|
Il paesaggio è un’entità metamorfica. Esso vive e vivendo cambia, evolvendo verso configurazioni diverse, a volte con continuità, a volte con mutamenti improvvisi. Quella di paesaggio è inoltre una nozione dall’incerta natura. Essa può infatti designare sia regioni del mondo nelle quali l’intervento umano è scarso, se non assente, come avviene ad esempio per gli scenari più estremi delle Alpi, per le gelate distese dei ghiacciai che attraversano la Terra del Fuoco e per tutti i deserti del mondo, sia parti del territorio quasi modellate del tutto dall’azione antropica. L’Olanda non ha praticamente alcunché di naturale, e il suo paesaggio è una creazione integrale, a partire dallo stesso suolo. In realtà anche nel primo caso il paesaggio viene considerato tale solo attraverso una sorta di progetto di riconoscimento, ovvero di attribuzione di senso estetico a qualcosa che solo a posteriori viene chiamato a far parte di un sistema di elementi costruito su valori artificiali: in ogni caso l’oscillazione dell’idea di paesaggio tra l’assenza totale dell’intervento umano e la sua massima estensione non fa che confermare l’impossibilità di costringere questa stessa idea in definizioni troppo precise. 
Le difficoltà di separare nel paesaggio il ruolo dell’artificio da quello della natura ha ovviamente un peso considerevole nel rendere quanto mai arduo stabilire criteri progettuali certi, restando qualsiasi azione su di esso ampiamente congetturale. Il paesaggio è poi un’entità ambigua. Esso è una realtà fisica ed insieme il risultato di una complessa rappresentazione estetica, una costruzione parallela di significati e contenuti artistici la quale, a partire da scritti, poesie, dipinti e mitologie orali, crea un doppio immateriale del paesaggio reale. Il processo di definizione di questa replica ideale di un sistema di segni terrestri è del tutto particolare. Il paesaggio si struttura per fasi progressive, sulla base di esigenze primarie. Prevalgono a lungo motivazioni insediative e produttive fino a che, per così dire, il paesaggio prende coscienza di sé constatando di possedere una forma compiuta, una sua bellezza. Da allora in poi ha inizio quella costruzione parallela di significati e contenuti artistici cui si è fatto riferimento. Ovviamente tale immagine non si definisce tutta in una volta, ma raggiunge una sua completezza attraverso una serie successive di fasi. Una volta formato, questo simulacro tende a non modificarsi più, opponendo in qualche modo la sua assolutezza iconica al paesaggio reale, che è invece sottoposto a continue modificazioni. Si determina così un contrasto a volte insuperabile. A livello culturale si ritiene che un certo paesaggio pervenuto a un alto livello estetico – il paesaggio toscano, tanto per citare uno scenario ambientale giustamente famoso – debba conservarsi autoproducendo costantemente il proprio modello, ma tale volontà si scontra con l’impossibilità che le attività che nel tempo hanno costruito strutturalmente quel particolare paesaggio possano proseguire. Conservare significa allora non tanto confermare un particolare paesaggio così come ci è pervenuto, ma far sì che esso possa creare altre configurazioni dotate della stessa potenzialità estetica, legate alla prima da una relazione di necessità analogica. Occorre allora procedere verso una comprensione più articolata e dialettica del paesaggio, - per Bruno Zevi la più avanzata anticipazione del nuovo - una visione intrinsecamente progettuale nella quale le relazioni tra il sito originario e le trasformazioni indotte dall’uomo nel tempo siano considerate come fattori dinamici, volti a stabilire mobili soglie qualitative. Da questo punto di vista conservare o restaurare un paesaggio non significherà più arrestare l’ibrido ciclo biologico/ estetico che lo ha formato, ma avviarlo verso nuove forme dotate della stessa intensità figurativa. Tranne il caso di particolari parchi e giardini storici, di visuali eccezionali e di ambienti costruiti dal carattere formale talmente unitario da assimilarli a un unico manufatto, ogni altro paesaggio dovrà quindi essere accompagnato, con il massimo delle conoscenze e con ogni cautela previsionale, verso evoluzioni il più possibile libere, anche se orientate alla generazione di un’ulteriore bellezza. In questo quadro sarà necessario approfondire con grande accuratezza il rapporto tra ciò che un paesaggio trasporta con sé come una sorta di residuo, seppure pregevole, e quei segni/materiali che più o meno esplicitamente esso rinnova dal proprio interno. Si dovrà ricorrere sempre di più alla demolizione, ma senza la deriva mediatica e la provocarietà pedagogica dispiegata nel caso delle Vele di Secondigliano; sarà necessario risarcire elementi e segni compromessi o alterati; altre parti, rimosse, andranno ricostruite. Particolare attenzione andrà rivolta all’essere il territorio anche un hardware il cui funzionamento, quando non adeguatamente controllato, può essere molto pericoloso per chi lo abita. In poche parole si tratta di affidare la permanenza di un paesaggio non tanto alla continua ricostruzione di una sua fase ritenuta matura ma, una volta decifrata la sua memoria genetica, far sì che essa si esprima in forme che siano compatibili con ogni singolo momento della sua esistenza. Purtroppo una linea aperta e sperimentale come quella appena esposta non trova nel paese un apprezzabile ascolto. In larga misura prevalgono infatti impostazioni ispirate a una concezione esclusiva del paesaggio, una concezione più estetizzante che estetica. Ne sono evidenti prove sia il recente convegno promosso da Giovanna Melandri, dal quale è stata esclusa del tutto la presenza del progetto, sia le posizioni di coloro tra i quali Mario Fazio, - autore di un recente pamphlet, pieno delle cose che un pubblico genericamente responsabilizzato verso il paesaggio e la città vuole sentirsi dire - Pierluigi Cervellati e Vezio De Lucia. Quest’ultimo, a dire il vero, più consapevole della necessità che il progetto continui a pronunciarsi sull’esistente, ma pur sempre troppo prigioniero di una astratta prevenzione verso i rischi insiti in ogni scelta trasformativa che non sia garantita dal rifacimento dell’esistente stesso. Personalità, questi tre rappresentanti del fronte protezionista, che all’interno di una sorta di colta nostalgia oppongono la bellezza della cultura preindustriale agli errori/ orrori della contemporaneità, senza porsi ancora il problema di come ricreare la bellezza del nostro tempo, - il tempo della velocità, della distrazione e del frammento, - nel paesaggio attuale e nelle città che lo abitano. Mario Fazio, Pierluigi Cervellati e Vezio De Lucia, ma anche molti altri con loro, credono in sostanza che la bellezza sia qualcosa di incompatibile con ciò che può essere prodotto nel presente, nella convinzione che essa consista in un fatto testimoniale, in una preziosa rovina estetica, in una realtà in fondo perduta di cui si può contemplare solo l’immobilizzata effige. Al contrario la bellezza del paesaggio sembra darsi come una sorta di instabile natività permanente, come un avvicendarsi di adattamenti che è di per sé portatore di contenuti leggibili secondo i modi dell’arte. Queste posizioni conservatrici, che ottengono un grande credito nella stampa, affiancate dall’elitaria distanza dalla realtà attuale di cui sono portatori nelle Facoltà di Architettura e nel mondo professionale pressoché tutti gli architetti del paesaggio, ancora intrisi dai raffinati umori distillati in tempo ormai remoti della aristocratica arte dei giardini, stanno contribuendo in larga misura all’emarginazione della cultura progettuale italiana dal contesto internazionale. Un contesto pervaso, al contrario del nostro, da un forte spirito innovativo, capace di sperimentazioni tanto audaci quanto meditate. Anche se l’ingannevole slogan che vede l’Italia detenere la maggior parte del patrimonio artistico dell’umanità può motivare nella penisola una certa interdizione verso tutto ciò che crea differenze e variazioni rispetto a immagini conosciute, ogni atteggiamento di chiusura più o meno esplicita nei confronti di iniziative trasformative paragonabili alle difficoltà tematiche del paesaggio italiano - un paesaggio di paesaggi - non può che risultare a breve termine più che dannoso letteralmente distruttivo. |