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Concetti quali: capacità di carico (carrying capacity), sovraccarico (overshoot), capitale e reddito naturale (natural capital and income), stock naturali (natural stocks), costituiscono il substrato cumulativo per la teoria dell’Impronta Ecologica. Essa è definita come un indicatore di sostenibilità e sebbene rifletta la complessità del sistema ambiente-uomo, si rifà a un approccio teorico e metodologico molto intuitivo. William Rees ha ridefinito, recentemente, il concetto di Impronta Ecologica come “l’area totale di ecosistemi terrestri e acquatici, richiesta per produrre le risorse che la popolazione umana consuma e per assimilare i rifiuti che essa stessa produce”. Un metodo di bilancio che rappresenta la parte fisica, in termini di misura di stock, dell’estensione e utilizzo umano delle risorse e dell’assimilazione di rifiuti presenti su un territorio vasto. 
In altri termini, lasciando poco spazio all’immaginazione, rende visibile e quindi facilmente comunicabile la superficie di cui ha bisogno, ad esempio, una città come Londra per continuare a mantenere in vita la sua attuale configurazione (materiale e immateriale), ovvero la sua impronta ecologica che equivale a 120 volte la superficie attuale (IIED, Ministero per l’Ambiente e lo Sviluppo britannico, 1995). Superficie costituita da un capitale naturale, stock dal quale sia possibile ricavare un flusso di beni (p.e. una foresta, uno stock ittico, una falda acquifera, ecc.) e servizi ecologici (quali l’assimilazione dei rifiuti) e da un capitale artificiale, beni e servizi prodotti dall’uomo. Tra gli stock di capitale naturale distinguiamo quelli rinnovabili (specie viventi, ecosistemi) e ricostituibili (sorgenti idriche, fascia d’ozono) da quelli non rinnovabili, come i combustibili fossili e i minerali. Appare evidente che alcuni di essi sono insostituibili, e per garantire un “ambiente vivibile”, bisogna evitare che il capitale naturale sia considerato genericamente come un “magazzino di risorse industriali”. Secondo la teoria della “sostenibilità debole”, le perdite di capitale naturale sono compensate da quantità equivalenti di capitale prodotto dall’uomo: alla dotazione naturale in esaurimento, ne sostituiamo una artificiale. Ciò vale anche per quei servizi ecologici che viceversa, sono il nodo centrale della “sostenibilità forte”, per la quale essi sono insostituibili. Tra gli altri, l’assimilazione dei rifiuti (nei sistemi naturali), rappresenta uno dei servizi ecologici che la “sostenibilità debole” è riuscita a sostituire, grazie al riciclaggio e alla conseguente reimmissione di materiali di scarto nei cicli di lavorazione (valorizzazione materiali) per la riconfigurazione di nuovi materiali. A questo punto il collegamento con i sostenitori della “sostenibilità forte” è quasi automatico, visto che per loro, oltre che gli stock naturali, anche quelli di capitale artificiale “andrebbero mantenuti costanti, affinché non vi sia nessun tipo di deprezzamento del capitale”. Quale migliore occasione per ridurre i rifiuti da smaltire (servizio ecologico), per il recupero di materie prime (economia nell’utilizzo di risorse non rinnovabili, conservazione del capitale naturale), allo scopo di riconfigurare nuovi prodotti industriali (valorizzazione materiali e rivalutazione del capitale artificiale). I materiali riciclati, nella casa pilota del CSTC (Centre Scientifique et Technique de la Construction, Limelette, BE), sono entrati proprio come “capitale artificiale rivalutato”. Nel 1993 fu proprio il Gouvernement wallon il primo ad accorgersi che in discarica (i CET Centre d’enfuissement technique) finivano, – a parte le enormi quantità –, materiali inerti rifiuti di costruzioni e di demolizioni, che per le loro caratteristiche, furono definiti di “qualità interessante”. Il Governo, nel 1995, dopo una serie di accordi (p.e. con la Confédération de la Construction Wallonne) e azioni preliminari, predispose un Capitolato d’Appalto Tipo e uno Speciale, nei quali si prevedeva l’utilizzazione dei prodotti riciclati nel quadro dei Lavori Pubblici nella regione. Il passaggio dalla fase della promozione e quella della dimostrazione, fu affidato al CSTC, con il suo centro ricerche e laboratori in piena campagna, nei dintorni di Bruxelles, grazie ai fondi CE, partecipò, con il progetto “La casa pilota con materiali riciclati”, al programma LIFE. Tre passaggi principali caratterizzarono il programma: la realizzazione di una costruzione pilota che integrava in gran parte nuovi materiali, provenienti dal riciclaggio di resti di demolizioni e di costruzioni, ma anche dalla valorizzazione di rifiuti e sotto-prodotti derivanti da altri settori industriali; la dimostrazione che l’utilizzazione massiva di materiali riciclati era possibile e che questi aderivano completamente alle loro funzioni senza influenzare negativamente le prestazioni del manufatto e i costi; la definizione del concetto di riciclaggio ritenuto, che orientò la scelta verso quei materiali fabbricati a partire da prodotti che avevano già subito una “prima utilizzazione” e che contenevano percentuali variabili di rifiuti, quando questo non era possibile, che utilizzavano cascami di produzione. La costruzione ha seguito tutte le fasi di un progetto convenzionale, sarà possibile visitarla all’inizio del 2002, vi sono all’interno dispositivi didattici che permettono di individuare i materiali utilizzati. Ogni prodotto utilizzato ha un numero di riferimento al quale corrisponde una scheda tecnica. Sono stati impiegati circa 200 materiali scelti su una gamma di 1000, difatti il progetto iniziale è stato modificato per usufruire di maggiori superfici per la messa in opera di materiali differentii per un’unica applicazione. Alla dimostrazione seguirà la fase di osservazione scientifica sul comportamento dei materiali relativamente alla degradazione sul lungo periodo, con la successiva valutazione dei costi di manutenzione e di eventuali riparazioni. |