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Tra il 1955 e il 1970 la Provincia di Napoli costruisce nell’area compresa tra Napoli e Lago Patria la Circumvallazione esterna-Strada Provinciale n° 1, che collega Napoli con il mare attraverso la prima cinta di comuni esterna alla città. La strada è nota come “Strada degli Americani” o come “Doppio senso”. Era la “Strada degli Americani” prima ancora di nascere, perché sorgeva su un sentiero aperto nel dopoguerra dagli alleati, ma lo è diventata sempre di più negli anni, quando i grandi contenitori e le pubblicità, i capannoni e le villette unifamiliari l’hanno trasformata in una versione nostrana del paesaggio dei sobborghi americani. E’ stata il “Doppio senso” da subito, per il suo percorso di andata e ritorno -una novità per quell’epoca-, nell’immaginario popolare “come le strade che si vedevano nei film”. La strada è l’unico legame tra oggetti diversi disseminati lungo i suoi bordi, è la causa e lo specchio di molti cambiamenti di questo territorio. Provare a descriverla può essere un’occasione per confrontarsi con questi cambiamenti, e per ricondurli al dibattito più generale sulla città contemporanea e sul rinnovamento della nozione di paesaggio. Le questioni a grandi linee sono note, perfino usurate dal dibattito recente.
Città e campagna non si riconoscono più, centro e periferia sembrano aver perso il loro significato, l’edificazione si diffonde indifferentemente sul territorio saldando tra loro i nuclei urbani e appoggiandosi agli assi a scorrimento veloce. Il paesaggio diventa tutto paesaggio urbano, di un’urbanità diversa da quella tradizionale, diffusa, frammentata, che trae le sue regole dall’innesto con la campagna e con i segni della geografia. La scala di riferimento si amplia fino a perdere di vista il carattere locale, si accelerano i tempi di percorrenza e cambiano le modalità d’uso, esigenze e consuetudini omologate tendono a rendere simili luoghi in origine molto diversi e a classificarli senza distinzioni nella categoria dei “nuovi paesaggi urbani”. A ben guardare però, qui come altrove, le differenze emergono e si scopre un territorio costruito sul compromesso: tra permanenza e trasformazione, tra locale e globale, tra specificità e omologazione; un’”architettura senza architetti” che, riproponendo con insistenza le stesse risposte spontaneee a bisogni ricorrenti, trasforma radicalmente gli scenari della vita urbana. Lungo la Strada degli Americani l’originario paesaggio delle distese agricole intervallate da piccoli centri abitati è diventato un paesaggio ibrido e complesso, una sequenza di paesaggi: agricolo, industriale, residenziale e commerciale. Nonostante la continuità del segno, il percorso ha perso il suo carattere unitario, è frammentato in tratti -il tratto extraurbano di Giugliano, quello urbano di Villaricca, quello industriale di Casoria-, come tante strade diverse quasi casualmente collocate sulla stessa sede. I paesaggi si susseguono e si incrociano, si sovrappongono in più punti; il paragone ormai scontato con il montaggio cinematografico suggerisce qui tempi alterati, dissolvenze e sovraimpressioni. A Melito in pochi metri quadri un edificio commerciale -MILLEPIEDI-, palazzine e palazzoni residenziali, un traliccio dell’elettricità, alcuni vivai -VIVAI CHIANESE, VIVAI MAISTO- e un certo numero di insegne si contendono la visibilità dalla strada; poi per lunghi tratti c’è solo campagna; più avanti gli stessi oggetti ricompaiono con logiche diverse di combinazione; di tanto in tanto una rotonda o un grande centro commerciale funzionano da punti di riferimento. La ripetizione, la bassa densità, la grande dimensione, soprattutto l’allineamento lungo la strada, sono le nuove regole in base alle quali si costruisce questo paesaggio; ma le vecchie regole sopravvivono ancora attraverso la maglia centuriale o gli assi fondativi dei nuclei urbani, ed è dallo scontro di vecchie e nuove regole che derivano i conflitti. E’ come se due trame totalmente autonome venissero a sovrapporsi, quella più fitta del preesistente e quella più larga del sistema-strada con le sue appendici di recinti e contenitori. C’è un salto di scala, da quella minuta, locale, di tutto ciò che si costruisce per contiguità a quella grande, territoriale, delle relazioni a distanza tra episodi dislocati secondo logiche estranee ai luoghi. L’esempio più tipico è quello degli ipermercati, solo tre in zona, l’EUROMERCATO di Casoria, CITTÀMERCATO di Mugnano e l’IPERCOOP di Afragola che si dividono un territorio ridotto a terreno di competizione commerciale -bacini d’utenza di prima, seconda o terza fascia-, mentre si attende l’apertura di un quarto ipermercato a Giugliano. Con il salto di scala emergono ancora due paesaggi, che corrispondono ai due tempi della nuova città estesa: il tempo veloce dell’automobile, che mette a fuoco solo alcuni oggetti relegando tutto il resto in uno sfondo confuso, e il tempo lento del pedone, che misura gli intervalli tra le cose e raccoglie le tracce anche impercettibili che disegnano gli spazi. Il primo è un paesaggio fondato sull’impatto e sulla comunicazione immediata, come quello della Las Vegas di Venturi, il paesaggio delle insegne e delle facciate pubblicitarie, delle costruzioni isolate e della grande dimensione, di CITTAMERCATO, dell’AMERICAN SUPERMARKET, dell’hotel LA LANTERNA e del MY TOY. Il secondo è il paesaggio della continuità, dei tracciati storici e delle cortine edilizie, dei lotti agricoli e degli isolati residenziali, delle relazioni bruscamente interrotte dal passaggio della strada. E’ il paesaggio che l’ultimo film di Linch rende visibile con un artificio: la lentezza di un trattore su una strada dove tutti corrono, lo sguardo di un vecchio su un mondo mostrato di solito attraverso gli occhi dei giovani. Tra questi, i moltissimi paesaggi dell’ibridazione che combinano le logiche insediative e confondono i riferimenti architettonici. Sono i paesaggi dell’auto- organizzazione, quelli che non rispondono a modelli prestabiliti e che sono di conseguenza più difficili da decifrare. Si sviluppano nell’intersezione tra le varie scale, negli spazi tra il sistema della strada e quello delle preesistenze, utilizzano architetture dismesse e riadattano gli edifici a nuove destinazioni. Si manifestano con usi non codificati degli spazi, con attività che nascono come provvisorie e poi si radicano nei luoghi. Sono i paesaggi del caos e dell’assenza di regole, quelli in cui si annidano il degrado e l’illegalità, ma anche quelli in cui è più forte la vitalità e lo spirito di adattamento di un territorio capace di metabolizzare qualsiasi trasformazione e di un’architettura capace di servirsi di ciò che ha a disposizione per rispondere alle necessità. Sono paesaggi che creano inconsapevolmente nuovi modelli nella ripetizione spontanea delle soluzioni, paesaggi che se non altro rivelano nuovi bisogni. Il geografo J. B. Jackson in America li ha definiti vernacolari, utilizzando un termine solitamente riferito all’architettura spontanea lontana nel tempo e specificamente legata ad un luogo. Oggi il vernacolo è un altro, e include anche quel tanto di omologazione inevitabile in un contesto allargato come quello contemporaneo; per J. B. Jackson è vernacolo l’edificazione spontanea dei bordi delle autostrade come la trasformazione della casa per l’inclusione del garage. Da queste parti il catalogo può comprendere l’occupazione degli spazi sottostanti il viadotto o l’architettura provvisoria di vivai e chioschi nella fascia di rispetto della strada; l’aggregazione delle villette unifamiliari in parchi e le loro costanti tipologiche e formali; l’architettura del commercio, dai contenitori alle palazzine trasformate in centri commerciali; infine insegne e pubblicità, che ricoprono ogni superficie disponibile per indicare, con una sovrabbondanza d’informazioni, ciò che altrimenti il disordine renderebbe invisibile e per spiegare, come didascalie, quello che non sarebbe riconoscibile per l’assenza di modelli noti. Qui una casa è uguale ad un centro commerciale, che è uguale a una discoteca, che è uguale ad un hotel, a meno degli elementi aggiunti, e tutti ricalcano il modello della palazzina, mentre nascono spontaneamente nuovi tipi di architetture, la casa-officina, la casa-centro commerciale, il centro commerciale- fabbrica, invenzioni recenti ottenute da combinazioni inedite di elementi comuni: una tettoia addossata ad una casa rurale, insegne al neon sui balconi di un edificio residenziale, una vetrina aggiunta ad un capannone industriale provocano inconsapevoli effetti di “straniamento”, come la recinzione di un bowling che diventa la vetrina di un negozio di biancheria, o la facciata di un hotel ricoperta da un enorme affresco, o il recinto di una villa fuori scala -GLORIA- che racchiude a sua volta altri recinti e piscine e case e casette di tutte le misure in vendita per le ville vere. Recinti grandi, recinti più piccoli, recinti che contengono recinti sono il tema ricorrente di questo paesaggio. Emblemi di separazione funzionale e sociale, dalla sicurezza di uno stabilimento produttivo alla privacy di un parco residenziale fino all’emarginazione del campo nomadi, alle spalle del carcere di Secondigliano, sono le declinazioni che un antico rito di appropriazione dello spazio assume all’interno di questa nuova forma di città, pulviscolare, individualista, non pianificata; sono le tracce che riconducono la grandissima alla piccolissima scala. |