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intervista a Gennaro Polichetti a cura di Clotilde Bavaro Quali sono i problemi più difficili da Lei affrontati durante la Sua esperienza di Assessore al Comune di Torre Annunziata? Soprattutto quelli legati alle strutture intese sia dal punto di vista degli spazi fisici all’interno dell’edificio sede del Comune, che stiamo per sottoporre a lavori di restauro, dove materialmente non riusciamo a sistemare i vari uffici dell’area tecnica e sia per carenze di organico. Non abbiamo, infatti, un numero sufficiente di dipendenti in particolare per quanto attiene le qualifiche intermedie: vi sono i dirigenti dei dipartimenti, quello dei LL.PP. e quello dell’urbanistica, e le figure operative tecniche ed amministrative ma siamo scoperti per quanto riguarda i responsabili dei vari settori.
Sono previsti corsi di formazione ed aggiornamento per il personale tecnico nella sua Amministrazione? Sono previsti e fin’ora è stata sempre garantita la presenza del nostro personale ai corsi di aggiornamento più importanti non senza problemi per i motivi a cui si accennava prima legati alla mancanza di organico; recentemente hanno frequentato corsi relativi all’istituzione dello sportello unico, sulla Merloni, sulla sicurezza dei cantieri. Secondo Lei quali sono i poteri che i Comuni dovrebbero avere in campo urbanistico viste le lunghe procedure di approvazione degli organi urbanistici? Sicuramente una maggiore discrezionalità nella gestione del proprio territorio poiché la presenza eccessiva di vincoli di ogni genere, in molti casi non rispondenti alla reale situazione dei luoghi, rendono molto spesso inattuale la realizzazione di progetti sia privati che pubblici. E’ il caso, ad esempio, dell’Accordo di Programma sottoscritto per l’ex area Dalmine a Torre Annunziata, dello stesso Contratto d’Area Torrese-Stabiese, dei vari Patti Territoriali che da un estremo all’altro del Golfo di Napoli sono miseramente falliti soprattutto per questi motivi. Bisognerebbe, inoltre, rivedere le procedure di approvazioni dei piani urbanistici e delle varianti ai piani eliminando passaggi burocratici inutili facendo in modo che si possano garantire ai cittadini tempi e modalità certe; è inaudito far attendere anni per far sapere se è possibile costruire l’agognata casa o avviare un’attività imprenditoriale. Perché oltre a non riuscire ad utilizzare i fondi privati, si perdono anche i fondi pubblici, negli ultimi anni quelli europei, per le scadenze non rispettate? In molti casi i motivi sono da ricercare in quelle difficoltà prima accennate relative ai vincoli e alla mancanza di programmazione. Nel caso dei fondi pubblici e di quelli europei credo che molto sia determinato dalla mancanza di progetti; amministrazioni pubbliche, come quella di cui attualmente rivesto la carica di assessore, non sono dotate di uffici in grado di poter progettare, hanno spesso la difficoltà a rivolgersi all’esterno per la cronica mancanza di fondi per poter commissionare i progetti. Non a caso l’Amministrazione Provinciale nei primi incontri tenuti con i rappresentanti dei comuni per avviare le procedure inerenti i P.I.T. ha preannunciato che saranno resi disponibili fondi per la progettazione degli interventi a titolo di anticipazione per le amministrazioni locali. I nuovi programmi urbanistici (PRUST, Contratto di quartiere) devono essere considerati varianti o strumenti urbanistici veri e propri? Nel caso dei PRUST, ma anche gli stessi PIT, ritengo che siano da considerarsi dei veri e propri strumenti urbanistici visto che prevalentemente interessano più comuni uniti in aree omogenee che hanno analoghe finalità; per quanto attiene i Contratti di Quartiere, invece, non possono essere considerati piani urbanistici ma interventi di riqualificazione urbana, sociale, residenziale ed economico di parti di città particolarmente degratate e in qualche modo già disciplinate da uno strumento urbanistico attuativo (PEEP, PRU etc.). Mi parla della Sua esperienza relativa al Contratto di Quartiere? Quali sono stati i fini che ci si è posti, i problemi affrontati nel corso dello studio, le difficoltà nell’attuazione? Ho vissuto questa esperienza nella duplice veste: prima quella di progettista (fino al progetto definitivo) ed oggi in quella di assessore. Delle due quella come progettista è stata sicuramente la più interessante in quanto ha dato all’equipe di professionisti l’opportunità di lavorare ad un progetto di urbanistica partecipata (credo unico nel suo genere nella nostra zona) particolarmente stimolante. La prima fase si è svolta direttamente sui luoghi potendoli conoscere a fondo visto che pur vivendoli da decenni non vi era mai stata l’occasione fisica per calarsi in quel contesto sociale, per conoscere direttamente chi abita quelle aree, le esigenze, le aspettative, le necessità, da quelle più banali ai sogni nel cassetto. Un approccio iniziale difficile per la diffidenza che vi è nei confronti di chiunque si addentri nel quartiere (Penniniello) anche in considerazione delle note vicende giudiziarie legate all’inchiesta sulla pedofilia che in quel periodo interessava il quartiere molto da vicino. Nella seconda fase è stato predisposto il progetto di ristrutturazione urbanistica che prevede, oltre alla riqualificazione di tutta l’area circostante, la demolizione di quattro fabbricati sostituiti da cinque corpi di fabbrica di cui quattro ad uso residenziale e il quinto, centrale, per assolvere a varie attività collettive. Per quanto attiene le difficoltà incontrate lungo il percorso sono state soprattutto legate alle procedure visto che, trattandosi di programma di interventi mai attuato precedentemente, molte cose sono state modificate, principalmente nella fase iniziale, con un notevole allungamento dei tempi se si considera che il bando è dell’anno 1997 e soltanto il 30 ottobre u.s. si è giunti all’approvazione dei progetti esecutivi. La fase di attuazione degli interventi dovrebbe iniziare entro il prossimo anno anche perché ora dovranno essere ulteriormente definiti i modelli di sperimentazione, attraverso le convenzioni già avviate con l’ENEA e la FEDERCASA, che riguarderanno l’uso di energie alternative, la flessibilità d’uso degli spazi abitativi in virtù del numero e delle esigenze degli assegnatari degli alloggi, un particolare sistema strutturale di fondazione in area sismica e, importantissimo, come sistemare le famiglie che attualmente occupano gli alloggi tra la fase di demolizione dei fabbricati e quella di realizzazione dei nuovi. E’ questo un aspetto molto serio se si considera che abbiamo già quotidianamente il problema di nuclei familiari sfrattati o che storicamente non hanno mai avuto una casa e vivono in condizioni molto disagiate. Mi parla dell’esperienza TESS, quali sono gli ostacoli che non la fanno decollare? Credo che vi siano più motivi che fin’ora hanno impedito alla TESS (Torre e Stabia Sviluppo s.p.a.) di assolvere a quelli che erano i motivi della sua creazione e cioè porsi come struttura che riuscisse a recuperare le aree e i manufatti lasciati liberi da attività industriali dismesse e far in modo di incentivare l’avvio di nuove opportunità imprenditoriali. Tra i motivi vi è senz’altro quello dei vincoli che ricadono sulle aree interessate, come già più volte detto, che hanno rallentato le procedure con il conseguente sempre minore interesse da parte degli imprenditori. C’è poi stata la mancanza di seri progetti integrati sull’intero territorio interessato, quello torresestabiese in particolare, facendo in modo che si puntasse, di conseguenza, su quei progetti puntuali privati cantierabili dell’area stabiese, quali il porto turistico o l’ex cementificio, con minore interesse per quelli “virtuali” relativi alle aree industriali nel territorio di Torre Annunziata, area Deriver, SCAC, Tecnotubi-Vega, dove ancora oggi si discute circa il loro futuro destino. Nel frattempo TESS ha aperto le porte ad altri comuni dell’area proponendosi, altresì, come struttura di riferimento e di coordinamento di quei programmi urbanistici d’interesse sovracomunale ma anche per lo studio di fattibilità di progetti di interesse pubblico su scala urbana non strettamente legati ad attività produttive intese in senso tradizionale. Da un lato tutto questo può essere positivo in quanto che in questo modo si possono reperire le risorse per autofinanziare le attività della società; è negativo, invece, perché non ha più un’identità ben definita lasciando insoluto l’obiettivo principale legato agli aspetti occupazionali. |