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trasformare le necessità in desideri | Stampa |
Scritto da Sandro Raffone   
venerdì 10 novembre 2000
Va dato merito al CNA per la battaglia, nobile e necessaria, che rivendica con forza “l’architettura di qualità”. Tuttavia ritengo che l’aggettivo sia improprio perché già nel termine architettura - da archè, il primo, l’ottimo, l’eccellente e tekton, il fare - è contenuto un attributo positivo. Sarebbe più appropriato parlare di “edilizia di qualità”, quella che ha conformato il paesaggio urbano ed ha dato valore a quello agricolo. Monti, boschi, deserti, campagne, strade, ponti, recinti, muri, castelli, fabbriche, «laghi con la casa del contadino che sembra fatta da Dio» fino al più straordinario scenario prodotto dall’uomo, la città che ha generato il termine civiltà, tutto questo è paesaggio. Già fortunato genere pittorico, protagonista o fondale per illustrare accadimenti storici e mitologici, il paesaggio è oggi un soggetto fotografico di successo, privilegiato per catturare turisti oppure come sfondo di spot pubblicitari per auto a sedici valvole. Il mercato del paesaggio-immagine non disdegna alcun soggetto ed un obiettivo ben puntato nobilita perfino il peggior degrado di periferia. Tuttavia il paesaggio urbano, divenuto tale per necessità, prima che per l’immagine interessa tutti gli uomini perché è un fattore per la qualità della vita. Oggi siamo consapevoli di quanto tempo è stato necessario per conformare la bellezza del territorio e in quanto poco si può alterarla. Sappiamo anche che la città è un corpo vivo che se imbalsamato perderebbe proprio quei valori che si vogliono preservare. Sappiamo infine che è necessario adeguare le metropoli alle nuove necessità con il solo mezzo che le ha valorizzate, l’architettura, come sta avvenendo in tutte le città d’Europa. In Italia, persa quell’arte di costruire che per secoli è stato un riferimento, in questo periodo di rinnovamento restiamo custodi, non sempre all’altezza, di gloriosi paesaggi che invecchiano. Invece il ritardo accumulato nel cambiamento in atto ci ha escluso dal confronto internazionale dove abbiamo perso anche quel minimo di credito teorico che in anni recenti ha goduto di qualche attenzione.

Forse è stato proprio l’eccesso di riflessione, in cui sono transitati i surrogati dell’architettura parlata, disegnata, teorizzata, di ricerca, urbana, e quant’altro a compensare il disinteresse progressivo che dal dopoguerra - prima i politici e di riflesso l’intera società - ha allontanato l’architettura dalla cultura italiana. E’ probabile, come sostiene qualcuno, che la rimozione dell’architettura sia iniziata in opposizione alle forti vocazioni costruttive del fascismo. Nell’Italia partitocratica raramente le grandi opere sono divenute architettura mentre in genere sono state una buona merce di scambio politico e per l’arricchimento di imprese e professionisti senza scrupoli.

Ma quello che soprattutto è mancato, in modo graduale e progressivo, è la qualità comune del costruire. Gli effetti dovuti all’assenza della “committenza”, cioè della matrice consapevole del valore “architettura”, sono stati la frammentazione dei ruoli, la dispersione delle responsabilità e l’inadeguamento dell’insegnamento. L’Università italiana - che a fronte del duro impegno richiesto agli studenti mal prepara a progettare e peggio a costruire - ha immesso sul mercato la più inutile concentrazione di laureati architetti d’Europa che dovrebbe produrre architettura per una committenza che non sa esigerla. In questo scenario l’architetto italiano è stato talvolta complice ma non sempre è colpevole. Se mediamente non ha prodotto beni architettonici è perché nessuno li ha richiesti: chi si confronta con le aspettative dei privati deve spesso scontrarsi con lo stesso committente per fare il suo interesse; nei lavori pubblici, al contrario, l’indifferenza per i valori architettonici è bilanciata dalle energie assorbite dagli iter burocratici che talvolta sono superiori a quelli del progetto mentre i tempi di realizzazione sono biblici; nei rari concorsi non sempre chi giudica è all’altezza di valutare (quando l’esito non è scontato e prevedibile) ed infine - confermando l’incapacità delle Istituzioni di scegliere - il paradosso delle gare su curriculum economico o le garanzie cercate dalle grandi firme. La nostra realtà è che in questi anni chi ha prodotto architettura lo ha fatto malgrado la committenza. Intanto il mestiere, che dovrebbe alimentarsi della prassi, appassisce. Nelle nostre belle riviste (comprese quelle del CNA), dove non abbiamo più nulla da mostrare, ammiriamo le nuove espressioni della tecnologia in vetro, acciaio, rame, alluminio e titanio, il minimalismo, le lamelle orizzontali che ridanno ruolo all’involucro, le linee sghembe, curve ed ellittiche ottenute coi frattali e sostenute da qualche teoria del caos. Non credo che abbiamo i mezzi materiali e soprattutto mentali per adeguarci a tale situazione (francamente l’affrettato aggiornamento rivistaiolo non è decente) e probabilmente quell’architettura, che è divenuta una sorta di spettacolarizzazione, non ci appartiene. Da questo rinnovamento possiamo però filtrare alcuni comportamenti, opposti alla teatralizzazione dell’architettura- immagine, di matrice costruttiva e strutturale scaturiti dall’uso e dal luogo. Sono modi che si riallacciano ad una tradizione che in Italia ha solide radici, una tradizione che è stata interrotta ed emarginata ma non è morta. Credo che Napoli possa offrire le condizioni ideali per ritrovare nel moderno i fili della nostra consuetudine costruttiva. La città è satura ed il processo di costruzione è virtualmente concluso tuttavia, mai come in questo momento, Napoli ha un disperato bisogno di rinnovamento architettonico nelle infrastrutture, nella periferia e nel centro.

Come altrove, anche a Napoli non è stata l’architettura moderna ad aver fallito: si è costruito talmente male che proprio le espansioni - dove si sarebbero potute espletare le potenzialità dell’architettura contemporanea - sono gli ambiti che necessitano di azioni di riqualificazione urbana ed ambientale. Il centro invece con i suoi duemila e più anni di storia è già qualificato. Tuttavia ritengo che, a parte le cure per la conservazione (manutenzione ordinaria, straordinaria e restauro), il tessuto antico ha urgenti necessità d’interventi di modificazione, che chiamerei di chirurgia, in edifici o ambiti particolari in abbandono, difficili da restaurare e che sarebbe conveniente restituire all’uso. Il patrimonio storico non è riproducibile, pertanto è imperativo che gli interventi non diano luogo a pentimenti anche se il carattere della città è talmente forte che può perfino digerire l’arte applicata come negli chalet della villa comunale. Eppure per rilanciare l’architettura sono indispensabili esempi d’autentica architettura contemporanea mentre i nuovi padiglioni, (che paradossalmente hanno una matrice neoclassica quindi consona alla villa), hanno rinforzato il fronte dei conservatori che nel moderno individuano un pericolo per il paesaggio urbano. L’educazione alla buona edilizia si alimenta con l’Architettura ma questa deve uscire dal circuito degli architetti ed entrare nell’interesse della gente.

Se sollecitata da modelli comprensibili ed appropriati, la domanda di qualità urbana potrebbe partire dal cittadino, essere accolta dagli amministratori e finalmente ritornare agli architetti. Con alcune garanzie che si possono trovare nei modi e nelle condizioni d’intervento. Napoli non ha risolto alcuni problemi primari, così l’architettura può essere ancora cercata nella risposta alle necessità ed all’economia limitando l’autogratificazione del progettista. Inoltre forse proprio il nostro ritardo nell’aggiornamento può fornire gli anticorpi per non imitare passivamente la progettazione alla moda. Altre semplici condizioni per circoscrivere modalità non invasive possono essere: costruire non dove possibile ma dove è necessario farlo; comporre con le cose e non sulle cose; cercare l’espressione del tema e non quella dell’architetto; servirsi dei mezzi disponibili ed infine, oggi che a tutti è concesso di fare tutto, selezionare le competenze e ridefinire ruoli con le specifiche assunzioni di responsabilità. Da qualche tempo il processo di modernizzazione è già in atto alla radice dove il rinnovamento di locali pubblici e negozi, ridà smalto anche ai palazzi. La città può auspicare di estendere le modificazioni, e quindi l’arricchimento del paesaggio urbano, sulla traccia dalla mostra “Additions d’Architetcture” esposta lo scorso anno all’Istitute Francais de Naples che, con la formula “1+1=1”, ha illustrato gli interventi - orizzontali, verticali sotterranei - nel tessuto di Parigi. Per farlo, è necessario che gli amministratori promuovano l’architettura e, come avviene in Europa, che questa diventi argomento di discussione fra i cittadini per non subirla a cose mal fatte.

Nei lavori pubblici ben vengano i concorsi se saranno credibili, ben istruiti e soprattutto correttamente giudicati. Tuttavia per valorizzare il paesaggio urbano, la qualità del cambiamento non dovrà costituire l’eccezione ma permeare la normalità del quotidiano. “Il cambiamento è una condizione della vita - ha detto Hassan Fathy - ma dobbiamo anche riconoscere che il cambiamento da un punto di vista etico è neutrale. Un cambiamento che non sia per il meglio, è per peggio, e dobbiamo giudicarlo in questo senso”. Lo slogan dell’ultima Biennale di Venezia raccomanda, non senza qualche contraddizione, “Più etica e meno estetica” ma l’esortazione deve essere perseguita con tenacia per pretendere dagli architetti napoletani, quando per conservare la città si tornerà a richiedere “architettura”, di trasformare le necessità in desideri.

 
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