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la lettura geologica del territorio | Stampa |
Scritto da Riccardo Caniparoli   
domenica 10 marzo 2002
Gli studi dei fenomeni naturali stimolano la sete del sapere e rappresentano “l’immagine stessa della conoscenza”. Solo affinando l’osservazione si riesce a leggere nell’apparente immenso disordine in cui si mostra ogni paesaggio, dove ciascuna cosa sembra regolata dal caso e da eventi accidentali e non dall’armonia della natura. L’evoluzione della ricerca e delle conoscenze hanno fornito all’uomo moderno gli strumenti per ricostruire in ogni tempo il senso che precede, ordinare e teorizzare le evoluzioni future delle forme con le quali si presenta il paesaggio, con sempre più precisione, secondo la maggior raffinatezza della capacità di lettura tra le righe del libro della natura logica. Oggi il geologo ha gli strumenti scientifici che lo rendono capace di ricostruire il passato, teorizzare l’evoluzione di un territorio ed ipotizzare futuri scenari. In geologia ci si trova, infatti, dinanzi a fenomeni grandiosi, in apparenza impenetrabili, ma, con la sensibilità, l’intuito ed il gusto, è possibile individuare gli elementi essenziali in una situazione complessa, e pervenire all’identificazione, in un insieme a prima vista disordinato ed incoerente, di un ordine né contingente, né arbitrario.

La lettura del paesaggio non può prescindere dalla conoscenza della struttura e di come questa struttura si è formata e si andrà a trasformare. Osservare un territorio solo con l’occhio del progettista equivale a vedere le cose solo da un unico punto di vista e non coglierne la visione globale. La storia del geologo, a differenza di quella degli storici, cerca di proiettare nel tempo le proprietà fondamentali dell’universo, allo scopo di coglierne le reali strutture storiche, predeterminarne le verità fuori del tempo, rendendo possibile l’individuazione di un ordine né contingente né arbitrario. La geologia si può concepire, quindi, sia come una scienza naturale sia come una disciplina storica, per questo risulta essere l’anello di congiunzione tra le scienze naturali e quelle storico-sociali. La memoria storica, infatti, se analizzata per determinare le verità fuori del tempo, sarà proiettata alla ricerca dei fenomeni che regolano gli equilibri naturali, al fine d’individuare gli sviluppi futuri nel divenire delle cose. I fenomeni naturali sono mutabili nel tempo e nello spazio e perciò gli equilibri naturali sono dinamici nel tempo e nello spazio. In parole semplici, in natura nulla è statico ed immutabile, ma tutto si trasforma a diverse velocità, perciò, anche forme o equilibri all’apparenza statici, sono, in realtà, oggetto di trasformazioni anche imponenti, ma con una scala di misura temporale diversa da quella umana e quindi non percepibile dai nostri sensi. Il paesaggio, come tutto in natura, è inserito in questa struttura mutabile e quindi il progettista paesaggista dovrà inserire nel progetto questa variabile “spazio – tempo” per la validità dell’opera nel “tempo” e nello “spazio”.

  

Qualsiasi evento e forma in natura sono proiettati verso l’instaurazione di nuovi equilibri in funzione della variazione dei parametri che regolano i processi evolutivi ed involutivi. Un equilibrio dinamico si può distinguere in:

• Equilibrio evolutivo (di sviluppo o di crescita)
• Equilibrio involutivo (di rigetto o di degrado).

Un qualsiasi intervento antropico, inserito in questo apparente disordine della natura, altera uno o più parametri degli equilibri naturali; ma se questo intervento si inserisce nel processo evolutivo e indirizza i fattori che regolano gli equilibri verso l’ordine, si ottiene, come risultato primo, l’assimilazione e l’armonizzazione dell’opera nell’ambiente naturale. Al contrario, se l’opera si pone in contrapposizione con l’evoluzione degli equilibri naturali, l’ecosistema naturale genera delle forze tali da spostare l’equilibrio verso un disordine reale che innesca dei fenomeni di rigetto e di conseguenza si originano le condizioni favorevoli all’evento calamitoso. Seguendo questa logica s’individua il disastro quale effetto indesiderato ed imprevisto dell’intervento antropico. Un qualsiasi elemento naturale, nel suo divenire, non è un fenomeno naturale sconosciuto, imprevisto ed imprevedibile e se avvengono certi disastri non si può incolpare la “Natura matrigna”, ma l’arroganza e la presunzione di quella scuola di pensiero affetta da deliri di onnipotenza che considera il territorio trasformabile all’infinito, dove qualsiasi intervento si può realizzare e nessuna opera è impossibile, ma, se certe opere non si realizzano, è solo perché non vi sono le risorse economiche adeguate.

Questa logica ha portato i territori ad elevata antropizzazione ad essere, nel contempo, i più sensibili e delicati e prossimi al collasso, lì dove gli equilibri naturali sono resi precari e instabili, così compromessi e fragili che basta un evento o l’introduzione di un qualsiasi elemento perturbatore a metterne in crisi l’ecosistema. La natura non ragiona con i numeri ma in termini di cause ed effetti, perciò bisogna rimuovere le cause per non far ripetere gli effetti. Per una corretta gestione di un territorio è necessario, quindi, ricercare i fattori e gli elementi strutturali naturali, geologici, morfologici, idrogeologici, climatici, di flora, di fauna, ed i loro equilibri armonici i quali ne regolano l’evoluzione e ne caratterizzano il territorio. Qualsiasi intervento antropico deve rispettare questi elementi strutturali caratterizzanti i quali conferiscono all’ambiente una specifica “personalità” e solo quel progetto, che esalta proprio quelle componenti specifiche, rende specifico e riconoscibile il luogo e lo valorizza.

Pensare di proporre copie di configurazioni di paesaggi nati in realtà diverse e su un territorio con elementi caratterizzanti diversi, rispetto alla “personalità dei luoghi”, vuol dire rendere anonimo l’intero comprensorio oltre a predisporre le condizioni favorevoli agli eventi calamitosi. I progettisti del paesaggio, consapevoli di tutto ciò, dovrebbero sviluppare “l’idea progetto” valorizzando in modo adeguato la specificità del territorio. Essi hanno l’obbligo quindi di operare con interventi compatibili con l’evoluzione degli equilibri naturali, capaci di esaltare l’unicum e di trasferire alle generazioni future un paesaggio che acquisisca, in modo oggettivo, un valore sempre più elevato nel tempo e nello spazio.

 
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