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Il Manifesto di Torino | Stampa |
Scritto da aldo loris rossi   
lunedì 01 settembre 2008

Il 26 aprile 1948, esattamente 60 anni orsono, fu fondata a Losanna (Svizzera) l'U.I.A. (Unione Internazionale Architetti) col proposito di “riunire su basi democratiche gli architetti di tutto il mondo senza distinzione di nazionalità, razza, religione e dottrina architettonica”.

Questo organismo nasceva nello spirito di ricostruzione e palingenesi universale diffuso dopo la seconda guerra mondiale, la più sanguinosa e devastante della storia. Tale spirito si incarnava nella creazione dell'ONU (Organizzazione Nazioni Unite), un istituzione politica intergovernativa formalizzata il 26 giugno 1945 nella Conferenza di San Francisco (USA) con l'obiettivo di garantire “la sicurezza collettiva, il mantenimento della pace mondiale, la salvaguardia dei diritti umani” e, più in generale, i principi della democrazia.

Tre anni dopo le Nazioni Unite ribadivano e precisavano questi principi nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo (1948); dunque, nello stesso anno della fondazione dell'UIA che, in sostanza, declinava quegli stessi principi come diritto alla città e all'architettura. Da allora l'UIA si è impegnata anzitutto attraverso i XXIII congressi triennali a diffondere i principi della democrazia e dell'architettura moderna identificata, nel ventennio '48-'68 soprattutto con lo statuto funzionalista codificato dalla Carta di Atene ('33-'42) redatta da Le Corbusier.

Il maestro svizzero era a tal punto consapevole della radicale “riforma dell'architettura” promossa dai suoi principi da scrivere che essi “preannunciano un estetica sostanzialmente nuova. Non ci resta più niente dell'architettura delle epoche passate”. Pertanto stendeva la “Carta” della nuova architettura in 95 punti, cioè, nello stesso numero in cui era articolata la “riforma del cristianesimo” di Lutero (Wittemberg, 1917); una singolarità, a quanto ci risulta, mai rilevata e spiegata.

La forza dello statuto funzionalista era tale perché, indifferente alla Natura e alla Storia, tendeva a coincidere con l'ordine geometrico-meccanico del taylorismo industriale. Inoltre, congruente con l'economicismo e il mercatismo, moltiplicava la sua potenza pervasiva nella globalizzazione provocando dal dopoguerra la più grande espansione demografica, economica e urbana della storia. Ma dal 1968 in poi, sebbene anticipate da profetiche intuizioni, emergevano critiche sostanziali allo statuto funzionalista, espressione del paradigma meccanicista (analitico-riduttivo) e del mito dello “sviluppo illimitato”, che risultavano sempre più insostenibili. In sostanza, di fronte alle patologie che affliggevano le megacities e gli ecosistemi ormai ingovernabili, si imponeva progressivamente una nuova visione epistemologica e culturale che scopriva, viceversa, la straordinaria vitalità del paradigma ecologico (organico-sintetico) che spiegava i processi di formazione dei fenomeni fisici e della crescita degli organismi viventi denunciando la realtà dei “limiti” dello sviluppo e dell'ecosistema planetario in equilibrio autoregolato.

Il Manifesto di Torino, adottato dal XXIII Congresso mondiale dell'UIA, documenta la legittimità e l'urgenza di questa svolta epocale nella maniera di intendere l'architettura, indicando una strategia orientata alla “pacificazione tra tecnosfera ed ecosfera”. Infatti, se si vuole uscire dall'odierna crisi che minaccia ormai la sopravvivenza del pianeta, occorre dirigersi senza indugi verso una frontiera eco-metropolitana fondata, cioè, su una “nuova alleanza” con la Natura.

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