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In questo saggio – o pamphlet? – mi sono proposto di ri-leggere il dopoguerra, nel nostro Paese, utilizzando l’insolito parametro della nostra urbanistica. Un parametro che si è rivelato – di fatto – sorprendentemente efficace non soltanto nei confronti della evoluzione della organizzazione urbana, ma come mezzo interpretativo dei quadri – politici, economici, culturali – avvicendatisi nella società italiana. Per di più strumento storicamente attendibile, in quanto difficilmente manipolabile. A premessa vorrei fare una considerazione di base. Il “racconto” normativo urbanistico italiano, nel dopoguerra, si configura come un “palinsesto” non facilmente decifrabile perché i provvedimenti tecnico- politici che si sono sovrapposti documentano un messaggio ripetitivo, uniforme, afflitto da un “patriottismo ideologico” dello stesso segno. Di conseguenza la raschiatura del supporto mostra una metafora della circolarità; noiosa ed anacronistica. Come sempre una rilettura – di qualsiasi situazione – si legittima solo se promuove, nel merito, una revisione impietosa delle “idee ricevute”, se diffida delle epifanie, se maschera le falsificazioni della letteratura “ufficiale”. Il riesame – nel caso specifico – non ha fatto eccezione a questa regola.
Al proposito, al fine di evitare, nella verifica, condizionamenti e suggestioni improprie, ho utilizzato come modelli di riferimento:
a) La compatibilità della norma rispetto ad una liberaldemocrazia (forme di governo adottata dal nostro paese nel dopoguerra). b) L’appropriatezza della norma, nella organizzazione della città e del territorio, alla dinamica della realtà (ossia alla processualità, alla storia).
Nella verifica dell’ordinamento urbanistico italiano ho riscontrato, anzitutto, innumerevoli incoerenze con i principi fondanti, di una liberaldemocrazia, frequenti manifestazioni di incompatibilità; in particolare un accentuato antiindividualismo, riflesso della crisi – del sistema rispetto all’antisistema – di cui l’Occidente ha sofferto nel secolo scorso. Fenomeno degenerato patologicamente nei paesi (come il nostro) di fragile tradizione liberaldemocratica. Bilancio altrettanto, se non vieppiù deludente, che ho accertato anche nei confronti dell’adeguatezza alla processualità, al divenire. Le leggi urbanistiche – e la cultura che le ha prodotte – sono state costantemente sfasate in ritardo rispetto agli eventi. Una inattualità chiaramente addebitabile al conservatorismo immobilismo-progressista, egemone nella scena italiana del dopoguerra. Il quadro tecnico-giuridico dell’ordinamento urbanistico italiano riproduce quindi – per così dire – l’opaco specchio in cui si riflette la “cultura della resa” del sistema verso l’antisistema. Uno specchio che – a differenza di quanto accade nel celebre racconto di Lewis Carrol – non viene mai attraversato. Il sistema infatti, anziché perseguire nel tempo una armonica correlazione fra i suoi fondamenti e i vari aspetti della vita associata (nello specifico l’urbanistica), anziché conformarsi all’evoluzione innovativa (propria di una società “aperta”), ha – per troppi anni – subito la traenza della controparte, giocando in difesa, scegliendo – per paura o per miope calcolo – la “spartizione” e il “compromesso” con l’antisistema (sufficientemente visibili nella stessa Carta Costituzionale). Ambiguità comportamentale in cui è stata parte attiva la cultura urbanistica, tradizionalmente cortigiana del potere. Logica conseguenza di questa ambiguità è stato il fallimento concettuale, prima ancora che operativo, della norma urbanistica, clamorosamente contradditoria ai modelli di riferimento menzionati. La mia analisi si è rivolta, soprattutto, al dopoguerra; ho richiamato, tuttavia, periodi precedenti che non ritengo possano essere ignorati ai fini della miglior comprensione dello spirito della norma nel dopoguerra stesso. In particolare l’ordinamento urbanistico dall’unità d’Italia al primo conflitto mondiale e il fascismo cui si deve la legge quadro 1150/ 42, tuttora vigente. Come è noto la fine del secondo conflitto mondiale marca uno spartiacque epocale. Cambiano i paradigmi del quadro; alla certezza, al progresso, alla razionalità univoca si sostituiscono (e si sovrappongono) – gradualmente – l’incertezza, la complessità, la razionalità plurivoca. Il post-industriale dà il cambio all’industriale maturo.. In Italia il regime passa il testimone alla democrazia; la continuità è tuttavia assicurata – oltrechè dai comportamenti – dalla fedeltà della norma alla formula “sic et non”, vincente anche nell’”animus” della Costituzione. Da spettatore (Eraclito ha affermato, da qualche parte, che “gli occhi sono testimoni più attendibili delle orecchie) ho articolato, nel dopoguerra, la periodizzazione della norma in modo abbastanza analitico, in conformità al “trend” del paese. In questa suddivisione (ovviamente convenzionale), ho individuato un primo periodo – che ho chiamato della “ricostruzione” – in cui è stata riesumata – nell’operatività – la normativa prefascista (norma generale con valore esecutico); periodo determinante – specie in prospettiva – in quanto, nel ’48, viene promulgata la Costituzione, equivoco compromesso (fra sistema e antisistema) e consacrazione del “sic et non” (di derivazione controriformista). Costituzione già allora anacronistica rispetto alla processualità (nella Carta non si nomina mai il “mercato”!); pesante ipoteca che fornirà, più tardi, un alibi di costituzionalità a norme urbanistiche palesemente contraddittorie ad uno stato di diritto. Alla “ricostruzione” è seguita una stagione di “lifting” del passato; gli anni ’50 recuperano infatti gli strumenti urbanistici dell’”ordine razionalista, cooptati dal fascismo (1150/42), naturalmente in chiave antifascista. Di fatto l’“ordine”, predisposto da un sapere tecnico presuntivamente neutrale, era buono per tutte le stagioni, in particolare gradito politicamente perché mezzo di radicamento nel territorio per le amministrazioni locali (di qualsivoglia segno politico). Con grave inconveniente peraltro, rimosso dall’egemonismo culturale urbanistico impegnato a tempo pieno nella seduzione del potere; l’“ordine” ri-proposto, era anacronistico, in quanto la società –sotto il profilo democratico, produttivo, comportamentale era dopo il conflitto, completamente cambiata. Nodo dell’inattualità che viene al pettine nel peggior momento di “crisi” del sistema; gli anni ’60 e ’70, in cui impazza “l’utopia regressiva”, in cui l’immaginazione non va affatto al potere, in cui predomina uno sterile e tedioso nichilismo progettuale. In nome di un “mondo alla rovescia”, rozzo e livoroso (del tutto privo dell’ingenuità dei paesi di cuccagna”), vengono promulgate leggi (nell’urbanistica e in altri ambiti della vita associata)- complice la predetta ambiguità costituzionale- a dir poco anomale rispetto ai fondamenti di uno stato liberaldemocratico, per certo incompatibili con la processualità storica (ad esempio la 865/71 riproduce, nel suo piccolo, lo slogan di Proudhon “la proprietà è un furto”). L’egemonismo tecnico-giuridico, lacchè del potere (specie di quello ritenuto prossimo venturo) cavalca la tigre (propone, con la riforma urbanistica, l’esproprio generalizzato!). Gli eventi (e un sussulto di dignità giuridica del moderatismo) provvedono tuttavia a far fallire questo “sogno proibito” da socialismo reale; insieme alle improvvisate e scriteriate esercitazioni di pianificazione economica. Alla pseudo-rivoluzione confusionale del ’68 gli anni ’80 contrappongono le prime prove tecniche di trasformismo, perfezionate negli anni ’90. Le leggi urbanistiche di fine secolo, infine, esemplificano, al meglio, il travestimento – effettuato con scrupolosa diligenza – dal conservatorismo progressista. All’orgia “tricoteuse” dell’utopia regressiva subentrano così, nella normativa urbanistica, provvedimenti accattivanti che trasudano “buonismo” e “solidarismo” (il logos della Biennale di Architettura di Venezia del 2000 è “Less aesthetics, more aethics”). Il travestimento, dettato dalla nuova situazione del Paese, dalla necessità di consenso, dell’implosione del socialismo reale, ecc. fa tesoro – mediaticamente – del comportamento del gatto e della volpe in Pinocchio. Poiché l’utopia è morta e l’ideologia sta molto male, l’economia diventa la metafora della politica. La cultura (in particolare urbanistica) subordinata al potere non ha altre possibilità che imitare (spesso goffamente) la “guida politica” che, in termini trasformistici, ha mestiere da vendere. Naturalmente in questo quadro involutivo, in questo processo di de-identificazione, nessun vero problema – per rendere coerente il paese, nell’assetto urbano, al sistema ed alla dinamica della realtà – viene concettualmente e operativamente affrontato. Le “sunset laws”, anacronistiche e non più applicate, non vengono tolte dalla circolazione; la grande trasformazione economica e tecnologica (che ha profonde ricadute nel territorio) viene rimossa; nella logica del Gattopardo. Con questo atteggiamento, di prevenzione e salvaguardia, il conservatorismo progressista (che, al termine della lunga marcia, è ufficilamente entrato nella stanza dei bottoni), pur delegittimato dagli eventi, cerca di mantenere – nell’assetto del territorio – un ruolo monopolistico. Delegando agli intellettuali organici residui (falcidiati dagli eventi), la diffusione nelle masse (sempre meno consistenti) dei “domani che cantano”, anche nell’urbanistica. Non importa se del tutto improbabili. In particolare: quale significato può ancora rivestire l’inattuale meta narrazione deterministica funzionale (lo “zonig”, la “destinazione d’uso”, il piano “prefigurato”, ecc.) nella scena postmoderna, nella società d’informazione? Si è mai visto la costruzione di un futuro riutilizzando il passato? Senza proporre una soluzione, evitando così di cadere nel trabocchetto del dogmatismo ideologico, ho quindi ipotizzato alcuni percorsi (o modi di pensare) l’organizzazione della città e del territorio, compatibili con i modelli (adeguatezza al sistema, appropiatezza alla contemporaneità) presi a riferimento nell’analisi del passato, pertanto utilizzabili – senza controindicazioni – in una ipotesi di lavoro per il futuro; evidentemente alternativi all’attuale stagnazione. Anzitutto (è la prospettiva più limitata) una maggiore attenzione agli ordinamenti urbanistici in essere nei paesi avanzati (che, anche nei momenti di crisi non si sono lasciati soverchiare – nella “governance” – dall’antisistema). Dalla corretta interpretazione di queste norme è possibile ricavare una lezione di flessibilità e di pragmaticità. In secondo luogo è possibile sperimentare, sulla base degli attuali paradigmi (complessità, incertezza, razionalità plurivoca) e delle relative ricadute – politiche, economiche, tecnologiche, comportamentali – nella vita associata, una radicale revisione del modo di pensare l’oggetto architettonico (abbiamo già esempi in materia) e il fenomeno urbanistico. Un processo induttivo-deduttivo, non facile ma, in compenso, suscettibile di risultanze innovative, conformi alla trasformazione in atto. Comunque indubbiamente più stimolante – ai fini di una interpretazione (e di una operatività) del presente-futuro che non il processo di “comparazione” prima menzionato (che prende in esame il “già visto”). La consapevolezza dell’instabilità e della frammentazione fanno la differenza. Da ultimo il tracciato che ritengo, al momento, più proficuo; semprecchè (come precondizione) vengano messe in cassa integrazione le “menti sovrane” tecnico-politiche, le “idee ricevute” dal passato, la difesa – ottusa e pervicace – del monopolio pubblico nell’ordinamento urbano urbano e territoriale. Un tracciato che nasce dalla convinzione che il “benessere” – nella società deriva dalla concorrenza fra pubblico e privato, dalla competitività; si conferma così la formula canonica di De Mandeville (vizi privati = pubbliche virtù). Nella città e nel territorio il pubblico può avere il ruolo di una “colf” efficiente (come diceva Camus), o di un “guardiano notturno” (come diceva Lassalle); il suo compito si limita a salvaguardare i diritti e le possibilità di scelta di tutti i cittadini. E’, di conseguenza, illegittimo il ruolo di monopolista che si è attualmente ritagliato nella città e nel territorio, illegittima la prefigurazione dell’assetto del territorio da una parte di un soggetto che, per solito, ha conoscenze inferiori al singolo cittadino. E non si può dar credito, razionalmente, alle “buone intenzioni” del soggetto stesso! Per di più le scelte progettuali urbanistiche non sono – “in re ipsa” – univoche; è, di conseguenza, perfettamente naturale una “pluriopzionalità” nelle soluzioni e una pluridecisionalità nelle scelte. In un quadro – quale quello postindustriale – accertato e flessibile, in cui ogni congettura è – per così dire – in attesa della confutazione. Per concludere; consapevole della trasformazione in atto ho scritto questo “pamphlet” in odio al conformismo, alla plumbea omertà – sul modo di pensare la città e il territorio – che grava nel nostro Paese. Con la speranza che l’economia, l’innovazione tecnologica, i mutati comportamenti (l’utopia individuale ha preso il posto di quella collettiva), mettano finalmente alle corde il “già visto”, che la processualità imponga – nell’ordinamento urbanistico – regole conformi al processo evolutivo della realtà. Un sasso nello stagno, una provocazione, una riflessione eterodossa su un passato – e un presente – strumentalmente ibernati da chi (politico o tecnico) difende ostinatamente arbitrari diritti acquisiti politico-culturali, un “sapere” defunto e imbalsamato. Sono dunque d’accordo con Cioran quando afferma che il lavoro di demolizione “esalta e conferisce energia”; ma non mi sottraggo, esaminando tracciati praticabili, ad ipotesi di lavoro per il futuro. Comunque ritengo che sia meglio – il “conflitto intellettuale” (come lo chiama Ernst Nolte), anche aspro, piuttosto che l’ipocrisia dell’”embrassons nous”; fermo restando che l’ideologia urbanistica elaborata nella seconda metà del ‘900 nel nostro Paese – tuttora in essere – non è per certo una religione monocratica. |