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Pierluigi Giordani, La sofferenza della ragione. Utopia e progetto nella città moderna, Maggioli editore, Rimini 2001 Un paesaggio avvolto nella nebbia lascia emergere grappoli di rocce mentre nello sfondo, appena percepibili, si profilano evanescenti cime di una anonima catena montuosa. In primo piano si staglia di tergo la figura dell’uomo: lo studioso, lo scienziato, l’artista, il poeta che guarda, indaga, contempla, immagina, sogna… o forse cerca semplicemente di vincere lo stato confusionale in cui lo pongono i suoi interrogativi, i suoi come, dove, quando e perchè. È il frontespizio che Pierluigi Giordani prende in prestito da Caspar David Friedrich per compendiare la metafora del ricercatore indagante sulle coordinate che strutturano la storia del pensare e del fare urbanistica, nel passato come nel presente, non tralasciando di affacciarsi a curiosare sulle possibili future evoluzioni in un contesto ben pió ampio di quello circostanzialmente disciplinare.
Sono in molti a indagare sulle “Ragioni della sofferenza”, sulle cause che producono povertà, miseria, dolore, disperazione, paure e, conseguentemente, rancore, inimicizia, violenza, odio ed eversioni. Pochi sono invece quelli che, non semplicemente invertendo l’ordine delle parole, si soffermano ad analizzare “La sofferenza della ragione” (che è ben altra cosa della “ragione della sofferenza” anche se le radici e le ricadute sociali convergono a definire un medesimo universo) e ponendo attenzione alla pressochè cronica crisi del “pensare libero”, aprono spiragli di luce sulla miriadi di condizionamenti che lo insidiano sia per... forza-violenza di legge (ambiguità delle norme erette a garanzia delle “idee ricevute”) sia per il reiterarsi degli atteggiamenti ispirati a un sempre meno astratto “patriottismo ideologico” che informa di sé la logica delle scelte e decisioni politiche, del governo della “res publica” e dei comportamenti sociali, economici e culturali. Il volume di Pierluigi Giordani costituisce una stazione intermedia di un lungo itinerario di ricerca, iniziato circa mezzo secolo addietro con la traduzione (e divulgazione nel nostro Paese) degli studi di Lewis Mumford sulla storia dell’Utopia. L’Utopia rapportata all’organizzazione della città e del territorio ha informato i suoi due volumi monografici: “Il futuro dell’Utopia” (Ed. Calderini, Bologna 1969) e “L’idea della città giardino” (ed. Calderini, Bologna 1972) nei quali l’esplorazione critica penetra nei cenacoli del pensiero filosofico, artistico e letterario per ricercare, non solo in termini di coerenza culturale, le matrici di comuni esigenze di accelerare i tempi della storia e di rinnovare profondamente, ovvero di rivoluzionare, il volto, la struttura e la logica organizzativa della città e del territorio e le condizioni del vivere al loro interno. Proseguendo lungo tale itinerario il discorso si arricchisce nella documentazione e nella riflessione, guardando agli effetti positivi e negativi esercitati dal pensiero utopico sia nelle sue (rare) traduzioni in progetti (sperimentazioni) sia nel suo configurarsi come matrice ideologica ispirante il rivoluzionamento dei regimi di governo. In tale direzione si muovono i saggi “Utopia e distupia nell’attuale organizzazione del territorio” pubblicato in AA.VV. “Per una definizione dell’Utopia” (Longo editore, Ravenna 1992) e “Sentieri in utopia: dall’hic sunt leones all’hic et nunc” pubblicato in AA.VV. “Viaggi in Utopia” (Longo editori, Ravenna 1996) e i due suoi volumi: “La speranza dell’antiutopia” (Maggioli Editore, Rimini 1996) e “Presenze utopiche nell’organizzazione del territorio in Italia” (Longo Editore, Ravenna 1996). L’itinerario prosegue con il volume monografico “Il palinsesto urbanistico, note sulla norma tecnico-giuridica in Italia, nel dopoguerra” (Maggioli Editore, Rimini 1999), nel quale opera una lettura mordacemente satirica dell’ordinamento urbanistico italiano rapportandolo alle matrici ideologiche che l’hanno ispirato ed alle circostanze politico amministrative che, aperte all’utopia regressiva, ne hanno provocato un crescente precipitare verso la crisi. Il volume “La sofferenza della ragione”, non vuole essere la stazione di arrivo dell’itinerario intellettuale di Pierluigi Giordani, come lui stesso ci tiene a precisare; a tutti gli effetti si configura come una stazione di sosta nella quale ambientare una pausa di riflessione sulle circostanze epocali che informano i mutamenti in corso, al varco della soglia del terzo millennio, nelle relazioni sociali, economiche, culturali e politiche condizionanti i comportamenti di governo della città e del territorio. Il bilancio che l’autore ci propone non ha soltanto un carattere di consuntivo, ma trova più rilevante significato proprio nella definizione degli indirizzi preventivi; un guardare in avanti costellato da una selva di interrogativi indirizzati prioritariamente a se stessi, una tabella di marcia propria dello studioso ricercatore; per cui ogni discorso evidenzia la sua natura interlocutoria e lascia ampio margine ad approfondimenti e verifiche, una volta sgombrato il campo da quegli equivoci che impediscono, come la nebbia di C.D. Friedrich, di guardare al futuro con chiarezza (piuttosto che con la sfera della chiaroveggenza). Il libro spazia nel teatro della città moderna sul cui palcoscenico la vita associata è dinamicizzata dal succedersi degli stadi dei “percorsi mentali”, scanditi dal pressochè rituale incontro-scontro-confronto tra “progetto e utopia”, viaggianti in tracciati intellettuali che, superato il limite scientifico del loro parallelismo, erogano flussi di reciproca attrazione determinando quei campi di inesplorato magnetismo nei quali trova ambientamento la contaminatio, causa prima della “sofferenza della ragione”, popolata dalla selva di “discipline” che spesso sembrano moltiplicare gli interrogativi anzichè risolverli, per conferirsi una… ragione di essere. A modo suo il libro ci propone un racconto dialogante tra due storie: quella del progetto e quella dell’utopia, utilizzando prevalentemente “testi ed immagini nell’immanenza di ‘categorie’ (la politica, l’estetica ecc...) ineludibili nell’interpretazione della processualità”. La narrazione è articolata in tre parti. La prima parte, incentrata sul dialogo tra utopia e progetto, ne esplora gli assunti teorico filologici rivisitando i quadri definitori e proponendo una rilettura critica dei rapporti con la processualità storica e politica concludendo con approfondite considerazioni sul caso italiano. La seconda parte propone una rivisitazione spietatamente critica della storia del pensiero-progetto urbanistico nell’ultimo mezzo millennio, dalla concezione dispotica generatrice della città ideale del rinascimento ai paradigmi anacronistici del postmodernismo. La terza parte, provocatoriamente intitolata “vaniloquio ucronico” (monologo per lamentata assenza di interlocutori) costituisce il proseguimento ideale del viaggio nel tempo e nello spazio dell’immaginario, dove la deduzione cede il posto alla intuizione e la analisi documentaria all’interpretazione segnica. La conclusione è ben lontana dall’assumere i toni profetici di chi è avvezzo a indugiare su apocalittiche profetizzazioni; c’è troppa saggezza nella mordace ironia che accompagna la rassegna delle circostanze che hanno informato la storia del pensiero mirato all’organizzazione della città, per lasciar presupporre che i “gusci vuoti” della politica e della cultura non possano essere riempiti da nuovi apporti dell’immaginario individuale atti a sostituire, ove ancora dovessero permanerne scorie residuali, le vecchie rovinose radici ideologiche con idee e progetti predisposti a svilupparsi in contesti di riconquistata libertà nei quali la ragione possa nutrire la speranza di trovare un farmaco idoneo a lenire il suo attuale stato di sofferenza. Il libro di Pierluigi Giordani non è un racconto, e non può essere raccontato; non è una raccolta di documentazioni rigorosamente correlate da un sapere scientifico finalizzato ad una spersonalizzata sistematizzazione delle conoscenze, e pertanto non presume di arricchire il bagaglio nozionistico-culturale del lettore configurandosi come fonte di acclarate, indiscutibili, verità; non è un saggio letterario sfoggiante esibizioni intellettuali compiaciute dalla straordinaria ricchezza delle citazioni viaggianti tra la sottile ironia e la mordace satira, ma povero di contenuti di specifici interessi e di dichiarate finalità; non è un diario evidenziante protagonistiche elaborazioni teorico-critiche ed esperienze progettuali preselezionate per lasciare una più marcata impronta di sé nella storia dell’urbanistica, della letteratura e della cultura contemporanea; non è un costrutto teorico, una tesi argomentativa e dimostrativa del “buon governo” delle istituzioni, del territorio e della popolazione; non è un “libro bianco” scritto per contestare i viziosi comportamenti dei governanti politicamente orientati al sostegno di massimalismi strumentali; non è un sermone né una omelia che all’insegna di nuovi valori fomenta conflitti ideologici asservendoli a strategie di potere mirate alla conservazione dei vecchi. In definitiva il libro di Pierluigi Giordani è un invito al ragionamento non sugli accadimenti che hanno caratterizzato le ultime stagioni della storia della città moderna, ma su quelle istanze intellettuali e quelle esperienze progettuali che hanno dato ispirazione, organizzazione, forma, vita e soprattutto condizionamenti ai comportamenti di crescita della città contemporanea mettendo ipoteche anche sulla sua possibile futura evoluzione. Il libro scritto dal nostro maggiore teorico dell’utopia, non può non concludersi con un messaggio di speranza, che sembra far luce proprio là dove le tenebre si prospettano pió oscure, in quel regime di libertà che l’incombente “globalizzazione” sembra definitivamente soffocare, ma che invece una buona politica, chiusa ai pregiudizi di consumate ideologie, ed aperta a stimoli di nuovi immancabili contributi del pensiero utopico individuale, può contribuire a esaltare abbattendo i tantissimi recinti che la paura ha eretto a difesa della sopravvivenza e che fungono da principale ostacolano al buon governo.
Mario Coletta Professore Ordinario di Urbanistica Università degli Studi di Napoli “Federico II”. |