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Betoniere metalliche trasformate in eremi casalinghi di tecnologia, contenitori per detersivo che si accendono in caleidoscopiche luci da tavola, serbatoi per combustibile che arredano eleganti loft metropolitani, containers convertiti in ristoranti e lavelli in librerie, colorate piste da pattinaggio impiantate in cisterne dell’acqua e padiglioni universitari in carlinghe d’aereo. È solo una parte della produzione di Lot/ek, il gruppo fondato dai napoletani Ada Tolla e Giuseppe Lignano che figura, con Diller+Scofidio, gli Shop o gli Asymptote tra i principali esponenti dell’avanguardia architettonica newyorchese, quella riconosciuta e consolidata dall’establishment del MoMA che ne ha presentato alcuni lavori alla mostra delle Workspheres e in numerosi altri eventi. 
Lot/ek è l’acronimo di Low Technology, un apparente ossimoro dove il low viene dall’uso di oggetti industriali privi di qualsiasi appeal artistico che vengono poi recuperati, contaminati e trasformati in singolari pièce unique. Il tech rappresenta l’attenzione alle tecnologie in relazione alla loro capacità di coinvolgere, plasmare e dematerializzare lo spazio. È la forma stessa dell’oggetto a evocare ai Lot/ek nuove funzioni e destinazioni d’uso. Una volta decontestualizzati betoniere, vagoni, contenitori di detersivi si fondono nello spazio architettonico come sculture originali e innovative che rimandano alle sperimentazioni di Duchamp e dei suoi ready made, ai materiali di scarto dei Nouveax Réalistes o alla spettacolarizzazione dell’oggetto negli happening di Naumann, Kaprow o Vito Acconci. Ma anche al recupero dell’esperienza urbana di una metropoli come New York ed è a tal proposito meritoria la rinuncia dei Lot/ ek al côté ecologico conferito dalla riciclabilità degli oggetti, che seppure depositario di un intrinseco plusvalore etico e politico, contaminerebbe, indebolendole, la volontà creativo-progettuale e la capacità rappresentativa dell’oggetto. Alba Cappellieri: Come sono nati i Lot/ek? Ada Tolla: Dopo un lungo viaggio per gli Stati Uniti che Giuseppe e io abbiamo fatto immediatamente dopo la nostra laurea napoletana e dopo la borsa di studio del CNR che ci ha permesso di studiare qui a New York per un anno. L’ispirazione fondamentale in questa realtà americana è legata – tuttora – all’osservazione di quello che nel tempo abbiamo definito come “Artificial Nature”, ossia tutto ciò che è prodotto e pensato dall’uomo e che si sviluppa, al livello urbano e suburbano, indipendentemente dal controllo di designer, architetti, urbanisti, ma che risponde ad altri tipi di esigenze, funzionali, legali, economiche. Pensiamo a tutto quello che in una città si sviluppa e cresce sull’architettura, tra l’architettura, in maniera indipendente, a volte violenta e quasi sempre parassitaria, pensiamo alle arie condizionate e i tubi che emergono da facciate di palazzi, alle scale di ferro antincendio attaccate addirittura a facciate dell’inizio del secolo scorso (per esempio quelle di Soho), ai cartelloni pubblicitari o agli schermi digitali che si infiltrano nelle prospettive urbane. Tutto ciò che non è considerato “architettura” canonicamente, ma che fa sicuramente parte del panorama architettonico urbano e suburbano. A partire da ciò, abbiamo iniziato a lavorare con “oggetti” già esistenti, oggetti industriali che appartengono al nostro presente, importandoli nel mondo dell’architettura, e trasformandoli per rispondere a specifici programmi di progetto. Siamo subito stati interessati al dialogo che si stabilisce a livello creativo con questi oggetti, con la loro dimensione, struttura, colore, spazio, con la loro storia precedente. E poi al dialogo con le tecnologie. Tecnologie che esprimono anche esse la nostra condizione presente, soprattutto in forma di desiderio. ac: Quali tra i vostri lavori considerate più rappresentativi e perchè? at: Non facciamo differenza tra un lavoro e l’altro. Lavoriamo a livello commerciale con committenti di diverso tipo e anche in campo artistico, con musei e galleristi. In entrambi i casi la metodologia è la stessa. Affrontiamo i progetti in maniera concettuale e al tempo stesso reale. Questo a prescindere dalla differenza di scala o di destinazione. ac: Nelle vostre opere di architettura gli interni sono caratterizzati dal recupero di oggetti industriali inizialmente destinati a usi completamente diversi, come l’auto cisterna nel Morton Loft e il container della Guzman Penthouse. Qual è la vostra concezione di spazio interno e a quali parametri deve rispondere? at: L’approccio che abbiamo nei confronti dei progetti di spazi interni è di partire dalla “pulizia” dello spazio dato. Cercare di riportare in luce l’architettura esistente, aprirla il più possibile e trattarla in maniera molto semplice. L’introduzione degli oggetti industriali è la risposta al programma. Gli oggetti sono scelti e usati per le loro qualità spaziali e per la loro potenzialità funzionale. Il programma si sviluppa attorno alla loro presenza. L’oggetto infiltra lo spazio, essendo chiaramente riconoscibile come un’entità diversa dall’involucro dell’esistente. E poi si muove e trasforma per rispondere alle varie esigenze programmatiche. Il desiderio è, specialmente lavorando in spazi industriali tipo loft, di creare spazi aperti, che però permettano, al tempo stesso la salvaguardia della “privacy” all’interno di queste enclosures. Il caso del loft di Morton è alquanto esemplare: lo spazio è completamente libero, i volumi chiusi sono solo i due pezzi della cisterna di benzina, quello verticale che contiene i due bagni, e quello orizzontale che contiene le due camere da letto. 
ac: In alcuni vostri lavori, penso al Jones studio, la separazione funzionale viene definita attraverso materiali diversi. Che ruolo hanno i materiali nei vostri progetti? at: Ci interessa lavorare con materiali diversi. Con materiali nuovi – almeno per l’architettura –. Ci interessa capirne le potenzialità tettoniche e sperimentarne le potenzialità. In progetti più recenti abbiamo lavorato molto con cast di gomma o di resina. Adottando lo stesso tipo di metodologia. Generalmente utilizzando come forme degli oggetti già esistenti, e così condizionando i nuovi volumi di materiali altrimenti fluidi e informi. Mi riferisco ad esempio a una nuova collezione di lampade che abbiamo realizzato colando gomma all’interno di forme di plastica di pacchi nei quali sono stati inseriti dei tubi di neon, la forma che contiene i vari componenti di un nuovo telefono cellulare, o di parti del computer... insomma, quelle strane vasche e vaschette di plastica sottile che vengono fuori dai vari scatoli di prodotti vari. Queste lampade si chiamano Lite-Scapes, con riferimento alla complessità delle forme stesse e al forte referente a blocchi di città. ac: Al di là della chiara provocazione che scelte del genere comportano è evidente che sta cambiando l’idea dell’abitare. L’adozione di elementi industriali in ambienti domestici implica anche una rivisitazione di alcune funzioni tradizionali dell’abitare, come quello della camera da letto, ad esempio. Come ha reagito il cliente all’idea di dormire in una cisterna da benzina? at: Ne è entusiasta! In qualche modo credo che si tratti solo di una “poetica” diversa, più corrente, più contemporanea. È una poetica che parte dal mondo presente, che appropria e trasforma un oggetto assolutamente banale, stabilendo una sorpresa oltre che una provocazione, e permettendo la rivisitazione dell’oggetto stesso e del suo valore sociale, qualitativo, pop. ac: Quali sono le principali differenze nel fare architettura negli Stati Uniti rispetto all’Italia? at: Posso solo rispondere al livello molto personale. Credo che questo mondo – gli Stati Uniti – sia estremamente aperto e ricettivo a soluzioni sperimentali nonchè provocatorie. L’Italia è un paese con troppa storia. È un fardello troppo meraviglioso e troppo grande da spiazzare, non credo ci sia molto spazio per interventi moderni. Non credo ci sia ancora sensibilità per il moderno. Le città sono trattate purtroppo sempre più come musei – intoccabili – e sembra che si neghi l’essenza stessa della loro forza e bellezza, cioè la stratificazione storica. Chissà perchè dopo secoli in cui si è costruito e ri-costruito sugli stessi territori urbani, conservandoli, alterandoli e violentandoli anche, a questo nostro momento non è data la possibilità di dire la propria, adesso bisogna solo proteggere, sembra proprio che del moderno non ci si fidi! ac: Nei vostri progetti esiste traccia delle precedenti memorie napoletane o siete seguaci della tabula rasa? at: Se penso allo spazio interno istintivamente penso a spazi come le cave di tufo napoletane; sei mai stata nella grotta che portava alla spiaggia di Trentaremi? Uno spazio assolutamente buio, enorme eppure quasi impercettibile, illuminato da violente fessure nella roccia e dalle loro rispettive lame di luce, uno spazio a cui ho reagito quasi visceralmente, apprezzandone la forza astratta. ac: Quali sono i vostri progetti attualmente in corso? at: Stiamo per iniziare la costruzione di un centro d’arte, la Bohen Foundation. Un centro che funziona in maniera particolare, quasi un anello tra artista e museo. La fondazione sponsorizza ed espone opere e installazioni di giovani artisti, generalmente di una scala più grande e più complessa di quella che potrebbe essere realizzata attraverso una galleria d’arte o dall’artista stesso. E infine dona le opere a diversi musei di arte contemporanea. La fondazione ha comprato uno spazio su due livelli in un vecchio edificio industriale a Manhattan. Il nostro lavoro è stato di sviluppare un progetto che permettesse estrema flessibilità spaziale e quindi di programmazione (per l’esposizione di lavori più convenzionali – quadri, disegni, sculture – o di istallazioni multimediali, ecc.). Il progetto è nato dalla volontà di creare uno spazio simile a quello di un studio televisivo o cinematografico, in cui un infinito numero di configurazioni permette allo spazio espositivo di trasformarsi continuamente. Shipping containers contengono le funzioni di ufficio e amministrative della fondazione, muovendosi anche essi in posizioni diverse a secondo delle varie configurazioni. E poi stiamo lavorando assieme a due musei alla costruzione di un prototipo del MDU (Mobile Dwelling Unit), costruito a partire da uno shipping container, trasportabile attorno al mondo e inseribile in strutture verticali (funzionalmente simili a un porto) da collocare nelle maggiori aree metropolitane del mondo. |