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stefan tischer - profilo | Stampa |
Scritto da Fabrizio Mangoni e Vito Cappiello   
giovedì 10 aprile 2008
Capita sempre più spesso, a noi urbanisti, di essere sollecitati sugli esiti fi sici delle nostre previsioni e, da quando i temi dell’ambiente, della sostenibilità, del paesaggio si sono affacciati prepotentemente nella nostra disciplina, il “progetto di paesaggio” è entrato nella farmacopea del nostro strumentario. Questo richiede di affi nare il nostro modo di interrogare la natura, di interpretarne le sue dinamiche profonde. Personalmente, in una recente esperienza progettuale realizzata insieme con un’artista di arte-natura, fi nalizzata a creare un “bosco narrante”, ho provato a sperimentare approcci non antropocentrici al tema. La natura, il giardino, l’ortus, sono solo in minima parte “altro da noi”, dalla nostra natura. Da questo tipo di sollecitazione intellettuale nasce l’interesse verso questo ciclo di conferenze sul paesaggio, e anche l’interesse verso i lavori che Stefan Tischer ci presenterà. Dei suoi lavori ho avuto modo di vedere quello elaborato con Metrogramma e Helene Hoelzl per gli studi sui programmi di “densifi cazione”… insediativi di Bolzano.

L’interesse di quel lavoro, che è ovviamente il più vicino per molti aspetti, al piano urbanistico, è l’interpretazione in senso ecologico dello sviluppo insediativi, basato sull’analisi dei paesaggi. Poi credo che alcuni di noi hanno visto l’installazione alla Certosa di Padula, e conoscono le esperienze di Tischer nel progetto di piccoli spazi. Credo che ci rendiamo tutti conto di come la sistemazione di una piazza, di un marciapiede, di un fronte pedonale o stradale davanti ad un edifi cio interessante dal punto di vista architettonico, sia una delle prove più diffi cili, anche per progettisti esperti. L’interesse del lavoro di Tischer in questo ambito è duplice. Da un lato, trovo innovativo il suo approccio “non romantico”, privo di nostalgie contemplative nel progettare i piccoli spazi verdi. Tischer sembra consapevole che queste piante, devono convivere col mondo contemporaneo, trovare senso negli interstizi di un mondo che deposita ovunque le sue scorie visibili e invisibili. Dall’altro una forte attenzione alla manutenzione, alla capacità delle sue installazioni (spesso mi sembra la defi nizione più propria di alcuni progetti), di sopravvivere nei contesti in cui sono creati. Chiudo qui la presentazione e, tenendo nella mente la bussola di queste rifl essioni sintetiche, mi accingo, insieme agli altri, ad ascoltare le parole ed a vedere i progetti di Stefan Tischer.

Fabrizio Mangoni di S. Stefano
professore associato di Urbanistica,
Facoltà di Architettura Università Federico II di Napoli 

Stefan Tischer, architetto paesaggista formatosi presso la ENSP di Versailles e la TU di Monaco, dal 2002 è professore e direttore del dipartimento di architettura del paesaggio dell’università di Montreal. Nato a Monaco nel 1965. Ha studiato a Monaco, Urbino e Versailles. Ha all’attivo molte realizzazioni, soprattutto progetti di spazi aperti in Germania, Italia e Francia. Genericamente si potrebbe dire che lavora in uno spazio di transizione tra progettazione del paesaggio e urbanistica. Ha insegnato in diverse Università: scuola superiore di arte a Berlino, Weissensee, ENSP Versailles, l’Università di Camerino/Ascoli Piceno e l’Università di Illinois/Chicago. Dal 1995 al 2000 lavora come architetto paesaggista e progettista urbano a Monaco di Baviera e a Berlino. Nel 2001 è consulente dell’UNESCO presso l’ENA a Rabat. Nel 2002 lascia Berlino per trasferirsi a Montréal, dove dirige l’École d’Architecture de Paysage Nel 2003 ha ricevuto dalla Fondazione Forberg-Schneider il prestigioso “Prix Belmont” per l’architettura del paesaggio e il progetto urbano.

È tra i fondatori della rivista internazionale Topos European Landscape Magazine. Collabora con altri architetti di chiara fama come Massimiliano Fuksas, Otto Steidle, MVRDV ed è noto per le sue ricerche e i suoi progetti di paesaggio alla scala urbana: “Habitat01” per la città di Bolzano (con Metrogramma e Helene Hoelzl) e “Urban Catalyst” a Napoli. I suoi progetti in Germania, Italia, Francia e Canada propongono nuovi approcci concettuali: un’interpretazione contemporanea della tradizione di architettura del paesaggio e la sua transizione verso l’urbanistica, l’architettura e le arti. Tramite numerosi progetti, realizzati in proprio e in collaborazione, Stefan Tischer mostra a diverse scale l’approccio di un “landscape urbanism”, dove il concetto del paesaggio tende a defi nire un’idea di città e di sviluppo. Allo stesso tempo con i suoi progetti sembra affermare che la realtà e i bisogni della città possono creare un nuovo modo di progettare e realizzare interventi nel paesaggio naturale e agricolo. Tra le principali realizzazioni: la riqualifi cazione dello spazio alla memoria del campo di concentramento di Ravensbrück (con P. Oswalt); gli esterni del Ministero dei Lavori Pubblici a Berlino (1999); gli esterni della Facoltà di Chimica dell’Università Tecnica di Dresda (2000); il parco della memoria del campo di concentramento di Ravensbrück (2001); gli esterni della biblioteca dell’Università a Dresda (2001); il restauro del parco di Villa Rinaldi ad Asolo (2002); il campus dell’Università di Wismar (2002); gli esterni della nuova Facoltà di Fisica dell’Università Humbold a Berlino-Adlershof (2003). Tra i concorsi: nel 2001 il 1° premio per il Progetto Futuro a Basilea; il 1° premio per il Kaisaniemi Park a Helsinki; il 2° premio per il campus Jungfernsee a Potsdam; i giardini espositivi a Chaumont sur Loire, Métis, Padula e Montréal. Nei progetti e nelle realizzazioni di Stefan Tischer si legge un equilibrio tra innovazione e misura dell’intervento.

Le modifiche ai luoghi, agli edifici, ai monumenti, che egli propone assumono immediatamente il senso della adeguatezza e dell’appartenenza. Desidero citarne solo alcuni che colpiscono particolarmente, come, ad esempio il mirabile intervento di riqualifi cazione dello spazio alla memoria del campo di concentramento di Ravensbrück ed il Memorial Mittelbau-Dora. Entrambe le occasioni erano di particolare interesse, ma anche di particolare diffi coltà, trattandosi di dare forma a luoghi ed eventi universalmente famosi per l’orrore di quanto avvenuto in essi. Eccedere nel disegno, o retrocedere dall’esprimersi attraverso scelte formali avrebbero costituito entrambi un fallimento della missione affi data. L’una ipotesi avrebbe potuto snaturare i luoghi e la memoria sovrastandoli con un segno eccessivo, di un paesaggismo non adeguato al racconto da fare, e quindi potenzialmente irriguardoso; per opposto l’altra ipotesi, rifi utando il confronto con gli eventi ed i luoghi, avrebbe confi nato l’intervento in una sorta di “afasia progettuale”. La soluzione adottata, basata su pochi essenziali segni che “memorizzano” le tracce, e su poche essenziali trasformazioni dell’orografi a delle preesistenze, riesce a comunicare, in una sorta di rassegnato accoglimento dello strazio subito da migliaia di vittime innocenti, la tristezza, l’orrore ed il desiderio che quanto avvenuto non abbia mai più a ripetersi. Il progetto si pone quasi come una traduzione architettonica delle didascalie fi nali del bellissimo fi lm Hiroshima mon amour, riferito all’altro grande evento distruttivo di migliaia di vite della seconda guerra mondiale, ed in particolare della frase fi nale “ricordare per non morire, dimenticare per vivere”.

La misura e la sapienza paesaggistica di Tischer emergono anche, secondo me, in altri progetti, come nel Memorial Fort Zinna, dove il progetto viene tutto giocato su di una lunga scritta evocativa lungo il muro di cinta che accompagna il percorso di ingresso e su di una sorta di piazza ottenuta con piani e muri inclinati, che contemporaneamente denunciano la differenza rispetto ai luoghi, ma invitano alla permanenza in un ambito che spinge alla meditazione ed alla rifl essione. La stessa misura si ritrova anche nel progetto paesaggistico per il Park Berlin-Wartenberg, anche se, opportunamente, in una declinazione più solare e giovanilistica. Ai contenuti del parco, frammistione di segni esistenti recuperati e di elementi estranei, ma che enunciano “appartenenze” innovative, si accoppia una grafi ca di comunicatività immediata sia per gli artifi ci compositivi dedotti da un procedimento decostruttivo, sia per una sorta di “logo” iniziale in movimento, che esprime la dinamicità evolutiva del parco legata alla sua utilizzabilità. Infi ne, l’attenzione di Tischer non sembra esclusivamente focalizzata solo sul paesaggio esterno alla città, ma anche sullo spazio della comunicazione e dell’educazione al progetto. Il che fa sospettare una volontà, tutt’altro che secondaria di estendere l’interesse del paesaggismo da quello dello spazio naturale a quello dello spazio urbano, a quello dello spazio dell’immaginazione mentale.

Vito Cappiello
professore Ordinario di Architettura del Paesaggio e del Territorio
Facoltà di Architettura dell’Università Federico II di Napoli

 
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