|

Anche se difendo la sensualità dell’architettura in generale, vorrei dedicare questo commento ad un tema meno sensuale che rappresenta un veicolo necessario, indispensabile e funzionale per una qualità crescente in architettura. Parliamo del concorso di architettura. Il senso del concorso pubblico è quello di ottenere il valore più alto di una media. Normalmente il risultato dipende sempre dai componenti della giuria nel trovare il migliore.
Immaginiamo due tipi di giurati: quelli che giudicano il lavoro dei partecipanti, da un punto di vista artistico e globale e quelli che stabiliscono la funzionalità dell’opera, su livello pragmatico ed economico. La scelta del miglior progetto dipende soprattutto dalla tendenza che prevale tra i due punti di vista all’interno della giuria e dalla forza trascinante di ognuno di loro, considerando che si potrebbe dare la preferenza ad un progetto tenendo conto solo di un singolo elemento oppure scegliere l’insieme come opera d’arte. Il concorso segue un regolamento europeo che obbliga le autorità statali a rispettare le norme in materia di fondi pubblici da stanziare per i vari progetti. Conosciamo diversi generi di concorsi: quello ad inviti dove gli architetti partecipanti vengono selezionati e quelli aperti a tutti. Nelle gare a numero limitato gli architetti sono scelti in base ai curricula. Il concorso a numero aperto invece, prevede una prima fase che porta i giurati a scegliere solo un certo numero di progetti ed una seconda che sceglie il lavoro migliore. Tutto questo viene sempre costantemente regolato dalla Comunità Europea che prescrive la trasparenza dei meccanismi ed il controllo di tutte le procedure. Certamente esistono sostenitori sia del concorso come strumento di formazione e miglioramento della qualità sia gli oppositori che lo ritengono superfluo ed un ostacolo per la scelta dell’“ architetto star” a cui affidare l’incarico prestabilito. Fare i concorsi è una decisione politica, una decisione europea che nessun paese dovrebbe trascurare. I regolamenti della Comunità Europea prevedono delle sanzioni molto dure per le procedure che non sono rigorose in tutti i punti. Purtroppo in Italia non si trova chi denuncia questo stato di cose nel fare e soprattutto nel non-fare i concorsi affidando i grandi lavori pubblici senza l’annuncio di un concorso europeo. Gli architetti hanno l’obbligo di avvertire: ma in molte parti d’Italia ancora si tace! L’esito di un concorso dipende dalla qualità dei partecipanti. Se un progetto suscita l’interesse e la curiosità, se un progetto mira alla realizzazione e non rimane solo su carta, è più probabile di poter contare sulla partecipazione di architetti qualificati. Nel caso in cui la committenza deve investire una notevole somma nell’oggetto del concorso, uno studio di giovani architetti, senza lunghe esperienze nella realizzazione, può incontrare alcune difficoltà nell’essere considerati esperti nella prassi di costruzione. Chi deve realizzare un grande investimento, non invita i giovani per non correre eventuali rischi. Per coinvolgere però sempre di più anche i giovani che hanno idee struggenti, è diffusa in Europa la soluzione di associarsi ad un architetto garante che sostiene il progetto e il suo rapporto sia con i costi che nella fase di progettazione e realizzazione. Nei concorsi ad inviti c’è l’indagine dell’affidabilità dei partecipanti: di quanti componenti consiste la struttura dello studio, se la progettazione si basa su mezzi informatici, ecc. Questa schedatura potrebbe essere fraintesa come condizionamento per la possibilità di vincere un concorso anche se è una garanzia per il committente che è perfettamente consapevole del fatto di non dover superare in nessun caso la somma complessiva dell’opera, di dover realizzare una costruzione indistruttibile per i prossimi cinquant’anni e di dover calcolare infine anche la manutenzione più economica possibile. Gli studi qualificati di architettura sono esperti di queste regole, poiché hanno già vissuto una serie di realizzazioni e ne conoscono tutti i pericoli nascosti. Il punto interrogativo è sempre il consenso della committenza nel voler affidarsi a un’esperienza nuova o di andare sul sicuro! Nella maggior parte dei casi sono richiesti gli architetti esperti di ospedali quando si tratta di un concorso per un ospedale o di architetti esperti di musei quando si tratta di un concorso per un museo. Il committente privato o pubblico però deve partire dalla domanda se ha l’intenzione di incoraggiare i giovani architetti, se vuole aiutarli o se preferisce inseguire le strade conosciute. Una giuria ha il compito di scegliere il migliore dei progetti. Che cos’è il migliore? Forse il migliore non è il più bello, ma forse è più economico di quello con l’idea più innovativa sul piano architettonico? Questo è il grande handicap dei giovani che si devono affiancare ad uno specialista che garantisce la buona riuscita e la serietà della fase di realizzazione per controllarne i costi. È sempre un’impresa molto affascinante, quasi un’avventura la possibilità di mantenere il limite dei costi preventivati nella fase della progettazione e quindi allo stadio della costruzione. Partecipare ad un concorso può essere più facile per un gruppo di tre o quattro architetti associati anche giovani, che preparano un progetto nel corso di un mese che per un grande studio il cui investimento di tempo e denaro forse non si ammortizzerà. Il concorso approfondisce il sentimento di responsabilità individuale di rappresentare un ente pubblico su livello morale e di affrontare un certo compito che contribuisce anche alla conservazione del ruolo dell’architettura. In questi ultimi tempi c’è una nuova globalizzazione nel settore dell’architettura in Europa, un capitalismo neonato che determina l’architettura e che diminuisce la qualità e il senso della cultura. Esistono pochi mecenati che spendono per l’architettura e che, se siamo fortunati, li incontriamo una volta nella vita. Il lato positivo del concorso è l’accesso ad una estetica collettiva, di progettare delle cose che possono anche piacere ad altri e di contribuire all’immagine di una società per la metà di un secolo. Il concorso dà la motivazione per prendere posizione, per definire un livello e per dimostrare la visione più attuale del momento. Confrontarsi con altri con la tensione di una competizione è importante per far crescere la propria qualità e per comprendere anche la propria posizione rispetto agli altri. Vincere il concorso è una conferma straordinaria per il proprio lavoro, per la stima di se stesso, ma anche essere secondo o terzo significa imparare a perdere in un processo di grande importanza per lo sviluppo della personalità così come di appropriarsi del senso di oggettività, altro insegnamento difficile. Il concorso rappresenta l’occasione in se, la chance per molti, di essere premiati e allo stesso tempo la speranza che non sia scelto il progetto peggiore. Questo è anche rilevante per la committenza: avere la certezza di poter visionare idee differenti per un miglioramento della qualità urbana e in seguito della società. In questo senso il committente pubblico affronta il cambiamento della sua coscienza, partecipa ad uno sviluppo che lo rende più critico, meno dilettante e che gli permette di distinguere un buon progetto da un altro. Il migliore progetto è sempre il migliore di molti. Alla fine vediamo il prodotto finale e nessuno si interessa più com’è iniziato il tutto, perché costruire è come essere protagonista in un romanzo giallo di cui nessuno conosce l’esito della trama. Questo è anche, secondo me, il lato masochista di fare architettura, di non sapere mai ciò che ha senso e ciò che non ne ha. Per cui l’architettura rappresenta la seconda via della formazione umana. |