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il valore dell'appartenenza nella diversità | Stampa |
Scritto da Marco Casamonti   
martedì 10 febbraio 2004

Se la scuola napoletana ha un merito, un'identità, una consistenza e in ultima analisi una sua attualità questa è legata, oltre alle opere, alla presenza - singolarmente nutrita rispetto ad altri contesti - di storici e critici che hanno animato e animano il dibattito architettonico contemporaneo. Si tratta di personalità autorevoli a cui sono legate pagine di saggistica e di analisi storico-critica che costituiscono i fondamenti su cui si sono formate e ancora si formano intere generazioni di architetti. Cesare De Seta, Renato De Fusco, Benedetto Gravagnuolo, Alfonso Gambardella - l'elenco potrebbe continuare senza perdere d'intensità e acume critico - saprebbero certamente scrivere, con maggior pregnanza rispetto al sottoscritto, su una vicenda che li vede direttamente coinvolti. Tuttavia, proprio per essere essi stessi partecipi e coautori di un'enclave culturale di cui sono senza esitazione protagonisti, ho accettato, con comprensibile timore, l'ipotesi di una lettura esterna che non corresse il rischio dell'intreccio tra l'analisi critica e l'autobiografia, accogliendo l'ipotesi, forse non del tutto errata, che difficilmente si può essere critici di se stessi. E che la critica, con le sue variegate inclinazioni operative, così come la scuola, nel senso di una presenza fortemente connessa con la partecipazione alla vita e ai diversi fermenti della facoltà, si riversino direttamente nelle scelte e nelle adesioni linguistiche dei sessantatre progetti raccolti in questa selezione retrospettiva, appare come il dato di partenza di un'osservazione immediata e sintetica.

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Progetti ben individuabili nella loro alterità, quelli compresi tra le migliori opere degli architetti napoletani realizzate tra il 1 970 e il 2000; sessantatre architetture che abbandonano la coerenza e la comunanza che avevano contraddistinto sia gli anni del regime, con le straordinarie realizzazioni alla mostra d'Oltremare, il bellissimo Palazzo delle Poste di Vaccaro e Franzi o l'edificio di via Marina di Canino, sia gli anni successivi alla guerra, dove quel misto di accademia e modernità espressa nelle opere di Carlo Cocchia e Giulio De Luca sembra consolidarsi nel razionalismo mediterraneo che ha in Luigi Cosenza il suo migliore interprete. Messe una accanto all'altra, questa variegata sequenza di opere selezionate con il criterio della progenitura - si tratta in tutti i casi di architetti napoletani - mostra le provenienze, le passioni e le pulsioni, personali o collettive, che hanno attraversato e che in parte ancora attraversano le molte anime di una città e di un ambito culturale costituzionalmente eclettico.

Inoltre la raccolta mette a confronto, complicando ulteriormente una lettura trasversale rispetto ai progetti, generazioni di architetti differenti, spesso maestri ed allievi secondo fila operative che tendono necessariamente a sovrapporsi senza differenziarsi. Tuttavia il panorama che ne scaturisce appare molto più partenopeo del candore razionale che emerge dall'iconografia asettica e internazionale, ancorché mediterranea, espressa nei capolavori dello stesso Cosenza assimilando, nella confusione dei linguaggi, quella sintesi espressiva che Vittorio Magnago Lampugnani ha definito, in un saggio di una decina di anni fa, come lo specchio della città delle contraddizioni sospese. Così come "i ruderi greci sussistono a quelli medioevali, il gotico arriva a toccare il rinascimento, il barocco si scontra con il neoclassicismo, l'eclettismo urta contro il moderno", in questi ultimi trent'anni il razionalismo è sopraffatto dal brutalismo meccanicista, il citazionismo secessionista coesiste con una più ampia adesione storicista, mentre un minimalismo massivo di derivazione portoghese sembra affiancare, nelle opere dei più giovani, echi spagnoleggianti o addirittura nordeuropei. In una città dove ogni pietra, ogni scorcio, ogni manifestazione della vita ha un sapore agrodolce, in un contesto sociale dove ironia e malinconia, nobiltà d'animo e scaltrezza, si alternano nell'infinito sovrapporsi di luci e di ombre, gli architetti e i loro esiti costruiti non possono non rappresentarsi se non attraverso un caleidoscopio di immagini e linguaggi che qui appaiono più estremi e spigolosi che altrove.

Lo stesso centro direzionale, che del trentennio attraversato rimane l'episodio di trasformazione più eclatante, raccoglie e rilancia quelle contraddizioni che solo a Napoli sembrano coesistere e resistere a qualsiasi evento. In questa ripetuta e ineluttabile catarsi, dove lo stesso terreno, le stesse fondamenta, non consentono certezze per via di una città doppia e sotterranea che ne rappresenta in negativo l'impronta, gli architetti continuano ad operare lottando contro avversità di ogni tipo mostrando il volto migliore di una città che a dispetto del proprio nome, "Nea-polis" città nuova, sembra respingerli.  

 
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