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la "chiesa del 2000" | Stampa |
Scritto da Richard Meier   
lunedì 10 settembre 2001

Quanto mi accingo a scrivere non vuole essere una fredda descrizione analitico-critica di un’opera architettonica, del resto già nota ai più, ma piuttosto una narrazione estemporanea che, mettendo insieme una serie di ricordi, di considerazioni e di appunti vari offra alla folla di amici a cui mi rivolgo, un quadro spero chiaro ed illuminante dell’atmosfera che ha circondato prima la redazione del progetto della Chiesa, poi la sua presentazione alle autorità vaticane e poi il travagliato avvio dei lavori di esecuzione. Mi sembra simpatico iniziare narrando un episodio che, tutto sommato, potrebbe anche avere un significato simbolico.

la "chiesa del 2000"

Dopo aver partecipato al Concorso Internazionale a inviti per la “Chiesa del 2000”, in gara con progettisti come Tadao Ando, Gunter Behnisch, Santiago Calatrava, Peter Eisenman e Frank O. Gehry, e averlo vinto, mi fu data l’occasione di presentare il mio progetto direttamente al Papa, nel corso di una delle udienze generali del mercoledì mattina. La presentazione era prevista per le undici del mattino, ma io, preoccupato di essere assolutamente puntuale, alle otto ero già in Vaticano. Appena entrato nella grande sala delle udienze, mi accorsi che il plastico del progetto era stato posizionato in un angolo scuro della sala, lontano dalle finestre e da ogni altra fonte luminosa. Convinto che non fosse la situazione ideale per mostrare la mia opera all’illustre padrone di casa, chiesi ad una delle guardie svizzere presenti se era possibile avere un po’ più di luce onde consentire al Papa, quando fosse entrato nella Sala, di vedere bene il plastico e di avere quindi la possibilità di valutare in piena coscienza il progetto. La guardia svizzera parve comprendere la mia richiesta, girò le spalle e scomparve. Per provvedere, pensai. Invece se ne persero le tracce.

Dopo qualche tempo comparve un’altra guardia, del tutto all’oscuro del problema, ed anche a questa dissi: “Beh! Cosa facciamo con la luce per illuminare un po’ questo plastico?”. Ma il risultato fu che alle undici meno cinque la situazione era ancora al punto di partenza e il plastico giaceva nell’angolo più buio della grande sala. Ma all’improvviso, pochi istanti prima che il Papa facesse il suo solenne ingresso, arrivarono sei guardie svizzere che sollevarono il plastico e lo trasportarono accanto ad una finestra. Ma la situazione mi sembrava ancora carente e chiesi che si integrasse l’illuminazione con qualcosa di artificiale e questa volta fui accontentato immediatamente. Qualcuno portò una telecamera e degli spot, solo alcuni attimi prima che il Papa giungesse in udienza. Finalmente ebbi modo di presentare a sua santità il mio progetto in maniera adeguata. Ma ancora adesso, pensando alla successione dei fatti, ed alla soluzione in extremis, mi piace pensare che sia stato un vero e proprio “miracolo”. Come è noto, il sito scelto per erigere la Chiesa del 2000 non è localizzato nel centro di Roma, ma in un’area denominata “Tor Tre Teste”, nella zona orientale della città. L’area scelta si trova al centro di un quartiere costituito da lunghe cortine edilizie rettilinee o spezzate, alte anche fino a 17 piani. Appena vinto il concorso ho pensato a come e cosa potessi modificare del progetto originario per migliorarlo e renderlo il più rispondente possibile alle circostanze.

E allora in qualche modo ho iniziato col delineare una sorta di scenario che magari non aveva molto a che vedere col progetto vero e proprio ma che era la “summa” di tutti i miei ricordi di quando ero stato a Roma per frequentare l’Accademia. Improvvisamente mi ero reso conto di quanto fossero importanti le cose che avevo visto a quel tempo e quanti mi avevano colpito. Come non ricordare il senso di proiezione dettato dalla “promenade” verso Piazza San Pietro, quando passato il ponte sul Tevere, attraverso Via della Conciliazione si cammina verso questo spazio straordinario che fronteggia la Basilica. Entrando nella Piazza si è pervasi da una sensazione di accoglienza tale da far percepire che non si tratta di uno spazio in cui si passa solamente, ma ci si ferma, ci si siede, ci si incontra con gli amici. Viene voglia di dire: “questo è uno spazio a cui abbiamo voglia di appartenere”. Per inciso, quando negli anni scorsi mi è capitato di trovarmi in Piazza San Pietro di domenica, durante il saluto e la benedizione del Papa, vedendo quell’uomo vestito di bianco affacciato alla finestra, ho più volte pensato: “questo forse potrebbe essere uno dei miei clienti….”, e così è stato.

Tornando ai tempi dell’Accademia, la memoria mi riporta alla Chiesa di San Nicola alla Sapienza, a quegli spazi incredibili ed al senso della struttura armoniosamente articolato all’interno della Chiesa. Il colore bianco delle pareti valorizza la percezione dello spazio creando un profondo senso di unitarietà che rende questa Chiesa meravigliosa e singolare. Naturalmente in questo contesto la luce gioca un ruolo fondamentale: e mentre alziamo gli occhi verso la cupola da cui entra prorompente la luce ci accorgiamo che è la maniera stessa in cui sono articolate le finestre che in qualche modo stimola ad alzare gli occhi verso l’alto. Tutte queste considerazioni costituivano il mio pane quotidiano durante il mio soggiorno all’Accademia, andando a formare quel tessuto culturale che ognuno di noi porta gelosamente dentro di sé. E dall’archivio delle mia memoria emerge importante la Chiesa borrominiana di San Carlo alle Quattro Fontane anche qui con la sapiente qualità della luce, con il modo originale di strutturare lo spazio, la scala dello spazio stesso, e l’articolazione dell’intero organismo architettonico che ne fa un esempio unico. Sempre a Roma è possibile scoprire giardini in cui gli stessi alberi diventano architettura. Si passa attraverso questi giardini e si una sensazione di spazio, di rapporto esistente tra l’uomo e la natura. E questa è una cosa che mi ha sempre affascinato. Un primo approccio con l’architettura religiosa è costituito per me da una piccola cappella che ho realizzato alcuni anni fa in una località del Connecticut.

Quando la comunità del luogo mi commissionò l’opera, mi fu detto: “vogliamo fare anche dei seminari, quindi l’edificio deve essere anche un luogo di incontro, non soltanto una cappella, deve essere un luogo in cui si possono portare gli alunni delle scuole, un luogo da utilizzare le domeniche come luogo di incontro per la comunità”. Non so se tutte queste cose erano già nella mia mente quando pensavo alla Chiesa, però in un certo senso al livello inconscio, tutte queste esperienze mi hanno in qualche modo influenzato. La Chiesa sorge su un’area anonima, priva di caratteri particolari. Come è facile vedere dai grafici e dal plastico, il complesso si articola su due settori ben definiti, uno caratterizzato da un andamento curvilineo e corrispondente alla Chiesa vera e propria, l’altro invece squadrato destinato ad ospitare le strutture comunitarie. L’ingresso avviene dal lato ovest, dove è posta una piazza-sagrato, collegata opportunamente ad un’ampia area di parcheggio adiacente. Il settore relativo alla Chiesa, a sviluppo curvilineo, è caratterizzato da tre gusci, la cui costruzione geometrica deriva dalla sovrapposizione di tre circonferenze non concentriche, che individuano oltre al corpo principale della Chiesa, altri due spazi corrispondenti al Battistero e alla Cappella. Le tre zone sono collegate da adeguate aree di passaggio. Oltre all’ingresso principale che immette nel corpo principale della Chiesa, ci sono ingressi secondari che immettono al Battistero e alla Cappella. In pratica ognuno dei tre gusci individua uno dei tre spazi in cui si suddivide l’intera Chiesa.

Come per ogni progetto, anche per questo ho iniziato dicendo “posso fare delle aree in sospensione, posso articolare lo spazio in un certo modo”; naturalmente quando poi bisogna costruirlo realmente a volte le cose cambiano e devono essere modificate. Originariamente avevo pensato che quella dei gusci dovesse essere una struttura monolitica, ma quando con i miei collaboratori abbiamo sviluppato il progetto, abbiamo verificato che il modo migliore per realizzarli, era quello di utilizzare più elementi di calcestruzzo bianco (conci) prefabbricati e post-tesi con una doppia curvatura che si articola nello spazio. Alla fine abbiamo realizzato un progetto che ha subito delle modifiche nel tempo anche grazie alla collaborazione di numerosi ingegneri che hanno lavorato in maniera sorprendente alla realizzazione di questo progetto; sono riusciti ad ideare un sistema per poter reggere questi gusci. Dalle sezioni è possibile vedere che la luce viene anche dagli spazi superiori. Le persone che vivono intorno all’edificio e che hanno dei balconi che vi si affacciano, possono anche guardare all’interno. La chiesa ha varie facciate e c’è luce da tutti i lati, anche dalla parte superiore. Abbiamo cercato di illustrare come sarebbe stata la Chiesa una volta finita attraverso dei disegni al computer, da cui rilevare la realtà virtuale dei luoghi. Abbiamo fatto anche dei plastici con i quali abbiamo cercato di far vedere come sarebbero state le varie pareti in legno, e come queste pareti in legno si collegavano alle zone in cemento. Ma naturalmente dalle immagini che si cercano di sviluppare quando si fa un progetto è quasi impossibile rendere esattamente quella che sarà la qualità del progetto nella vita reale.

Per mettere in opera i vari pezzi che compongono i gusci, sono stati impiegati dei carri-ponte, che sono essi stessi dei pezzi di ingegneria. Ogni concio, che è stato costruito in fabbrica, ed è rifinito all’interno e all’esterno, pesa circa 8 tonnellate e viene sollevato dalla gru e messo in sito. Siamo stati fortunati ad avere lavorato con un eccellente società di costruzioni, l’Italcementi, che ha collaborato molto con noi tutti e che si è occupata anche della costruzione del Villaggio Olimpico a Roma. A chiusura di questa “comunicazione” mi piace ricordare che quando, di recente, ho incontrato il Papa, avevamo pensato di denominare l’opera, come da programma, Chiesa del 2000. Io credo che, dati i tempi imprevedibilmente lunghi, provocati dalle obiettive difficoltà tecniche della realizzazione, finiremo col cambiarle il nome in Chiesa del 3000!

 
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