|
“La domanda non sarà rivolta a cos’è un paesaggio, ma al modo in cui esso è tale”, questa frase di Massimo Venturi Ferriolo esprime bene quello che ho sempre cercato di fare, intendere il paesaggio come un processo vivo, in continua evoluzione, credere che la sua evoluzione possa avere un ruolo importante per una maggiore qualità dell’habitat, anche nella contemporaneità, anche e soprattutto nel tempo presente, che Patrice Goulet ha chiamato “tempo selvaggio e incerto”. Esprime bene in conseguenza l’attitudine con cui mi rivolgo al progetto come una sintesi di una dialettica fra comunità e autore, un’azione di diagnosi e di interpretazione capace di evocare molti aspetti della cultura di un contesto. E questo nei limiti di pochi mezzi di una ricerca teorica e applicata condotta con l’umiltà di una pratica artigiana, ma a tutto campo, dal design all’urbanistica, spesso invertendone i termini tradizionali di competenza e di scala, con molti errori, ma anche qualche riscontro. 
Il mio lavoro di architetto e paesaggista si svolge nell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, nel mio studio di Roma, in cantiere, in famiglia, troppo spesso in viaggio, sempre teso, per abitudine e per vizio, al tentativo di costruire. I temi più ricorrenti riguardano le nuove condizioni di centralità nella città contemporanea: la riscrittura di spazi esterni, piazze, vie, parchi, passeggiate, lungomari in contesti delicati per la loro particolare qualità, con casi a volte singolari, come la trasformazione di un cimitero dismesso in un parco pubblico, o una terrazza galleggiante su un lago. Recentemente mi sono occupato di sistemi urbani complessi, come gli spazi centrali di Brisighella, Cisterna, Saint-Denis o i fronte mare di Porto Sant’Elpidio e Castiglioncello, o ancora di un progetto fra paesaggio e architettura di particolare delicatezza a Tbilisi, in Georgia... In un mio libro recente, Questo è paesaggio. 48 definizioni, sostengo che il fi ne di un approccio paesaggistico, di una comunità come di un autore, sia l’acquisizione di una particolare consapevolezza di questa qualità che appunto chiamiamo “paesaggio”, e di una particolare capacità di “saper vedere”, riconoscere in un contesto di elementi anche eterogenei della nostra realtà la suscettibilità a acquisire un’unità di senso con un plus valore, un’entità nominabile e comunicabile in cui la comunità possa rappresentarsi. 
Questa qualità a volte è già formata, a volte è una vocazione presente ma non evidente, a volte non c’è e va inventata. L’avvento della cultura della comunicazione comporta un profondo cambiamento dei nostri comportamenti, ma il problema è sempre lo stesso: la consapevolezza di un paesaggio deve coincidere necessariamente con l’affermazione di un progetto, di un’azione cioè insieme politica ed estetica per difenderlo, tramandarlo e evolverlo. Il paesaggio è uno dei tanti aspetti dell’habitat, fra i più importanti se si conviene che ne contenga il codice genetico. Il progetto di paesaggio deve occuparsi centralmente della perpetrazione e creazione di caratteri, e naturalmente in questo convive e interagisce con tante altre competenze che tradizionalmente riguardano la trasformazione dell’habitat. Se paesaggio è, come lo defi nisce Annalisa Calcagno Maniglio, “un’entità fi sica, percepibile dalla collettività e scientifi camente analizzabile dagli specialisti, prodotto dell’interazione tra fattori naturali ed azioni umane, permeata da segni, tracce e culture delle molteplici stratifi cazioni storiche, un sistema in continua evoluzione, sottoposto ad eventi spontanei e mutazioni indotte dall’uomo, che contiene in sé le premesse per le mutazioni future”, io credo che si debba decidere su come dove e quando si richieda un progetto e di che tipo, ma in termini diversi dagli attuali. 
Una modalità tipica del mio approccio è di procedere per sistemi e per relazioni, anche nell’azione pratica. Dice Ariella Masboungi del progetto di paesaggio: “Geografi a, orizzonti, lettura territoriale vista da un’altra scala, pensiero del vuoto, gioco con l’aleatorio, lentezza dei tempi di trasformazione di uno spazio vegetale, sono altrettante guide per pensare a una delle questioni più scottanti che siano poste alla città futura, quelle della città territorio.” Un grande laboratorio è proprio quello della discontinuità, come modalità di comprensione del reale e come modalità di formare una domanda e una risposta. Nell’immediato credo ci sia benefi co spazio per azioni omeopatiche, che accettino i contesti esistenti per modifi carne solo poche armature essenziali, progetti che abbiano però la capacità di mettere in una nuova tensione quei contesti nella loro totalità stimolando principi di riqualifi cazione, degli “enzimi” che puntino su effetti spontanei indotti. Un progetto può consistere anche solo in interventi estemporanei, molto semplici: piantare alberi, promuovere piani del colore e campagne di intonaci, disporre sovrastrutture leggere, immaginare pareti vegetali, sostituire recinzioni, introdurre siepi, curare l’illuminazione. Ma un intervento, anche umile, non deve mai abbassare la guardia della qualità. Anche piantare sette platani, se collocati ad arte e discussi con la gente, può essere un atto importante che trasforma profondamente un luogo. Luigi Prestinenza Puglisi mi defi nisce così: “Come ascoltare e accogliere – si chiede Zagari per le piazze di Saint-Denis – Suger, Robespierre, Simenon e Sengor?” Ecco una domanda tipica del suo lavoro. Si osservi: come ascoltare e accogliere idee astratte, sensazioni. Ma se l’ascolto ha come input l’immateriale, l’output non può essere che la musicalità. E quello della musicalità credo sia il tratto specifi co non solo di questo intervento ma di tutta l’opera di questo progettista così atipicamente italiano”. Mi piacerebbe che fosse veramente così. Diciamo che tutta la mia ricerca aspira a qualcosa di molto simile. I progetti che ho realizzato hanno sempre avuto l’ambizione di un’utopia critica, basata però su una grande concretezza. Al tempo stesso ho cercato di sperimentare nuove strade sempre cercando di mantenere viva almeno una piccola febbre di sensibilità. Vorrei usare come un mio motto le parole di Vanna Fraticelli: “come qualsiasi atto creativo, (il progetto) non può che comunicare un giudizio soggettivo, mettendo in luce alcune cose rispetto ad altre, che pure magari appaiono ad altri soggetti, con il coraggio di sfi dare l’incomprensione”. |