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Alberi, sistemi verdi e città A Roma, in un pomeriggio di marzo, gelido, ventoso e chiaro, ripercorrevo in macchina per l’ennesima volta una sequenza di strade ben note: Via dei Fori, l’aggiramento del Colosseo, Via di S. Gregorio, V. Guido Baccelli, l’uscita dalle Mura Aureliane sulla Via Cristoforo Colombo. Si ritrovano sempre, in questo percorso, alcuni complessi arborei o alberi isolati emergenti: il grande pino inclinato sostenuto da tiranti sul terrapieno attorno al Colosseo, l’albero di Giuda, allora fiorito, sotto il Palatino a fianco del portale su Via di Gregorio (il più bello come forma, se non il più grande, Cercis Siliquastrum esistente a Roma); e poi le masse di lecci e pini della Passeggiata Archeologica e i filari di cipressi di Via G. Baccelli.
Ma in quella particolare occasione, forse per la qualità della stagione e della luce o forse perché avevo in mente gli argomenti di questo scritto, le immagini e i giudizi sulle presenze vegetali si sono moltiplicati e articolati. Ho notato come immagini positive le piantagioni regolari di alcuni orti e il disegno classico di un giardino al di là di una recinzione; mentre un insieme inusuale di canne, aceri campestri, fichi e pruni selvatici fioriti sulla scarpata a ridosso della porta Ardeatina testimoniava che al di là delle mura, nel territorio dell’Appia Antica, esistono ancora tratti di autentica campagna. A parte queste ed alcune altre immagini positive, per il resto appena fuori dalle mura colpiva il grande disordine che impregnava il verde e gli spazi liberi non pavimentati di Roma, così come il costruito e le strade: disordine nella casualità delle speci arboree, nelle loro collocazioni e associazioni, nel degrado da smog e da potature incongrue, nel disseccamento delle zone a prato. Un albero in questa situazione rischia di apparire quasi altrettanto poco vitale e intruso quanto un palo di cemento o un cartellone pubblicitario. Questo disordine apparentemente epidermico e casuale ha in realtà motivazioni profonde. Tra queste sono: - la mancanza di attenzione, all’atto delle trasformazioni di siti più o meno vasti in luoghi urbanizzati, alle loro qualità e potenzialità naturali: si perdono così risorse preziose – acque sorgive o correnti, terreni fertili, alberature esistenti o potenziali – e si sprecano occasioni per qualificare anche formalmente le nuove strutture urbane; - la mancanza di un progetto complessivo che preveda fin dall’inizio il rapporto verde-costruito: e questo vale per la creazione dei grandi parchi come per le opere in cui il verde si deve integrare con il costruito e per il disegno di strade e viali: questi non sembrano pensati per accogliere alberi ma semmai caricature d’alberi; - le molteplici insufficienze nella attuazione e gestione degli spazi aperti urbani da parte dei numerosi responsabili coinvolti: tra queste sono la generale mancanza di coordinamento, la non predisposizione di spazi sotterranei o in superficie per cavi e cabine elettriche – con la conseguente continua aggressione alle radici degli alberi – i metodi assurdi di potatura. Queste considerazioni valgono per la situazione romana ma anche per molte altre città italiane dove a una struttura amministrativa, per altri aspetti molto meglio funzionante, corrisponde una debolissima struttura responsabile della pianificazione e gestione del verde. Certo non è così in tutte le città italiane e certo negli ultimi 10-15 anni c’è stato un intensificarsi di pubblicazioni, studi, progetti (molto meno di realizzazioni) che hanno in qualche modo coinvolto anche le pubbliche amministrazioni. Resta il fatto che le iniziative che da esse promanano sono spesso più il risultato dell’attività di qualche tenace e appassionato tecnico o amministratore o gruppo ambientalista che non l’espressione di una linea politica duratura. Da ciò discende il fatto che nelle città italiane non stata prodotta negli ultimi 30-40 anni quasi nessuna sistemazione verde che abbia una reale dignità urbana. A Roma, dopo il complesso di interventi di Raffaele De Vico e di Maria Teresa Parpagliolo, prima e all’epoca delle Olimpiadi del 1960, c’è una grande vuoto: e un avvenimento quale quello dei Giochi Mondiali di Calcio del 1990 – che normalmente diventa l’occasione per grandi sistemazioni a verde nelle città – ha portato solo a qualche alberatura di piazze e, per contro, all’occultamento del profilo delle colline di M. Mario con la contestatissima sovrastruttura dello stadio Olimpico. Negli ultimi otto anni, con la nuova amministrazione e la creazione di un Dipartimento per le politiche Ambientali, e grazie anche ai fondi cospicui destinati ai programmi di Roma Capitale e del Giubileo 2000, sono state realizzate numerose opere di creazione e riqualificazione del verde. Molte riguardano la risistemazione e il restauro di ville e giardini storici, come Villa Borghese, Villa Torlonia, Villa Ada. Tra le grandi operazioni di acquisizione alla proprietà e all’uso pubblico e sistemazione paesistica e archeologica è quella relativa alla Valle della Caffarella, nell’ambito del Parco dell’Appia Antica. Tra le operazioni di sistemazione a verde urbano sono quelle relative alle piazze-giardino e ai nuovi giardini soprattutto nella periferia. Il limite di un programma per molti aspetti importante è la mancanza di un suo inserimento in un progetto di sistema degli spazi liberi esteso ad un ambito comunale e sovracomunale coerente sotto il profilo storico-ambientale e paesistico. Quantità e qualità Spesso si attribuisce al periodo razionalista la responsabilità di avere indebolito la capacità progettuale nel settore del verde, così come nel settore dei quartieri e delle città, orientando gli interessi dei committenti e dei tecnici più verso problemi di funzionalità e di standards quantitativi che verso i problemi della qualità e della identità formale. Questa tesi sembra piuttosto semplicistica se si confronta con gli scritti dei teorici del razionalismo e con le vicende di altri paesi europei più o meno toccati dalla cultura razionalista. In un testo curato nel 1942 da L. Sert, che riassume il pensiero e i dettami di cinque congressi e dieci incontri del C.I.A.M., mentre si indicano in modo preciso e articolato la quantità e i tipi di spazi liberi e di attrezzature necessari a soddisfare le esigenze ricreative delle diverse componenti di una collettività, si sottolinea come sia impossibile misurare i bisogni di spazio libero soltanto in ettari e dare formule generalmente valide: lo vietano la varietà delle situazioni geografiche, ambientali sociali. E si propone l’idea di un sistema di spazi verdi, interni alle città, variati e collegati tra loro e ai grandi parchi periurbani ed esterni da reti di strade-parco. L’idea della park-way aveva già affascinato Le Corbusier come strumento di liberazione dal caos del traffico, capace di introdurre lunghi nastri di natura nella città. D’altra parte, a testimoniare che probabilmente i cattivi influssi del razionalismo – che indubbiamente in alcuni campi ci sono stati – hanno penalizzato soprattutto i paesi dove questo periodo è stato più marginalmente e tardivamente vissuto, sta il fatto che i paesi in cui le esperienze sono state portate più a fondo (Germania, Olanda) sono anche quelli dove la nuova cultura del verde ha raggiunto una maturazione più completa. Ovvero questo è accaduto nei paesi – come l’Inghilterra – dove nel dopoguerra si riscopre una sostanziale continuità tra la cultura paesistica elaborata nei due secoli precedenti e la sua reinterpretazione e innovazione nella progettazione del sistema degli spazi liberi delle grandi e piccole, vecchie e nuove città. Il Greater London Plan di Patrick Abercrombie – elaborato durante la guerra e pubblicato nel 1945, subito dopo il libro citato di L. Sert – prefigura per Londra una struttura degli spazi liberi naturali di eccezionale ricchezza: vi sono presenti le “grandi bellezze sceniche” e i paesaggi agrari delle “enclosures”, i parchi storici, i paesaggi dei corsi d’acqua, delle zone umide, delle foreste e praterie, così come i “greens” per giochi liberi, i play-grounds per bambini e i terreni sportivi, i giardini di risposo e le “squares” alberate, come pause nel tessuto costruito; e poi le interconnessioni delle stradeparco e dei percorsi per pedoni, biciclette, cavalli. Già nel piano di Abercrombie si prevede la reintegrazione nel sistema naturalistico-paesistico-ricreativo di grandi aree di potenziale qualità, ma fortemente degradate, quali la vallata del Fiume Lee. “Di tutti questi elementi – dice Abercrombie dopo aver ricordato che comunque il primo fattore nella pianificazione degli spazi liberi è l’adeguatezza della superficie in rapporto alla popolazione e agli usi – deve tenere conto il pianificatore sistematico del sistema dei parchi”... In questo sistema “il Fiume Tamigi è il grande impositore della curva di bellezza della natura”. Altra vicenda è quella di Barcellona molto nota, molto studiata, recente ed eccezionalmente unitaria, in quanto sviluppatasi nell’arco di un decennio. Qui, dopo i progetti per l’organizzazione funzionale degli spazi liberi del “Gruppo di Artisti e Tecnici Catalani” proposti con la collaborazione di Le Corbusier negli anni ’30, e dopo il vuoto del periodo franchista, il tema della qualità degli spazi liberi è al centro dei programmi di riqualificazione urbana degli anni ’80. Nei grandi parchi (versante da Ponente di Montjuic) come nei parchi lineari (Fronte marittimo), nei reintegrati assi civici (Avenida M. Cristina) e nelle sistemazioni delle piazze, la riconquista dei paesaggi naturali ai margini della città, il recupero dei vuoti in un tessuto estremamente denso, la selezione e composizione dell’elemento vegetale e delle acque diventano fattori primari del progetto urbano. I casi citati vengono proposti come esempi – tra i molti altri possibili – di esiti perseguiti per la conservazione e costruzione di un sistema verde, in diverse condizioni ambientali, culturali e urbane e secondo diversi modi di operare: in essi credo sia stato ottenuto, più o meno compiutamente, quello che viene di seguito indicato come ordine arboreo. Ordine arboreo come principio di ordine urbano L’ordine arboreo, nella definizione che qui ne viene data, è il risultato percepibile e attivamente operante della interpretazione del rapporto tra struttura ambientale e struttura storica, secondo alcuni principi e finalità. Il termine ordine include sia il concetto di risultato raggiunto che quello di capacità ordinatrice, quindi di intento progettuale. Il termine arboreo viene prescelto rispetto ad altri possibili termini più generali – quale ad esempio “naturale” – non solo come parte per il tutto ma anche come sintesi di ciò che delle manifestazioni del sistema ambientale nelle città viene colto con più immediatezza da gran parte dei cittadini e tende ad assumere valore di simbolo. In realtà l’ordine arboreo, così inteso, coinvolge l’intero contesto vegetale, fino ai suoi elementi più minuti e meno appariscenti; né è possibile prescindere dal complesso di correlazioni esistenti tra vegetazione, acque, suolo, clima. Né si può separare ciò che, nelle presenze vegetali in una città, esiste ancora di spontaneo e naturale da quanto è progettato, impiantato e fatto crescere dall’uomo. La comprensione dei principi e delle regole dell’ordine arboreo e dell’ordine naturale è indispensabile sia per operare nel campo specifico delle sistemazioni a verde che per acquisire degli strumenti utili al progetto del sistema degli spazi liberi, nella ipotesi che questo possa essere assunto come elemento primario di organizzazione della città e del suo territorio. Questo intento comporta necessariamente la messa a punto di criteri e categorie di giudizio finalizzati alla progettazione oltre che alla valutazione. E si sperimenta in tal caso come il ricercare i principi ordinatori di un sistema naturale – o parzialmente naturale – sia insieme più semplice e più complesso del ricercare i principi ordinatori di un sistema artificiale costruito. Appare più semplice in quanto ogni elemento fisico-naturalistico ha in sé alcune leggi di organizzazione interna, cui corrisponde un ordine formale; è più complesso, e anche più rischioso, in quanto è più forte la tentazione di trovare nell’equilibrio ecologico di un insieme o nella bellezza intrinseca di singoli oggetti (albero, foglia o roccia) le motivazioni di un giudizio estetico positivo: è sempre immanente l’assioma “utile uguale bello”. La correlazione tra equilibrio e armonia di tipo ecologico ed equilibrio e armonia della forma e dell’immagine spesso si verifica: ma il passaggio non è immediato né garantito, né soprattutto dà di per sé gli strumenti di progettazione. Sistema storico-ambientale e progetto del sistema per spazi liberi dell’area romana Su questi temi stiamo lavorando da anni in una ricerca universitaria recentemente pubblicata con il titolo: “Storia e natura come sistema: un progetto per il territorio libero dell’area Romana” riguardante le risorse storico-ambientali e il progetto del sistema degli spazi liberi di Roma e del suo territorio. L’ipotesi di fondo da cui muoviamo è appunto che le risorse di carattere fisico-naturalistico e le risorse ed i caratteri storici, considerati come sistemi e nella loro reciproca interrelazione, siano da assumere come elemento primario, prioritario ed ordinatore nella riorganizzazione fisica, funzionale e formale del territorio antropizzato. Questa ipotesi – nel suo riferimento a Roma – cade in una fase della storia urbanistica della città in cui, per dare una risposta alla precisa richiesta della legge n. 142/1990 sulle Autonomie locali, si sono rinnovate le proposte tendenti a risolvere l’annosa questione dell’area metropolitana romana e dei suoi limiti. Parallelamente l’Amministrazione Comunale di Roma sta sviluppando il nuovo Piano Regolatore Generale, con l’impegno di assumere come tema di fondo quello delle risorse ambientali e storiche. Il nostro studio tende quindi anche a verificare in che misura, nel caso di Roma, la struttura storico- ambientale possa essere assunta come criterio- guida per la delimitazione di un ambito coerente e come principio per il suo piano direttore e sistema verde. Una particolare attenzione viene data, nello studio, all’elemento acqua in quanto si riconosce come quasi ogni manifestazione vitale, ogni attività e forma sia in modo più o meno diretto condizionata dal sistema delle acque, meteoriche, correnti, sorgive. Per Roma in particolare la ricchezza delle acque che discendono dalla corona dei rilievi che circondano la città, scorrono lungo la valle del Tevere, emergono dalle molte sorgenti, è stata una delle ragioni dello sviluppo della città e della sua grandiosità architettonica e urbana: acquedotti e terme; piazze e corti con fontane; ville e parchi con bacini, cascate, catene d’acqua. Il sistema dell’acqua è stato il filo conduttore più costante del nostro studio. Ha innanzi tutto guidato la perimetrazione dell’ambito assunto come “area romana”: esso corrisponde alla parte di bacino idro-orografico del Tevere, definito dai crinali dei rilievi che circondano la piana di Roma, dalla “porta” che essi determinano sulla valle del Tevere e della linea di costa. Verso il mare il limite fisico del bacino coincide con il terrazzamento dell’antica linea costiera; e tuttavia la fascia tra questa e l’acqua non può non essere considerata come parte integrante del territorio romano ed è perciò inclusa nell’area di studio. Per l’ambito così definito – che costituisce il bacino idro-orografico di Roma – si è sviluppata una ricerca e una proposta in cui terre, acque, boschi, campagne, parchi, costruzioni e luoghi storici, percorsi, tendono ad essere visti nella loro interrelazione e integrazione come parti di un’unica struttura e di un progetto unitario: tale concetto vale sia per il progetto di conservazione del paesaggio storico che per il progetto di creazione di nuovi paesaggi. Questo obiettivo è strettamente connesso a quello di definire parametri utili a progettare un sistema di spazi liberi efficiente sotto il profilo ambientale, soddisfacente come risposta alle richieste degli abitanti e come qualità e identità degli spazi. Lo studio si articola su due livelli: - quello relativo all’area romana nel suo insieme, delimitata come bacino idro-orografico di Roma; - quello relativo alle parti di territorio caratterizzate dall’intreccio di particolari caratteri fisiconaturalistici e storico-paesistici come luoghi identificabili e come temi di progettazione ricorrenti. Per il primo livello valgono come criteri –guida soprattutto i grandi principi strutturali legati alla storia geologica e naturale del territorio: pensiamo, nel caso di Roma, alle connotazioni derivanti dalla struttura vulcanica e dalle sue potenzialità di creare suoli fertili e boscati, o al reticolo idrografico del Tevere, dell’Aniene e dei loro pur modesti affluenti: con la diversa forma e copertura vegetale delle valli aperte e dei canaloni incisi nel suolo. Il sistema delle acque imprime ovunque diversi caratteri paesistici e crea diverse potenzialità nella cintura di spazi liberi che ancora può costituire l’anello e la penetrazione verde intorno e dentro la città. Ai grandi principi fisico-naturalistici si intrecciano i grandi lineamenti storici, come ad esempio quelli creati in ogni epoca e società dal rapporto tra la collocazione e forma del reticolo stradale, la topografia e la natura del suolo, gli accessi, le visuali. Per il secondo livello occorre ricercare e creare delle regole più minute: queste in parte discendono dai principi generali del primo livello, ma richiedono anche la elaborazione di una sintassi, costruita attraverso l’identificazione dell’incrocio tra le singolarità e le ricorrenze, che possa diventare guida nella elaborazione progettuale. Tra i temi emersi nello studio è ad esempio quello delle emergenze morfologiche, che sono state nella storia di Roma sedi di insediamenti, di opere di architettura e di sistemazioni paesistiche particolari – Monte Mario o il Gianicolo ne sono esempi – e che costituiscono oggi importanti riferimenti e luoghi da recuperare ristabilendo affacci e connessioni da e verso la città. Altro tema è quello delle grandi direttrici storiche e archeologiche – le vie Consolari in primo luogo e i complessi archeologici dell’Appia Antica, di Veio, di Ostia Antica. Ovvero quello del rapporto tra gli spazi liberi interni ai quartieri delle nuove periferie e le zone marginali al loro esterno, che sono a volte tratti di campagna ancora quasi integri. In questo contesto anche l’ordine arboreo, nel suo significato più specifico e percepibile di selezione, associazione, organizzazione del mondo vegetale nella città, può essere regolato e sollecitato da criteri più certi. Può includere una gamma più numerosa, ma al contempo meno casuale di essenze: può divenire l’immagine del buon rapporto tra città e natura. |