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Da qualche tempo vengono alle ribalta episodi di demolizioni spettacolari, vedi il “Mostro del Fuenti”, le Vele di Secondigliano, alcune costruzioni abusive nella Valle dei Templi di Agrigento, abitazioni ancora abusive nelle periferie di Roma. Si tratta forzatamente di episodi, carichi di valore simbolico, salutati come segnali della volontà di rimettere ordine sul territorio dopo troppi anni di scempio urbanistico e di incapacità nel far rispettare le leggi, se non di mancata volontà. Il ricorso alla dinamite non mi sembra, però, il rimedio universale. Vale nei casi di abusi edilizi conclamati e, di deturpazioni irrimediabili del paesaggio, come le Torri del Villaggio Coppola a Pinetamare.
Ma non tutti i “mostri” sono abusivi; esistono nel centro delle città quelli regolarmente autorizzati, al pari di quelli che abbondano lungo le coste delle Penisola e delle Isole Maggiori. Dai singoli edifici dissonanti e fuori scala lungo la Riviera Ligure (alcuni con Firma di Maestri famosi) all’albergo sorto sulla Punta Falcone; una delle meraviglie della Sardegna costiera compromessa da insediamenti turistici in gran parte autorizzati benché in contrasto con le esigenze di tutela del paesaggio. Va dunque sfatata l’idea diffusa dell’equazione “Mostro=abusivismo”. Se il 46,14 per cento del territorio nazionale è sottoposto a vincoli di tutela, come spiegare migliaia di mostri tutt’altro che nascosti, addirittura esibiti? La quantità di edifici da abbattere è tale che non basterebbe la dinamite, né basterebbero i quattrini per compiere interamente le operazioni fino allo smaltimento dei detriti e alla sistemazione degli spazi rimasti vuoti. Nessuno ha mai fatto la stima, ma è evidente che i volumi da abbattere arriverebbero a milioni e milioni di metri cubi con una spesa non quantificabile. A Lione l’abbattimento con la dinamite controllata della prima di dieci torri nel quartiere Democratie (10 ottobre 1994) costò l’equivalente di 4 miliardi e mezzo, più un miliardo e mezzo per dare pubblicità alla operazione. E’ dunque necessario chiarire quali sono i casi con forte valore esemplare, quali sono necessari e realizzabili, che cosa si deve e si può fare dopo per restituire qualità e dignità all’ambiente ripulito. Le difficoltà maggiori nell’applicare la cultura della sottrazione si incontrano nelle città dove sono sorti edifici (regolarmente autorizzati o in qualche misura fuori legge ma tollerati) di cui a gran voce si chiede la demolizione benché i giudizi siano controversi. Faccio alcuni esempi. A Napoli sono sotto tiro la torre costruita ai tempi di Lauro nel chiostro di un Convento, il Palazzaccio di Piazza Cavour, diverse emergenze del Vomero. A Torino vorrebbero demolire il palazzo per uffici di Piazza San Giovanni, di fronte al Duomo e a lato della Porta Palatina, progettato molti anni fa in un momento infelice da un pur bravo architetto. Qualcuno vorrebbe buttar giù anche la torre littoria che stride sullo scenario del Centro Storico. A Genova ecco l’orrendo inserimento pseudomoderno nella Palazzata medievale di Sottoripa, e ancora nel Centro Storico il pasticciato palazzo della Cassa di Risparmio. Quanto al “Torracchione” aggiunto da Aldo Rossi al teatro “Carlo Felice” i pareri prevalenti sono quelli orientati alla rassegnata accettazione. A Roma sarebbero da buttar giù gli obelischi di via della Conciliazione, almeno quelli (operazione di costo limitato ma culturalmente significativa) A Venezia dovremmo far sparire l’isola artificiale del Tronchetto. E nelle città di minori dimensioni non possiamo dimenticare lo strambo Palazzo di Giustizie di Savona, i grattacielini di Noto e di Gallipoli, le torri sulle spiagge della Riviera Romagnola. La caccia agli orrori, presunti o veramente tali, rischia però di diventare un gioco da salotto. Molto più serio, e a volte angoscioso, il problema delle abitazioni abusive non condonate o sorte dopo l’ultimo condono, cominciando da quelle sulle pendici del Vesuvio e nelle periferie di Roma. Quando si tratta di costruzioni dovute a chiari intenti speculativi il ricorso alle ruspe appare doveroso. Quando le ruspe abbattono modeste casette abitate da famiglie a basso reddito, certamente colpevoli di illegalità ma compiuta senza alcun intervento repressivo quando il cantiere era all’inizio, il dramma umano è sconvolgente. Abbiamo assistito in TV alle scene di disperazione degli abitanti di povere case demolite dalle ruspe distruggendo mobili, arredi, letti e cucine, mentre la polizia teneva lontani i proprietari. In questi casi, oltre ai preavvisi formali, sarebbe opportuna la ricerca di alternative intervenendo dopo aver trovato soluzioni convenienti e senza fare a pezzi tutto quanto è contenuto nelle abitazioni, compresi i ritrattini di famiglia, il televisore e gli elettrodomestici acquistati a rate. Contrasta, con queste manifestazioni di violento ripristino della legalità, la tolleranza verso tanti abusi che ancora si stanno compiendo apertamente o in modo mascherato in zone vincolate, vedi il rustico che diventa villa con piscina. E poi che fare delle migliaia di abitazioni, condonate o no, in zone di grave pericolo per frane, dissesti in atto, rischio sismico? C’è da rabbrividire pensando alle pendici del Vesuvio. Un capitolo a parte è quello dei megaedifici nei quartieri di tipo economico-popolare e del naufragio di altri quartieri dello stesso tipo progettati con nobili intenzioni ma realizzati male, rimasti incompiuti, abbandonati al degrado per mancanza di servizi e di manutenzione, per occupazioni abusive. Lo “Zen” di Palermo è stato definito “uno degli episodi più tristi dell’edilizia sovvenzionata in Italia” dal suo stesso autore, Vittorio Gregotti. Alla categoria dei megaedifici appartengono le sette Vele di Scampia, il Corviale di Roma, e Lavatrici di Genova, per fare gli esempi più clamorosi e certamente ben conosciuti da chi legge questa rivista, anche se nelle Facoltà di Architettura se ne è parlato poco, preferendo limitarsi alla qualità dei progetti e sorvolando sui problemi sociali causati da “mostri” ritenuti magari “capolavori” come il Corviale, addossando ogni colpa dei fallimenti al comportamento degli assegnatari, alla inadeguatezza dei servizi ecc. A Scampia tre Vele sono state abbattute, ne rimangono quattro ed una di queste viene convertita per uffici pubblici. Si impone con urgenza il problema di nuovi alloggi per gli occupanti delle Vele demolite o destinate ad altri usi. A questo punto emerge la necessità di cambiare metodo nella progettazione, non più immaginando a tavolino aspirazioni ed esigenze degli abitanti, non più immaginando nello studio dell’architetto le tipologie più idonee, ma cercando anzitutto di capire i motivi del disagio per rimuoverli concretamente senza ripetere gli errori del passato. La consultazione degli abitanti è indubbiamente difficile. La maggioranza aspira quasi ovunque alla casetta individuale con un pezzo di orto-giardino. Ma la via di mezzo, case di abitazione a non più di 4 o 5 piani, sembra da studiare con attenzione. E’ la strada già indicata a suo tempo da Alvar Aalto, il quale aveva tratto dall’esperienza la convinzione della pericolosità sociale delle case a torre. Altra svolta determinante: lo studio preventivo del microclima, della natura del suolo, delle tecniche costruttive più idonee per garantire condizioni di vita confortevoli (l’uso dei prefabbricati con pareti divisorie in cartongesso nega qualsiasi intimità). Non pretendere di imporre il pezzo di bravura ma tener conto dei minuti problemi dell’abitare, dal ripostiglio allo stenditoio, allo spazio protetto per far giocare i bambini quando piove. Ottimi esempi si hanno nei sobborghi di città scandinave, vedi Farsta a Stoccolma,e nelle New Towns dell’ultima generazione. Diversi accademici e critici nostrani continuano a ignorarle o a considerarle con sufficienza, ma avremmo molto da imparare. Rimando, per brevità al capitolo del mio libro “Passato e futuro delle città, processo all’architettura contemporanea” uscito nei mesi scorsi da Einaudi. Ho seguito l’evoluzione delle New Towns dagli anni Sessanta ad oggi. Le esperienze di altri Paesi sono interessanti in materia dì demolizioni e dimostrano che la dinamite non baste per risolvere i problemi. Il precedente più lontano risale al 15 luglio 1972: a St.Louis la dinamite controllata distrusse le torri di 14 piani progettate da Minoru Yamasaki (celebre per i gemelli di Manhattan) e divenute inabitabili. In Francia fa testo il caso di Lione-Venissicux dove le demolizioni non hanno risolto i problemi sociali gravissimi. Ma il fiasco probabilmente più ricco di insegnamenti è quello di Bijlmermeer, quartiere di iniziativa pubblica nei dintorni di Amsterdam, costruito a partire dal 1966 e divenuto un mito nelle scuole di architettura: lunghi blocchi di undici piani, gallerie interne, percorsi pedonali separati, autorimesse sotterranee, ballatoi, servizi fortemente accorpati, abbondanza di verde. Una “perfetta” macchina per abitare, divenuta in pochi anni teatro di violenza e di abbandono. Alle proposte di demolizione fu preferita quella della riconversione: tagli e alleggerimento dei blocchi, eliminazione delle gallerie, frazionamento degli spazi e dei servizi. Anche a Liverpool sessanta torri “popolari” di 15-20 piani furono parzialmente smontate negli anni Ottanta, per trasferire gli abitanti in case a tre-quattro piani. Per la riqualificazione delle periferie più delle demolizioni valgono gli interventi minuti e umili di chirurgia plastica, dopo estese consultazioni degli abitanti. Certamente gli architetti vanno scelti attraverso concorsi, ma si deve tener conto della molteplicità delle discipline in gioco e della loro interazione. Dall’architettura del paesaggio alla bioarchitettura, all’ecologia urbana, alla bioclimatica. Si stanno moltiplicando i corsi su queste materie in diverse Facoltà italiane. Segnalo i laboratori di Torino, cominciando da quelli di Gabetti e Isola dove si discute finalmente del come ridisegnare paesaggi costruiti, non mimetizzando con un po’ di verde quelli casuali e malvissuti ma cercando di rispondere a esigenze non soltanto estetiche. Soprattutto si deve evitare la ripetizione di modelli formali e di metodi che attribuiscano al singolo architetto la capacità e facoltà di tutto prevedere. Cito ancora una volta Alvar Aalto: “La vera architettura esiste soltanto quando pone l’uomo al centro del progetto”. |