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il paesaggio, perché | Stampa |
Scritto da Mirko Zardini   
domenica 10 marzo 2002
Per ritrovare una sua capacità effettuale l’architettura deve oggi utilizzare come materiali gli “scarti” della città contemporanea e gli spazi lasciati aperti dalle altre discipline. Essa deve inventare nuove strategie di intervento, sempre meno legate alla produzione di oggetti, e sempre più alla produzione di “effetti architettonici”. Gli strumenti con cui operare sono i resti, i frammenti, le rovine della produzione intellettuale dell’architettura moderna, ma anche concetti e strategie elaborati in altre discipline. Si tratta di una “architettura di spoglio”. Campi di intervento non sono più la città tradizionale, la città storica, la metropoli moderna, o la periferia, ma la 100 Mile City, la città territorio, la città regione, la città diffusa, la megalopoli, la megistopoli, le città globali, al cui interno le vecchie definizioni di città, periferia e campagna assumuno un nuovo significato. Queste parole infatti si dissolvono, sovrapponendosi lentamente tra loro. Molte di queste letture e interpretazioni del territorio ripropongono ancora una volta l’idea di una città contemporanea caotica, creata attraverso la giustapposizioni di frammenti isolati e indifferenti l’uno all’altro. Tale lettura comporta una conferma dello stato di fatto, e una rinuncia a qualsiasi intervento critico.

Sarebbe invece più interessante, utile e produttivo sottolineare il sistema delle relazioni più che le qualità di ogni singolo frammento. In questo modo non sarebbe più il singolo elemento, isola urbana o edificio che sia, a attirare la nostra attenzione, ma piuttosto il sistema di relazioni tra i diversi elementi. Il sistema di relazioni, e quello delle stratificazioni, non possono però essere ancora pensati come un sistema unitario. Si tratta invece di riconoscere i diversi sistemi che si accavallano, che provocano interferenze e sovrapposizioni, e che cancellano la precisione delle relazioni a favore della distorsione e dell’ambiguità. Non la precisione, ma l’approssimazione, non la nitidezza ma la sfumatura, non la messa a fuoco, ma il fuori fuoco sono le qualità e i caratteri di questo nuovo paesaggio. Il concetto stesso di spazio diventa inadeguato. Il termine spazio infatti suggerisce qualità del tutto astratte, molto diverse dalle connotazioni realistiche immediatamente connesse con il termine di paesaggio, che meglio esprime un sistema articolato di relazioni, la compresenza di insiemi diversi e sovrapposti, che sottolinea l’idea di mescolanza, e meglio comprende il carattere ibrido che contrassegna la metropoli contemporanea. Sostituire il concetto di spazio con quello di paesaggio non comporta quindi un cambiamento dimensionale nella lettura dei fenomeni, ma qualitativo: esso sottolinea la presenza di specifiche e concrete caratteristiche.

La dimensione fisica, la scala degli interventi non costituisce più il fattore determinante: gli interventi sono da valutare in base agli effetti prodotti, e non esiste più un rapporto diretto tra dimensione ed effetto. Il concetto di intensità sostituisce quello di dimensione. Invece della grande scala dobbiamo considerare la grande intensità, che si può ottenere attraverso il gioco dei contrasti (di scala o di carattere). Questo processo segna anche un indebolimento del valore e del ruolo dell’edificio. In questo gioco di relazioni l’edificio acquista infatti un valore relativo; esso non costituisce più l’elemento predominante, ma entra a far parte di un gioco più complesso, in cui elementi finora considerati secondari acquistano una presenza sempre maggiore. Questo processo mette in crisi l’unità stessa dell’edificio, che perde la sua integrità e vede alcune sue parti, o elementi, come la facciata, o meglio l’involucro, acquistare ruoli e significati del tutto indipendenti. La pelle, l’involucro, partecipano quindi ad un nuovo sistema di relazioni tra interno ed esterno, superando la tradizionale distinzione opaco e trasparente. Essi appartengono non più all’edificio soltanto, ma al mondo degli interstizi, esterni od interni. Lo spazio tra gli edifici non è infatti uno spazio vuoto. La parola “vuoto” ha, come il termine spazio, un valore assoluto: essa sottolinea l’elemento in sé, isolandolo dal fitto sistema di relazioni in cui è inserito, e ne cancella le caratteristiche e le specificità. E’ opportuno quindi quindi sostituire la parola “vuoto” con la parola “interstizio”; con tale concetto non indichiamo più il vuoto, ma il vuoto “tra le cose”, o dentro le cose. Un interstizio è uno spazio non isolabile in se stesso: esso acquista significato proprio per il suo essere un intervallo tra elementi diversi, da cui deriva le sue qualità. Uno spazio vuoto è in realtà un interstizio tra due edifici. E un edificio, a sua volta, un interstizio, tra due vuoti. Il termine interstizio non fa riferimento alla scala.

Esso indica un nuovo sistema di relazioni tra gli edifici. Propone inoltre un diverso rapporto tra spazio esterno e spazio interno, un rapporto in cui il confine, la distinzione tra i due si è indebolita. E’ il concetto di “interstizio” che oggi esprime, più che quello di edificio o di spazio aperto, le relazioni, i significati e le tensioni della città contemporanea. Il contenuto di un intervento deve essere quindi individuato non tanto nel singolo edificio o nel “vuoto”, ma nel concetto di “intervallo”, che sostituisce entrambi. La città contemporanea presenta anche dei nuovi caratteri. Prima di tutto, anche se densa, essa ci appare come una città naturale, di una naturalità nuova, fatta di spazi aperti grandi e piccoli, di resti di territorio agricolo, di depuratori, di biotopi, di aree ecologiche protette, di colline, parchi, centri sportivi, giardini. Questa naturalità penetra a tutte le scale. Il piccolo giardino, l’orto, lo spartitraffico, l’aiuola, il campo giochi contribuiscono a creare quell’atmosfera di naturalità urbana che non ha bisogno del disegno formale dei grandi parchi urbani dell’ottocento e dei giardini dei nuovi complessi per uffici per essere compresa e riconosciuta. Non è più un territorio, non è più una periferia. Essa rappresenta una nuova ecologia. E’, finalmente, un nuovo paesaggio, un paesaggio ibrido e eterogeneo. Attraverso la modificazione, la trasformazione, l’intensificazione, la correzione dei diversi elementi che costituiscono questi nuovi paesaggi urbani è possibile avviare un processo tutto interno alla città contemporanea di “manipolazione genetica”. Questo processo investe non solo gli edifici, scomposti nei loro elementi costitutivi, ma anche gli spazi aperti, le strade e i parcheggi, i prati e le alberature, i materiali e l’illuminazione. Intensificando le specifiche caratteristiche dei diversi elementi e modificando il sistema di relazioni si ottiene un paesaggio dove prevale l’idea del contrasto, dell’accostamento incongruo, del non-finito, dell’irregolare, della varietà, dell’insolito. Un nuovo “pittoresco urbano” che riflette il prevalere, nella nostra società e nelle nostre città, del carattere individuale su quello collettivo. Il concetto di “pittoresco” corrisponde di nuovo oggi alla nostra sensibilità e ci permette di comprendere e manipolare il paesaggio prodotto dalla città contemporanea. Il pittoresco, che indicava inizialmente ciò che era proprio della pittura, definisce oggi, nel linguaggio comune, “qualcosa di vivace e colorito, piacevolmente disordinato e irregolare” che suscita emozioni estetiche; si basa non sulla ragione ma sul sentimento, sull’emozione, sulla percezione.

La dissimmetria e la varietà, l’irregolarità, l’insolito, l’intrico, la materia grezza, i valori tattili, diventano qualità estetiche del pittoresco. Il pittoresco è inclusivo, incorpora cioé allo sguardo il paesaggio circostante; accetta l’espressione individuale; cancella la tradizionale distinzione tra naturale e artificiale. Si tratta di ripetere oggi quel capovolgimento di attitudine che il pensiero pittoresco ha già prodotto una volta. Come osserva Raffaele Milani “ciò che prima, nel regime classico, era considerato improprio, non adeguato, brutto, difforme” viene con il pittoresco considerato una qualità. Anche oggi ciò che fino ad ora abbiamo considerato come elementi negativi della città contemporanea, l’eterogeneità, la varietà eccessiva, il disordine, la disarmonia, l’accostamento incongruo di pezzi diversi costituiscono ora una risorsa, una qualità per la definizione di un nuovo paesaggio. E’ quindi utile accettare l’idea della molteplicità, dell’eteogeneità e del contrasto, che sembrano caratterizzare la città contemporanea, accettare l’espressione della città attraverso le sue individualità. Ciò non deve portare a leggere la città contemporanea come un semplice accostamento di elementi inconscibili ed estranei, ma deve costringerci a definire una strategia in grado di utilizzare, trasformare, trarre vantaggio da questa eterogeneità.

Questa strategia è quella del pittoresco. Ma accettare l’eterogeneità della città contemporanea, non è un fatto semplicemente estetico, ma politico, sociale, etnico. Non si tratta di mascherare od esorcizzare, attraverso una fittizia varietà, una realtà concepita come sempre più uniforme, omogenea e controllata o nascondere sotto un disordine apparente e una anarchia visuale un ordine “nascosto” sempre più forte e pervasivo. Si tratta invece di riconoscere, accettare e dar voce alle diverse “individualità” presenti nella società e nella città contemporanea, facendo sì che la loro compresenza costituisca un paesaggio politico, sociale, fisico, più ricco ed articolato, basato sul confronto e non sulla reciproca esclusione, riconferendo così una nuova consistenza alla città di inizio millennio. Per fare questo dobbiamo tornare al concetto di paesaggio, e ai concetti, alle strategie, alle tecniche messe in atto dalla disciplina paesaggistica. E soprattutto, dobbiamo guardare la realtà con occhi diversi.

 
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