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Chiunque abbia osservato con un po’ di attenzione e con un minimo di competenza gli interni delle abitazioni del nord e del sud dell’Italia avrà sicuramente ricevuto l’impressione che, almeno per quanto riguarda le abitazioni del ceto medio, nel sud questi interni sono, in linea generale, peggiori che nel nord del paese. Peggiori sia nel senso di minor pregio degli arredi, sia nel senso di minore coerenza formale tra il tipo di abitazione e il tipo di arredamento. A Napoli, ad esempio, sorprende non poco che in molte abitazioni delle zone ricche, quelle abitate dalla borghesia benestante, si incontrino molto spesso arredamenti di gusto assai discutibile. Sorprende, in altri termini, la contraddizione tra il valore dell’immobile, che in queste zone oscilla all’incirca tra i sette e i dieci milioni al metro quadro, e il valore dell’assortimento di mobili e oggetti in essi contenuti. Naturalmente brutti interni si vedono dovunque, a Napoli come a Milano o a Genova, ma è diffusa la sensazione che, in questa particolare fascia della stratificazione sociale, i meridionali commettano più errori dei settentrionali nell’arredare le loro case. 
Se questo è vero, se cioè quest’impressione, colta magari anche al livello epidermico, fosse esatta, può essere interessante chiedersi da che cosa dipenda questa differenza di gusto. Si sarebbe subito portati a rispondere che la questione è soprattutto di natura economica, poiché, essendo il sud più povero – o, se si vuole, meno ricco – del nord, è del tutto normale che la spesa per arredamento sia più bassa e che, quindi, alla fine, gli arredamenti delle abitazioni di Napoli o di Salerno o di Catania risultino perdenti nel confronto con quelli delle abitazioni di pari status di Genova, Torino o Bologna. Il che è certamente vero, solo però se si fa riferimento alle fasce medio basse e basse della popolazione, solo, cioè, dove il costo complessivo di un arredamento incide notevolmente sul reddito disponibile della famiglia. Nelle fasce medie e medio alte di popolazione, che sono invece quelle che qui ci interessano, poiché l’incidenza di questa spesa sul reddito è minima tanto a Napoli quanto a Milano, le ragioni del divario nel gusto vanno individuate da qualche altra parte e, in particolare, in differenze di natura sociale e culturale. Vediamo di che cosa si tratta. Comincerei intanto con l’osservare che, in generale, il consumatore delle aree settentrionali del paese, oltre a disporre generalmente di maggior reddito discrezionale (quella parte di reddito, cioè, che può essere spesa senza compromettere i bisogni essenziali di un soggetto o di una famiglia) presenta anche un grado di mobilità territoriale maggiore rispetto al consumatore meridionale; è infatti un soggetto che, per ragioni di lavoro, ha cambiato spesso residenza e che, molto frequentemente, proviene da altre regioni fra cui, soprattutto quelle del Mezzogiorno. Ciò significa che questo consumatore non ha più forti radici culturali, e questa sua particolare caratteristica lo rende sicuramente più disponibile a seguire i suggerimenti della pubblicità e dei mass media in generale. Voglio dire, in particolare, che egli apprende stile di vita e modelli di consumo non tanto dalla tradizione della comunità di appartenenza, dalla quale si è ormai decisamente separato, quanto da fonti di informazione esterne, più universali e legate soprattutto al mercato, quali sono, appunto i mezzi di comunicazione di massa. Se tutto ciò ha sicuramente effetto sulle sue preferenze riguardo ai consumi in generale, lo ha in misura maggiore riguardo all’arredamento, che, come è noto, fra tutti i tipi di acquisti è quello più delicato e impegnativo, se non altro perché definisce rigorosamente lo status sociale. È evidente, inoltre, che se questo soggetto dispone anche di reddito discrezionale, cosa peraltro abbastanza normale nel ceto medio, non è improbabile che sarà anche disposto a lasciarsi guidare da un esperto in questa difficile operazione che è l’arredamento di una casa. Caratteri un po’ diversi presenta invece il profilo del consumatore meridionale. Dispone, infatti, di minor reddito discrezionale, il suo grado di mobilità territoriale è più basso e, per conseguenza, ha più profonde radici nelle tradizioni della comunità d’origine. Diversamente, quindi, dal consumatore settentrionale, quest’altro tipo di consumatore è relativamente meno sensibile all’influenza dei media e si lascia più facilmente guidare dalla tradizione nella scelta dei beni, soprattutto per quelli di più alto costo. È quindi improbabile che per le decisioni di acquisto riguardanti l’arredamento egli decida di ricorrere a un esperto, anche perché è la sua stessa tradizione culturale a fornirgli il modello di orientamento necessario, modello rappresentato spesso dalla classe superiore con cui è in contatto.
In altri termini, se limitiamo queste considerazioni alle sole fasce di reddito che, tanto al nord quanto al sud, possono sostenere il costo di un consulente per l’arredamento degli interni, vediamo che, in linea molto generale naturalmente, la famiglia settentrionale si rivolgerà senza difficoltà a questa particolare figura professionale, mentre quella del sud tenterà di imitare stili e gusti delle classi sociali superiori, scavalcando quindi i suggerimenti dell’esperto. Il punto da sottolineare, però, è che poiché questo tipo di imitazione non è affatto semplice e poiché, inoltre, la suggestione esercitata dai nuovi prodotti e dai nuovi stili di interni è, comunque, molto forte, il risultato consisterà il più delle volte in un discutibile compromesso tra vecchio e nuovo, tra tradizione e innovazione, tra i rigidi canoni del gusto aristocratica e le fluide soluzioni della produzione industriale. Ecco perché, come si diceva precedentemente, in molte case ricche di una città come Napoli si incontrano spesso arredamenti deludenti. Sicuro, infatti, di poter copiare i modelli di arredo privilegiati e convinto, per questo motivo, di poter fare a meno della consulenza di un esperto, il consumatore benestante della società meridionale finisce spesso per commettere un gran numero di errori nell’assortire mobili, oggetti, quadri e tappezzerie, compromettendo anche, in questo modo, le sue aspirazioni di status. Al posto del “salotto buono” si ritrova così, senza volerlo, con un vero e proprio “salotto cattivo”. Per quanto riguarda invece il consumatore con minore disponibilità di reddito, credo che sia quello del sud che quello del nord non possano sostenere il costo di una consulenza, anche perché si tratta di un costo generalmente piuttosto elevato. In questi casi, però, ciò che ha un ruolo determinante è piuttosto la qualità dell’offerta commerciale, che sicuramente nelle aree settentrionali è di gran lunga superiore a quella delle aree meridionali. Nei grandi supermercati di arredamento, presenti su quasi tutto il territorio settentrionale, si trova infatti un’offerta di buon livello estetico e funzionale e anche a prezzi ragionevolmente accessibili. Questo tipo di distribuzione è invece meno presente nel Mezzogiorno, cosa che obbliga il consumatore di questa parte del paese ad accontentarsi generalmente di ciò che offre il dettaglio tradizionale, un’offerta, come è noto, spesso meno qualificata e anche più costosa. Né meglio vanno le cose in questa parte del paese quando a offrire consulenza sono gli stessi rivenditori, i cui suggerimenti si limitano generalmente a questioni tecniche riguardanti per lo più il dimensionamento degli arredi rispetto alle quadrature dell’ambiente. Credo, pertanto, che si possano concludere queste brevi note ribadendo che le differenze che si incontrano oggi tra il nord e il sud del paese riguardo alla qualità degli interni delle abitazioni private derivino sia da fattori di natura economica, che da fattori di natura sociale e culturale. Considerando però che il divario tra queste due parti dell’Italia non sembra destinato a ridursi, almeno nel breve periodo, bisognerà rassegnarsi a riconoscere nei prossimi anni la persistenza di un notevole scarto tra la qualità media degli interni della casa settentrionale e quella della casa meridionale. |