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interno come esperienza | Stampa |
Scritto da Giancarlo Artese   
giovedì 10 aprile 2008
Giancarlo Artese: Mi sembra che lo spazio interno venga inteso da lei in maniera particolare, come uno spazio costruito e non organizzato, concepito come una sorta di sottoinsieme, una categoria inclusa in altre.

Umberto Riva: Non voglio suddividere l’architettura in generi o classi: ci sono degli arredatori di fronte ai quali c’è da levarsi tanto di cappello ma, tranne Scarpa, tutti hanno visto gli interni come una specie di conseguenza, il risultato di una rappresentazione plastica. Io non sono riuscito mai a distinguere dove iniziava l’una e finiva l’altro, in questo senso direi di aver appreso una lezione organica… penso che le scale siano differenti tra esterno e interno, ma in qualche modo l’esperienza spaziale è sempre riportata all’esperienza di uno spazio interno. Di conseguenza quando bisogna scegliere un’apertura c’è la verifica di questo passaggio, affinché ognuno esalti l’altro e non si danneggino a vicenda. Il tema dell’architettura è il tema della luce, dove meglio la luce può avere una risonanza, un suo riverbero.

ga: L’architettura viene disposta, strutturata in base al rapporto con la luce, alla mediazione che si vuole ottenere. C’è qualche caso in cui il rapporto con la luce è stato ancora più determinante?

ur: Direi che in tutta l’architettura fatta al sud la luce gioca un ruolo determinante. Qui al nord si fa tanta fatica…

ga: Pensavo a casa Miggiano in cui c’è una sorta di smorzamento, di rifrazione continua, e poi a un altro esempio, il negozio a Padova, dove c’è un sistema di aperture in cui la luce naturale viene a fondersi e a mimetizzare quella artificiale…

ur: Lì c’è il tema della ridotta potenzialità luminosa che veniva dalla strada stretta, di conseguenza c’era il bisogno di usare un artificio per rafforzare la luce naturale mediante quella artificiale con i pannelli rotanti.

ga: Normalmente nel progettare si procede da un elemento “più grande” (la distribuzione delle funzioni), per arrivare attraverso passaggi successivi all’elemento finale, non necessariamente decorativo, ma comunque un dettaglio. Nel suo lavoro sembra esserci piuttosto un percorso in linea, dove il dettaglio non è un punto finale, un’unità minima, ma semmai un punto di rinvio, un rimando ad altro.

ur: In effetti spesso mi tirano in ballo la storia del “cultore del dettaglio” e della relativa poetica: il dettaglio è soltanto il rafforzamento di un’idea di cui non è che il commento, il virtuosismo artigianale non è mai fine a se stesso. Solo che sovente per arrivare a una semplificazione più efficace, anche formale, bisogna avere una messa a fuoco di quegli elementi che la possono in qualche modo rafforzare. Per esempio una cerniera, fa che la porta non sia più una porta, ma “un muro” che si muove: allora ecco che il dettaglio acquista una sua necessità, una sua forza, senza considerare i casi in cui la soluzione particolare trasforma in “qualità” una difficoltà di progetto.

ga: A proposito di artigianato, il rapporto con gli artigiani è forse una delle componenti più interessanti del mestiere di architetto…

ur: Il punto è che oggi siamo costretti a portare il progetto a un grado di definizione altissimo e, mentre prima la continua verifica era lasciata al cantiere, adesso tutto questo non è più permesso. Così ti chiedono un approfondimento sempre più pertinente alla complessità di quello che si affronta, riducendo via via la possibilità delle verifiche sul campo. Alcuni artigiani a cui mi rivolgo sono ormai come collaboratori: si ha sempre bisogno del conforto di chi ha la consuetudine con i materiali, con una tecnica. Io sono molto “visivo”, illogico, posso anche intuire a volte nella giusta approssimazione un’idea, però mi manca sempre qualcosa, ho sempre bisogno di una conferma. Appartengo alla categoria dei sensitivi, di persone sensibili educate attraverso una consuetudine quotidiana al disegno, per cui certi segni sono sempre carichi di necessità, d’informazione o hanno in nuce certe potenzialità: la forma, nata da una questione puramente visiva, viene a precisarsi secondo approssimazioni successive. Anche nel mestiere di architetto la sperimentazione può non essere scientifica, tecnica ma puramente visiva, per poi trovare nel fare, nel realizzarsi, una sua legittimità. Questo mi conforta, altrimenti sarebbe stato un mestiere che non avrei potuto affrontare… infatti per un anno o due ho fatto il pittore!

Alessandro Papari, Tavolo 1

ga: Cosa ne pensa dell’uso del computer nella progettazione, di questa tecnologia forse non usata come si potrebbe, a disposizione soprattutto dei giovani architetti?

ur: Insidioso… è un modo di comunicare estremamente in-eloquente che fa fraintendere i segni, rendendo plausibile ciò che non lo è: il computer dà risoluzioni, ma non delle ipotesi. Io progetto sempre a matita, poi segue una seconda fase al computer; quando qualcuno ha voluto abbreviare il primo passaggio, il risultato è sempre stato riduttivo. È in atto una trasformazione del progetto di architettura e del modo di affrontarlo, sempre di più l’elaborazione è lo studio di un team in cui ormai si lavora per competenze, in cui tutto è fatto per settori.

ga: C’è modo di sottrarsi a ciò, secondo lei? ur: Questo non lo so, mi sembra che tutto stia naturalmente cambiando. Gli architetti diventano sempre più degli stilisti, lasciando poi la competenza della sostanza del progetto a tecnici molto più avveduti. L’architettura evidenzia una precarietà: pensi all’opera di Koolhas, di Gehry, architetture destinate a non sopravvivere molto, messaggio diverso rispetto all’architettura tradizionale, intesa come qualcosa che il tempo doveva arricchire nei materiali, nella luce. Adesso è il contrario: penso a edifici che nascono già come rovine, come un mucchio di rottami o come macchine, veicoli che dallo splendore iniziale sono portati rapidamente a deteriorarsi a causa dell’aggressività del tempo e dell’uso. Anche l’uso dell’architettura è completamente cambiato, la gente non vuole più fare un’esperienza, mentre il problema del degrado rapido, del vandalismo sono tutte nuove componenti del progetto di architettura, così l’artigiano è sempre più destinato a diventare un tecnico… bisogna essere preparati a ciò. ga: Un altro degli elementi che stanno cambiando è il tempo, quello necessario a progettare e costruire. Come si è adattato il suo metodo di lavoro, fatto di verifiche, di avvicinamenti successivi, a tutto ciò?

ur: Molto aiuta anche l’esperienza e poi la mia formazione, che è stata singolare. Sono sempre stato abbastanza marginale, dopo un inizio brillante, come possibilità. Tra gli anni ’60 e ’70, lavoravo da solo, facevo tutto io: i lavori erano pochi ma mi permettevano di sopravvivere, ero ambizioso solo nella misura in cui mi interessava il progetto e la sua possibilità di riuscita, non professionalmente… sono sempre stato uno ai margini.

ga: Questa, alla fine, è stata una forza.

ur: Sì, come quando per fare una casa ci ho impiegato quasi due anni, oggi non sarebbe pensabile… oggi uscirebbe un progetto già completamente elaborato, dove tutte le verifiche sono già state affrontate in studio: sì, è diventata una forza nella misura in cui c’è stata una continuità tra vita e lavoro.

ga: Mi piacerebbe parlare del rapporto con il committente e capire da cosa parte nella progettazione: c’è sempre molto ascolto di quelle che sono le sue necessità, la ricerca di una sintonia… poi parliamo della differenza tra committenza privata e pubblica.

ur: Malgrado tutto, preferisco il pubblico al privato, le esperienze con il privato sono sempre state fallimentari, anche dal punto di vista economico. Con il privato si crea un rapporto cordiale, di amicizia, un po’ perché devi fare meno violenza possibile, un po’ perché il mio studio è talmente piccolo che non riesco mai a creare dei filtri tra me e il committente. Poi intervengono desideri legittimi, ma che non hanno niente a che fare con l’architettura, che corrispondono ai loro modelli di comportamento, di qualità spaziale. Quando si è giovani si è condizionati dall’urgenza della realizzazione come grande momento, i progetti devono essere costruiti altrimenti manca la parte uditiva, fisica. Casa Miggiano, ma anche casa Frea, sono state realizzate in condizioni difficili, speciali. Intanto non c’erano soldi, folle lui a darmi il lavoro, folle io ad accettare, non che non sia stato contento ma sono stato costretto a dei rischi, anche se poi tutto è andato bene. L’impresa lì non esiste, ci sono piccoli gruppi di artigiani, un capo operaio, la lettura dei disegni è inesistente, ma c’è la disponibilità a discutere, perché le difficoltà dovute a inesperienze e fattori economici precisi hanno obbligato a ridurre il ventaglio di possibilità e di errore, non si poteva sbagliare. Da parte mia, un po’ perché andavo al sud, un po’ perché da dieci anni non vedevo un cantiere, ero contento di poterlo fare anche gratuitamente. Riguardo alle scelte, le dirò che gli elementi principali sono il sito, poi il “tema”, infine quello che mi viene richiesto. Questi elementi vengono poi elaborati, anche se spesso sento dirmi che ogni mia architettura è diversa dall’altra. Penso che l’architettura sia un opera di paesaggio, di conseguenza c’è da fare tesoro di quelle situazioni ambientali, economiche o di destinazione che alla fine risultano dei veri elementi formativi. Su tutto, poi, c’è sempre il tema della luce, di una esperienza spaziale che non trovi mai una sua risoluzione ma che sia come un continuum. È difficile che io faccia una forma quadrata in cui ci si pone in mezzo, c’è sempre qualcosa che si scopre solo in un’ esperienza temporale, cioè spazio-temporale, attraverso un percorso.

Alessandro Papari, Tavolo 2

ga: Qualcosa che lasci un margine di incompiutezza, di apertura…

ur: …di non finito, il privilegiare angoli acuti e ottusi per la loro potenzialità, questi gli elementi che interagiscono con la parte legata ai materiali, ai costi. Con il privato questo discorso è più difficile, con il pubblico, se si osservano le richieste e se non si viene meno al budget, alla destinazione, alla fine si viene accettati.

ga: Un momento importante è quello della prima verifica in cui si alzano i muri e si inizia a percepire questo involucro e si vede se funziona o no, se è quello che ci si aspettava che fosse.

ur: Chi ha la capacità riesce già dal disegno, anche solo da una pianta, a controllare il dimensionamento, la proporzione, la qualità spaziale. Io lavoro per piante e sezioni in cui la qualità formale, visiva, del disegno nel suo continuo è una garanzia. Trovo che un progetto in cui c’è una brutta pianta, una brutta sezione, al 90% è anche un brutto progetto. Non lavoro quasi mai in prospettiva, adesso lavoro con i plastici ma non ho nessuna capacità manuale. Un buon progetto ha di solito anche dei bei disegni, in cui i segni vanno a un certo punto al di là della loro espressione informativa, per diventare elemento autonomo puramente visivo: il segno finisce per rappresentare il condizionamento della fisicità del materiale supposto o esistente.

ga: Il disegno dà anche la possibilità di maturare quello che si sta facendo, quello che viene fatto in cantiere può essere anticipato nel disegno.

ur: Necessario. Io sono sempre “fuori tempo”, però so che c’è un tempo di meditazione che proprio non può essere abbreviato se si vuole che certe scelte abbiano possibilità di essere verificate.

ga: Questo discorso del tempo, di difficoltà legate alla sua esperienza, ci porta a un altro problema che è quello del delegare.

ur: Il problema è che a delegare si fa una fatica bestiale, tu fai un approfondimento e poi lo interrompi, poi vai avanti, poi lo riprendi: quando lo faccio da solo, il processo è più continuo perché un segno implica sempre delle potenzialità di altri segni, per associazione, per contrasto… non delego mai. Da me infatti i collaboratori vengono, imparano, poi a un certo punto se ne vanno, giustamente: per loro sarebbe mortificante rimanere sempre in un ruolo subalterno e per me sarebbe punitivo rinunciare a questo tipo di piacere che mi fa stare bene.

ga: C’è un delegare diverso che non è quello del lasciar progettare, ma che è legato alla scelta dell’arredo…

ur: Casa Frea l’ho fatta venti anni fa, venivo da un momento in cui ero stato anni senza lavorare… finisce che, poveri privati, l’architetto dà all’esperienza professionale un investimento legittimo, si vuole arrivare fino al colore del tappeto, però io cerco nella ristrutturazione di intervenire in parti sostanziali che danno carattere formativo allo spazio, e poi l’arredamento è una conseguenza ma non così influente… poi uno la casa deve farsela a sua immagine e somiglianza.

 
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