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un ufficio per i concorsi | Stampa |
Scritto da Giovanni Oggioni e Alessandro Adriano   
giovedì 10 agosto 2000

Giovanni Oggioni
La proposizione di un ufficio che si occupa dei concorsi di architettura o più in generale di progettazione è oggi per una amministrazione comunale una sfida che è necessario correre per molti e diversi motivi primo tra tutti quello della costruzione della consapevolezza che l’ente pubblico più vicino al territorio, il comune, ha la grande responsabilità della qualità di ciò che su di esso accade, e questa non è una banalità.

Non è una banalità perché troppe volte si sono perse grandi e piccole occasioni per fare bene e per realizzare cose che abbiano un senso. E quando sul territorio si sbaglia questo errore condiziona la vita di molte persone e l’immagine che i cittadini hanno del luogo dove vivono e abitano. Si perde in buona sostanza una parte della coscienza di appartenenza ad un luogo, ad una comunità, ad una città.

Questa coscienza è tanto più forte quanto più alto è il livello qualitativo dello spazio vissuto. Le amministrazioni hanno diversi strumenti per raggiungere questo obiettivo uno dei quali, il concorso di progettazione quasi mai utilizzato ed in rari casi realizzato. E perché accade questo? al fondo mi sono sempre chiesto perché questo strumento della competizione tra progetti sia stato così poco utilizzato anche se, con una corretta programmazione, questa procedura non risulta essere più costosa delle altre, e non mi soddisfa nemmeno una risposta facile e cioè la compiacenza di un assessore o di un sindaco verso tal o tal altro progettista. Anzi sostengo con forza la opportunità che venga garantita la possibilità per una amministrazione di incaricare direttamente un progettista soprattutto per grandi opere o per opere di un certo rilievo anche se so che oggi questo non è possibile.

È giusto che chi ha la responsabilità delle scelte le eserciti e ne risponda a chi lo ha eletto. Non dobbiamo, a mio parere, intendere la procedura concorsuale come una procedura di mediazione, tanto per toglierci la fatica della responsabilità. E allora proprio qui forse si colloca il nodo del problema, (e purtroppo la recente normativa ne ripropone l’esistenza), l’errore è considerare il progetto, in particolare quello di architettura come fosse un prodotto, valutabile e classificabile con dei criteri standardizzati, omogenei, prestazionali addirittura con dei punteggi. E invece non è così. Il progetto è un opera dell’ingegno, ma ancor di più il progetto è una soggettiva interpretazione della realtà che il progettista esercita che non è valutabile se non in termini di riconoscimento del valore ontologico che tale interpretazione porta con se. E cioè il giudizio non può essere che parziale, di parte, altrimenti non è un giudizio.

E le Amministrazioni sono pronte a questo, cioè a misurarsi con il giudizio, con lo scegliere una posizione di parte? La mia breve esperienza dice che è molto difficile ed è anche molto faticoso e una grossa responsabilità l’abbiamo proprio noi architetti in particolare quelli dipendenti dalla pubblica amministrazione. Innanzitutto in quanto è ancora viva una anacronistica quanto radicata contrapposizione tra la progettazione cosiddetta “interna” e quella affidata all’esterno di una pubblica amministrazione. Tutto questo rafforzato dalle recenti normative che stabiliscono forme incentivanti la progettazione interna. Ora io non sono contrario alla progettazione interna e tantomeno alla sua incentivazione, ma sono assolutamente contrario a pensare che questo ci faccia risparmiare o consenta di avere le migliori soluzioni. Va definito con grande serenità, ed anche con coscienza dei propri limiti, quale è il terreno sul quale può svilupparsi la progettazione interna e invece in quali casi accedere all’esterno delle Amministrazioni sia con procedure concorsuali che con gare di progettazione e laddove fosse consentito con incarichi diretti. Ma quello che a mio modesto avviso oggi manca e dove invece le Amministrazioni dovrebbero investire, salvo rari e interessanti casi è la costruzione della domanda, ovvero la attenta e puntuale opera di definizione dei contenuti che le opere messe a concorso dovrebbero avere, per contenuti intendo non solo i requisiti di carattere funzionale ma anche attendibili preventivi di spesa, le fonti di finanziamento, i tempi di realizzazione, l’inserimento nel contesto urbano gli impianti l’accessibilità ecc.. Questo sì che è sbagliato elaborarlo all’esterno della amministrazione, in quanto obbliga l’amministrazione a maturare l’idea, ad approfondirla, a immaginarne i possibili esiti, senza demandare questo al concorrente, oppure a lasciarlo nella difficoltà di immaginare cose che il committente non ha ben chiaro nel proprio intento. Ed è per questo che sono contrario ai concorsi di idee, così come definiti dal regolamento, le idee le deve avere l’amministrazione e anche molto precise, solo in questo modo si ottiene dalla procedura concorsuale il massimo del risultato possibile. Nelle esperienze recentemente effettuate la parte più cospicua di lavoro, ed anche quella in cui si sono individuate le più grosse difficoltà è quella relativa al coinvolgimento ed al coordinamento di tutte le diverse strutture tecniche della amministrazione, storicamente abituate a operare separatamente, e più una amministrazione è grande e più questa difficoltà aumenta. Il concorso di progettazione è ancora visto come un elemento estraneo o nei casi migliori come un elemento da riservare a casi eccezionali e non come una buona prassi ordinaria. Credo che lo sforzo che le amministrazioni dovranno fare sia di questo tipo, due i principali strumenti:

- agire a livello di strumenti di bilancio comunale e di programmazione degli obiettivi, assegnando una disponibilità di bilancio autonoma alla unità organizzativa preposta alla indizione dei concorsi di progettazione e fissando in bilancio le risorse per la progettazione e per la realizzazione delle opere

- formare il personale tecnico ma soprattutto quello amministrativo alla pratica del concorso di progettazione ben sapendo che raramente esistono all’ interno delle amministrazioni comunali professionalità già orientate a questo tipo di attività.

Del resto oramai il quadro normativo ci obbliga a praticare questa procedura e le amministrazioni devono attrezzarsi in tal senso, il problema è che lo facciano nel migliore dei modi e credo sia interessante proporre una rete tra chi nelle varie amministrazioni si occupa della materia per scambiarsi esperienze e idee. Ringrazio per l’ospitalità la rivista degli architetti napoletani, sperando di avere luogo e modo per ulteriori incontri sul tema.

Alessandro Adriano
Sette anni fa, nel 1993, Cosenza era una città al culmine di una storia urbanistica senza luci e con tantissime ombre: un PRG vecchio di oltre vent’anni mai attuato; una Variante Generale al PRG consegnata già da quattro anni dopo dieci di gestazione, su cui erano cadute dieci giunte; perduto il ricordo delle opere pubbliche, ormai affondato nel periodo d’oro degli anni sessanta; una frattura apparentemente irreversibile fra amministratori e cittadini; un bilancio confuso e virtualmente in dissesto. Già nel mese di gennaio del 1994 è stato deliberato il primo di una lunga serie di concorsi, quello per la “Città dei Ragazzi”, oggi in costruzione. Iniziò, insediatasi la prima Giunta Mancini, una attività frenetica che ha messo a dura prova la struttura amministrativa, dandole in compenso l’occasione di qualificarsi come non era mai accaduto e di partecipare da protagonista ad una trasformazione della città come non era immaginabile e come credo non sia accaduto in così poco tempo in nessuna altra Città d’Italia, nonostante la stagione dei Grandi Sindaci che stiamo vivendo.

Tutte le forme concorsuali (che hanno visto la partecipazione di oltre 700 Professionisti) sono state attivate: dal concorso di idee all’appalto- concorso (in un periodo in cui si era spaventati dalla incomprensibile legge “Merloni”), all’appalto in concessione (che ha consentito di completare il programma parcheggi), all’avviso pubblico di progettazione, al confronto pubblico concorrenziale (attraverso cui è stato possibile demolire il vecchio mercato ortofrutticolo in pieno centro cittadino). Quest’ultima forma concorsuale merita alcune considerazioni. Dal momento in cui è stato pubblicato (settembre 1996) al momento in cui sono iniziati i lavori (novembre 1997) sono trascorsi soltanto 14 mesi.

L’intervento prevede di realizzare sull’area di proprietà comunale, ma con possibilità di estensione su aree limitrofe di proprietà privata, un fabbricato per abitazioni ed uffici dando in cambio al Comune una superficie edificata ed attrezzata di eguale controvalore. Il tutto con finanziamento privato. Naturalmente, non sempre dal concorso è scaturito il miglior progetto. Mi riferisco, in particolare, all’appalto-concorso che in un caso, per il meccanismo dei parametri che assegnava preminenza assoluta alla voce “prezzo”, ha premiato il progetto di più basso costo, come se si trattasse di una licitazione al massimo ribasso. Ma in massima parte i risultati sono stati più che soddisfacenti ed oggi possiamo registrare una qualità progettuale delle opere pubbliche impensabile fino a pochi anni or sono. Anche l’equilibrio tra giovani ed anziani progettisti ha vivacizzato la produzione progettuale fornendo occasioni di confronto di reciproco interesse.

Tutta questa attività ha evidentemente dato i suoi frutti non soltanto verso una creazione del consenso nel territorio cittadino, ma ha passato i confini nazionali al punto che la selezione per il progettista della più recente opera pubblica – un ponte sul Crati –, che ha visto la partecipazione di importanti professionisti italiani, è stata vinta da Santiago Calatrava il quale ha evidentemente ritenuto che impegnare il suo genio in una cittadina del profondo sud d’Italia, con il bilancio di credibilità e capacità amministrativa mostrato in questi ultimi anni, avrebbe potuto finalmente portare alla prima opera da lui realizzata nel nostro Paese. Gran parte di questi risultati, soprattutto quelli scaturiti dai concorsi di idee, è stato possibile ottenerla per la disponibilità del Consiglio Nazionale degli Architetti che ha mostrato grande sensibilità verso le esigenze che di volta in volta gli prospettavamo, in special modo riferite ai tempi da concedere ai partecipanti per la consegna delle proposte.

Speriamo di poter continuare con la stessa rapidità con cui fino ad ora siamo passati dalla fase del bando alla consegna del progetto pronto per l’appalto poiché la legge Merloni, con il suo regolamento, impone tempi più lunghi, non sempre compatibili con la necessità delle amministrazioni di avviare rapidamente l’attuazione dei Programmi dei Sindaci.

 
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