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Qualcuno si chiederà cosa c'entra la musica con l'architettura. forse riuscirò a spiegarlo più tardi. Intanto devo raccontarvi cosa è accaduto sabato sera a Roma nella cavea dell'auditorium di Renzo Piano. 
Quelli della mia generazione, quelli nati cioè alla fine degli anni '50, hanno assistito a rivoluzioni musicali più o meno annunciate, sono cresciuti con la irripetibile creatività psichedelica, hard, progressive del Rock degli anni '70 che gli ha fatto amare profondamente questo genere. Lo hanno visto poi balbettare sotto le bordate del punk, archiviare troppo frettolosamente dall'avvento edonista-elettronico degli '80, riesumare da epigoni più o meno in buona fede nei '90, celebrare come cultura dominante oggi, da chi da per scontato che Rock sia un riff di chitarra effettata e una voce che intona inni generazionali pre-confezionati. In definitiva, come altre forme espressive dei nostri tempi, lo abbiamo visto entrare in una crisi di contenuti, piegarsi ai diktat dell'industria discografica e dei media, diventare business globale e non riuscire più a rigenerarsi e a emozionarci con qualcosa di meno scontato dei tanti dischi da supermercato uguali a se stessi degli ultimi decenni. Salvando naturalmente rare eccezioni. Ebbene la buona notizia é che un gruppo di quattro islandesi (al secolo i Sigur Ròs) accompagnati da un quartetto di angelici archi (le Amiina) e un manipolo di ottoni, con all'attivo ormai 5 album da studio, è riuscito a convincere qualche migliaio di persone accorse nella capitale in una calda serata di luglio che c'é ancora speranza. Speranza di sorprendersi, di emozionarsi, di sognare, di partecipare, di coniugare magnificamente nuovo ed antico, tecnologia e tradizione, di produrre qualcosa di sostenibile e perfettamente compatibile con gli spazi incontaminati di un'isola che non conosce i problemi delle megalopoli e ancora conserva vive tradizioni antiche (guardatevi lo splendido DVD Heima per verificarlo) e che, in testa a svariate classifiche di vivibilità, sostenibilità, reddito pro-capite, ha fatto dichiarare a Norman Foster, dopo una recente visita, «Mi pare di aver conosciuto la società del futuro». Insomma parliamo di musica ma queste considerazioni sembrano suggerite dai ragionamenti sottesi al Manifesto di Torino uscito dal congresso UIA. Dunque, se ancora non lo avete fatto, procuratevi un album dei Sigur Ròs e ascoltatelo. Magari rileggendo il manifesto. Probabilmente avrete già sentito il loro inconfondibile sound soppiantare le musiche di Brian Eno come sottofondo di un filmato in qualche mostra, ma andando a fondo scoprirete che è dagli anni '70 che non si ascoltava una band cosí emozionante e tocca a voi decidere se il miracolo islandese è una via che vale la pena di seguire.
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