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La legge quadro dell’urbanistica, varata nel 1942 ha avuto vita grama sin dal suo muovere i primi passi sul territorio nazionale; la ricostruzione postbellica mise in campo la prima di una lunga serie di leggine di emergenza, ed i piani di ricostruzione unitamente alle strategiche “varianti” ai piani regolatori generali (molti dei quali redatti ed approvati antecedentemente all’entrata in vigore della legge quadro) spalancarono la porta all’incontrollata esplosione urbana, come eloquentemente denunciato nel film di Francesco Rosi: “le mani sulla città”, non casualmente incentrato su Napoli. La crescita della città per addizione di parti, protrattasi sino agli anni ’80, ha imposto una velocità alle operazioni trasformative interessanti l’insediamento territoriale, produttivo come residenziale, sviluppatosi molto più al di fuori che all’interno del dettato della legge urbanistica (nonostante i suoi non pochi “adeguamenti” e la miriade di frastagliamenti messi in campo per renderla più “praticabile”) all’insegna del perseguimento di obiettivi tutt’altro che ispirati al bene comune, all’interesse collettivo, il cui carattere rozzamente o raffinatamente speculativo, ha prodotto devastazioni al contesto paesaggistico, ambientale, produttivo e culturale, lasciando sul territorio della “nuova città” le scorie dei malesseri che maggiormente oggi affliggono la governabilità e più ancora la vivibilità: congestione, conurbazione, inquinamenti, degrado.
L’urbanistica oggi più che “rigenerata” o “rigenerazionata”, andrebbe “rifondata”, in Campania come altrove, sulla base di ritrovati principi e di nuove regole. Non basta moltiplicare i convegni in detta direzione per mobilitare l’accademia dello scientifico sapere, e sollecitare i nuovi saggi a riscrivere le carte dei diritti dell’uomo (diritti alla casa, alla città, al lavoro, ad una vita più sicura, più serena, più bella, più giusta…), occorre andare oltre, attivare cioè una politica di autoacculturamento effettivo della popolazione, dentro e fuori la scuola, sì da rendere i cittadini protagonisti responsabili sia nello scegliere i capofila della loro marcia in avanti, sia nell’individuare la trama dei percorsi da intraprendere insieme nello sforzo collettivo di proteggere, valorizzare e sviluppare le risorse di propria riconosciuta appartenenza, nel pieno rispetto dell’onestà intellettuale, delle professionalità, delle competenze e delle dignità. In questa ottica e su tali presupposti, come ci insegna la storia delle eutopie che hanno parlato alle coscienze facendo da stimolo alle cosiddette “rivoluzioni socio culturali”, possono ritrascriversi le “buone regole” della rifondazione disciplinare, in un colloquio sereno tra i responsabili delle istituzioni, le scuole di specifica formazione, i centri di ricerca e le associazioni spontanee dei cittadini animate di senso civico, in uno con l’apparato politico ai vari livelli amministrativi. Ciò significherebbe riscrivere la legge regionale anche facendo tesoro delle esperienze maturate altrove ad opera di più zelanti apparati amministrativi, sulla base della quale avviare un effettivo coordinamento tra le diverse forme e dimensioni della pianificazione urbanistica, spostando l’asse delle scelte strategico politiche dal piano delle “condivisioni” a quello delle effettive “partecipazioni”. Ma tutto ciò non ha forse il sapore di un’astratta retorica maturata nel chiuso di ambienti accademici nei quali si ignora, anzi si vuole ignorare, che la molla azionante il fare, è stata e sarà il profitto economico di una parte eletta a governare il tutto? E’ a questo e ad altri simili interrogativi, ispirati da purtroppo diffusi atteggiamenti di cinico pessimismo e scettica rassegnazione che bisogna fornire una conclusiva risposta; e questa non può partire che da atteggiamenti di rinnovata fiducia, quella stessa che promuove la professionalità, il potenziamento dei quadri specificamente formativi, moltiplicando gli insegnamenti universitari del settore, attivando scuole di perfezionamento e di specializzazione in pianificazione urbanistica ed adoperandosi perché detto insegnamento venga praticato a tutti i livelli della scuola dell’obbligo. Non è forse più nefastamente retorico pensare che si possa continuare ad andare avanti così, chiamando in campo la troppo pubblicizzata partenopea “arte di arrangiarsi” o pigliandosela con… la forza del destino? |