili all’ incapacità delle politiche territoriali di ancorarlo ai processi di trasformazione a diverse scale del territorio. Oggi l’ urbanistica può ricollocarsi disciplinarmente e culturalmente competendo con le sfide che lancia la nuova emergenza ecologica sul futuro delle nostre risorse, tra cui quella dell’urbanistica sostenibile. Una definizione convincente dell’urbanistica sostenibile è, senza dubbio, quella che la definisce come una strategia che lega lo sviluppo territoriale, sociale e economico alla conservazione delle risorse ambientali non riproducibili e alla rigenerazione di quelle riproducibili. Si tratta, ovviamente, di una semplificazione, ma l’efficacia di questa definizione è dovuta all’ affinità con quella più nota (anche se non la prima) di sviluppo sostenibile contenuta nel Rapporto Bruntland del 1987, vale a dire “la capacità di assicurare il soddisfacimento dei bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i loro bisogni”; una definizione, quest’ultima, che contiene un evidente riferimento alla quantità e alla qualità delle risorse ambientali. L’aspetto più interessante delle sperimentazioni di pianificazione sostenibile fino ad ora conosciute riguarda la concreta applicazione dei principi della sostenibilità urbanistica, o, se si vuole, l’ “incorporazione” nel piano delle strategie e delle misure che la rendono possibile. In Campania, con la nuova legge urbanistica di dicembre 2004, si è riaperta la sfida del governo del territorio con le regole che individuano nello sviluppo e nella sostenibilità ambientale gli obiettivi strategici dell’ organizzazione del territorio. Le conferenze di pianificazione, previste dalla legge urbanistica regionale, attraverso il processo di partecipazione pubblica, forniscono al pianificatore un quadro effettivamente completo delle tematiche da affrontare e si prestano meno alla tentazione di effettuare modifiche arbitrarie, in quanto le norme concordate portano con sé la forza della condivisione e del consenso, unitamente a regole più adeguate alle attuali dinamiche di crescita economica. Si potrà, quindi, determinare lo sviluppo attraverso le norme, che, interpretando le potenzialità del territorio, potranno convincere gli investitori ad attivare l´enorme serbatoio delle risorse private. La nuova pianificazione regionale si spinge fino all´aspetto del territorio, con la Convenzione europea del paesaggio, della quale la Campania risulta capofila. La cura dei nuovi paesaggi e la salvaguardia di quelli esistenti rappresentano una fondamentale risorsa per una regione dove il turismo rappresenta o potrebbe rappresentare una voce non trascurabile dello sviluppo economico. Tutta l´attività regionale in materia di urbanistica è intesa a delegare alle Province e ai Comuni la regolamentazione dei loro territori, assegnando ad essi gli obiettivi strategici dello sviluppo e della sostenibilità ambientale. Una partita, questa, che vede la Regione assumere sempre più il ruolo di legislatore per lasciare alle realtà locali l´interpretazione delle vocazioni territoriali. |