|
New York, Atlanta, Francoforte, Firenze, Barcellona, Manchester, Parigi, Roma, l’elenco potrebbe continuare a lungo a testimonianza di una produzione progettuale sterminata, tuttavia le varianti, le soluzioni spaziali, i materiali, gli elementi della costruzione, scale, finestre, lucernai, rivestimenti, si ripetono con estenuante continuità indifferenti ai luoghi e al tempo. Salvo rarissime eccezioni anche il colore, un bianco abbagliante e perentorio, non lascia trapelare un dubbio, un ripensamento, un’alternativa ad un codice stilistico che pur non ammettendo deroghe Meier plasma con assoluta capacità. Case private, biblioteche, musei, teatri, Municipi, centri culturali, residenze collettive, ogni tipo di edificio si piega e si ordina all’interno di una griglia compositiva incentrata sulla regola del quadrato e del cerchio a cui sempre si aggiunge un tocco di sregolatezza, un’eccezione, sottoforma di linea o volume sinuoso variamente estroflesso. 
Per i detrattori è il trionfo della noia, della ripetizione acritica, della iterazione di una modernità datata della griffe fino all’estrema accusa di cinismo, per gli estimatori e al contrario il segno inequivocabile di una coerenza progettuale misurata sul costante affinamento dei propri mezzi espressivi, è conoscenza e sapere gestuale, controllo e dominio della natura, dell’antichità, dei modelli, come dimostra l’incredibile metamorfosi della collina appena fuori Los Angeles dove Meier costruisce l’apoteosi del proprio patrimonio linguistico: il Getty Museum. In realtà una attenta disamina dell’opera di uno dei pochi eletti che hanno ricevuto il Pritzker Prize (1984), dell’architetto che vanta probabilmente il maggior numero di riconoscimenti e onoreficenze, non può certamente limitarsi all’adesione superficiale di un modo di operare che, se induce facili semplificazioni supportate dall’ingombrante evidenza, necessità giocoforza di una meditata riflessione in grado di procedere con accortezza all’interno della specificità delle sue personali questioni di metodo. Di fatto la palese e dichiarata appropriazione di stilemi corbusiani deve essere letta e interpretata, oltre una pretesa modernità, virata dall’opaco dell’intonaco al nitore dell’alluminio lucido, attraverso convinzioni e comportamenti ascrivibili per intero alla circoscritta ma inesauribile lezione della classicità. I pilotis, il tetto piano, la finestra orizzontale, i volumi stereometrici appartengono, al pari degli ordini per Vignola, ad un trattato non scritto, solo enunciato in “Verse une architecture”, ma tutt’altro che immaginario. Un trattato a cui Meier al pari di un qualsiasi architetto neoclassico, attinge con ordinata sapienza senza deroghe se non per aggiungere personali varianti di cui egli stesso si compiace ripetendole con insistenza. Per questa via alcune originali intuizioni spaziali e tipologiche divengono norma, codice identificativo di un operare senza sbavature; la rotonda illuminata dall’alto, così come la propensione a disegnare continue promenade architetturali, rampe, ballatoi, vuoti non abbandonano mai un lessico che mira allo stupefacente senza sorprendere, all’eccezionalità senza contemplare eccezioni. Un' autodisciplina ferrea che quando si inceppa non produce errori; forse la trasgressione è così ponderata e offerta che, oltre a costituire un avvenimento, si conferma e si esplicita in un saggio di singolare maestria. Così quando Meier devia da quella retta che lui stesso ha tracciato, l’architettura acquista immediatamente quell’originalità che la critica gli ha riconosciuto nelle prime opere, un originalità raggiunta con immediatezza e facilità, per semplice sostituzione materica, per una diretta percezione tattile e visiva dell’opera, modifiche e dimensioni devono costare al maestro americano incredibili sofferenze e notevoli tormenti interiori poiché praticata l’eccezione, torna nell’opera successiva alla regola. Monocromie e monomanie che ormai costituiscono di per se stesso un fatto eccezionale, l’unicità dentro la ripetizione; una necessità che dobbiamo imparare a guardare con gli occhi di chi ammira un artista che dedica la vita, l’intera esistenza, ad un solo progetto. Una poetica fatta di allitterazioni e una operatività infaticabile che costituisce uno straordinario insegnamento di cui la cultura architettonica italiana può fare tesoro. Un architetto che costruisce, costruisce molto, fortunatamente costruisce anche nel nostro paese con l’esempio dell’ormai nota chiesa di Roma. Qualcuno poco avvedutamente si rammarica che gli incarichi più prestigiosi siano affidati - tuttavia tramite concorso - ad un numero ristretto di architetti stranieri, stars system del firmamento mondiale. 
È un grave errore, solo attraverso l’opera di grandi maestri l’Italia potrà ritrovare quella consuetudine e quell’interesse per l’architettura che costituisce, o almeno dovrebbe costituire, l’alimento del lavoro di qualsiasi progettista. Dal lavoro di Meier, dalle sue opere, dalla sua presenza in Italia, non potremo che ricevere un enorme beneficio; dal suo insegnamento, dal suo modo di comporre e articolare i volumi, di regolare e modellare la luce, dalla sua capacità nel disegnare lo spazio, una fondamentale lezione di architettura. |