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l'occasione dei concorsi | Stampa |
Scritto da Fabrizio Mangoni   
mercoledì 10 maggio 2000
L’obiettivo di un rilancio dell’architettura in Italia attraverso i Concorsi di progettazione, ha trovato nuova linfa nella proposta di legge per l’architettura, da tempo rivendicata dagli architetti italiani, dagli ordini e dal CNA. Anche la legge Merloniter, ed il suo regolamento di attuazione, pur se ancora in modo non sempre coerente, configurano il Concorso di progettazione come una delle principali forme di affidamento degli incarichi.

Notevoli spazi si offrono alle Regioni per allargare ulteriormente queste opportunità offerte dalle nuove leggi. Concorsi quindi, per passare dalle poche decine italiane alle migliaia francesi, alle centinaia di altre nazioni europee. Ma proprio mentre si avvicinano i primi risultati è opportuno proporre una riflessione sulle implicanze non banali della diffusione di tale procedura. Per rendere più schematico, ma anche più leggibile il mio ragionamento, porrò le cose sotto forma di immaginario dibattito con un interlocutore scettico e forse un po’ fazioso che ai concorsi non crede. Riserverò per me il ruolo di “problematico” difensore, e ai lettori affiderei la poltrona del giudice, o di accusatori ad adiuvandum, o di portatori di argomenti a difesa. Sul sito Internet dell’Ordine potremo riportare le vostre e-mail, le vostre opinioni ed esperienze vissute di concorsi. I concorsi fanno perdere tempo! Tuona il mio immaginario interlocutore, che potrebbe assumere la faccia corrucciata di un Sindaco, di un assessore di un ente locale, di un Capo di ufficio tecnico. Vedo anche il volto avvilito di un collega, responsabile di un ufficio tecnico comunale, che non può incrociare lo sguardo ironico del suo Sindaco, dopo che il Concorso di progettazione per cui si era battuto, nello scetticismo generale, dopo anni di rifacimenti di bandi, commissioni che non riuscivano a riunirsi, ricorsi al TAR, sospensive e quant’altro, non riesce a decretare un esito. Ovviamente come sempre capita, l’eccezione clamorosa, diventa più leggendaria dei Concorsi, e ve ne sono stati anche in Campania, che in tempi accettabili hanno prodotto vincitori ed opere. Proviamo a sfatare questa questione del tempo. Premetterei una considerazione generale. Siamo proprio sicuri che per un committente sia meglio avere un progetto in quindici giorni, piuttosto che in mesi. Tutta la storia delle concessioni del dopo terremoto campano è lastricata di progetti fatti in pochi giorni, per opere che poi ci hanno messo decenni a realizzarsi, e parte dei decenni è figlia di imprecisioni dei progetti, di scarsa conoscenza dei luoghi, della fretta imposta ai progettisti; e di qui varianti, sospensioni, costi aggiuntivi, ecc. Anche nelle gare su curricula talvolta si chiede un’offerta sui tempi. Spesso mi sono trovato scavalcato e sconfitto da concorrenti che proponevano tempi stracciati. Avevano già il progetto pronto? O una fiducia enorme nelle proprie capacità e nella organizzazione professionale? No, il più delle volte una sana sfiducia nella burocrazia della stazione appaltante, che tra aggiudicazione, determine e contratti può far passare mesi. Ma vediamo bene la questione tempi. E’ ovviamente figlia della complessità dei progetti e delle fasi del concorso. Immaginiamo quello che personalmente considero la migliore forma di Concorso: quella in due fasi. La prima di basso costo per i concorrenti, e che facilita la partecipazione di giovani, ed una seconda compensata dal premio della prima fase che si configura come un rimborso di spese per affrontare la seconda fase necessariamente più impegnativa. Nei recenti concorsi che si sono fatti i tempi previsti sono mediamente 3- 4 mesi per la prima fase e 3-5 per la seconda. A questi occorre aggiungere i tempi di preparazione del Concorso e di aggiudicazione dei vincitori. Una progettazione preliminare di un opera mediamente complessa richiede circa 3-4 mesi. Una progettazione definitiva almeno altrettanto. Si può dire, e l’esperienza francese lo dimostra che la procedura concorsuale allunga i tempi, rispetto a quella diretta, di circa 3-4 mesi, sostanzialmente impegnati dalle procedure di preparazione e aggiudicazione. Ma sono mesi inutili? La preparazione del bando, come si dirà dopo, è un momento qualificante dell’azione amministrativa. L’amministrazione che lo bandisce, si chiarisce le idee sui suoi obiettivi, ne può fare un momento di partecipazione e di organizzazione del consenso e dei dissensi, anticipa termini di confronto tra e con i progettisti, che dovrebbe comunque affrontare alla presentazione del progetto. Infine ottiene un confronto tra ipotesi alternative che costringe a valutazioni precise e stringenti, con indubbio vantaggio sul futuro dell’opera. Certo il CNA, il CAE, e l’UIA (le procedure UIA sono decisamente onerose e lunghe) dovranno mettere a punto i bandi tipo per snellire al massimo i tempi, soprattutto quelli di natura organizzativa e burocratica.



I Concorsi costano!
Ma possono rendere! Mi viene da rispondere. Certo occorre una proporzione tra premi, costo di attuazione del concorso e valore complessivo dell’opera. Occorre misurare il punto di equilibrio tra questi fattori, che giustifica un’amministrazione pubblica nell’impegno di risorse commisurate ai benefici. Al di là dei benefici di natura tecnica (competizione, concorrenza tra progetti, esplorazione di soluzioni diverse), forse occorre uscire da una logica settoriale e corporativa per valutare i costi di un concorso. L’esperienza francese dimostra che l’azione di preparazione del bando è un momento qualificante dell’azione amministrativa. L’obbiettivo di un’architettura di qualità è fortemente assistito dallo stato e da una missione interministeriale, che non lascia gli enti locali soli, né dal punto di vista tecnico, né finanziario. Ma c’è forse da introdurre in proposito un valore più di fondo. Un problema della città contemporanea, così come viene osservato da analizzatori provenienti da varie discipline, è il concetto di nuova cittadinanza, di appartenenza, di comunità. Quanto più l’informazione si globalizza, tanto più la comunicazione deve diventare locale. Lo spazio urbano deve confermare l’appartenenza, deve tornare ad essere condiviso. La partecipazione dei cittadini alla conformazione dei loro spazi costituisce un tassello di tale azione di ricerca di cittadinanza. Il concorso non è un costo da pagare ad una corporazione professionale, è un momento della politica urbanistica e dello spazio urbano della città; è l’occasione di un confronto partecipativo con i cittadini e con le competenze. E’ un’attività che impegna e qualifica gli uffici tecnici delle amministrazioni locali. Tutto questo vale un 10% dei costi di un’opera? Bisogna convincersi che questo costo si configura una prestazione a scala di progetto urbanistico, di valutazione di effetti sulla città?

I Concorsi sono “comparativi”! Nel senso che c’è sempre un “compare” di qualcuno nella giuria.

E’ ad un architetto sconfitto in un Concorso che debbo questa battuta. Si può rispondere semplicemente che un “compare” può esserci anche nelle altre forme di affidamento, e può meglio nascondersi, non dovendo esibire un risultato che nasce dal confronto di proposte. Ma non bisogna nascondersi dietro ad un dito. Il problema c’è. Ammesso e non concesso che il 50% delle giurie non operi correttamente, una cose è se si fanno 2 concorsi all’anno, un’altra se ne fanno 1000. La stessa pressione “raccomandativa” sulle giurie sarebbe meno forte. Ma qui si apre un problema di natura morale e politica. L’impegno profuso dalla categoria degli architetti, l’aver convinto forze politiche e culturali della bontà delle nostre idee, non può essere compromesso da comportamenti scorretti di qualcuno. Ordini ed amministrazioni devono scegliere con oculatezza, magari da un apposito elenco, personalità che offrono garanzie di correttezza, e le confermano nel tempo. E forse bisogna riflettere sulle procedure di giudizio; sotto questo profilo il confronto a coppie, strumento valutativo inserito nel famigerato decreto Karrer (che non si occupava di concorsi, ma di offerte economicamente più vantaggiose), e il suo sistema di quantificare la qualità, può rivelarsi un utile riferimento, anche per le commissioni dei concorsi di architettura che giustamente confronteranno idee progettuali e non offerte economiche.

Chi intende aggiungere considerazioni in favore o contro i concorsi, e segnalare proprie esperienze potrà farlo inviando una e-mail all’indirizzo di posta elettronica dell’0rdine degli Architetti di Napoli www.na.archiworld.it

 
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