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E così anche la XII legislatura parlamentare si concluderà senza che ci sia stata la tanto attesa riforma urbanistica. A meno di un anno dallo scioglimento delle Camere sono gli stessi Componenti della Commissione parlamentare Ambiente Territorio, che pure avevano proposto un testo unificato di norme per il governo del territorio a dichiarare che non ci sono i tempi per concludere i lavori in questa legislatura. Non è nemmeno immaginabile che vengano affrontati alcuni strumenti parziali in anticipazione alla mitica e complessa grande riforma urbanistica. Eppure sarebbero stati utili, necessari per imprimere segmenti di dimensione e capacità operativa allo strumento di piano di tradizione, quali: modalità per connettere processi di piano a programmazioni economico- finanziarie, o per svincolare processi di piano da obblighi gerarchici procedenti dall’alto verso il basso.
Se ne sarebbero avvantaggiate le legislazioni regionali che, nonostante stiano innovando nelle norme di materia, per più aspetti rimangono condizionate da quelle di principio della legge nazionale urbanistica vigente, che limita approcci personalizzati all’azione nei rispettivi contesti territoriali. Ancora rimane centrale l’attenzione per il livello comunale rispetto a quello di scala territoriale, mentre si accentua, per effetto di legislazioni nazionali, la frammentazione di programmi e di operatività di settore, che oltre alle tradizionali infrastrutture o servizi investono questioni ecologiche e ambientali esasperando un’impropria condizione dualistica ambiente territorio. Rimane allora da capire, per giungere ad un’efficace legge regionale, se impedimenti e nodi hanno dimensioni soltanto tecniche o si collocano tra la sfera politico-istituzionale e quella socio-culturale, o perchè si alimenta il distacco dall’approccio operativo alle problematiche urbane e territoriali, nonostante siamo già coinvolti da un urbanistica operativa: le stesse legislazioni nazionali recenti hanno introdotto l’utilizzo di nuove forme d’intervento sulle città e su aree più vaste con i patti territoriali, accordi d’area, recuperi urbani, per fare qualche esempio. Tempestivo e opportuno è stato il Convegno nazionale del 19 giugno promosso dal Dipartimento di Urbanistica dell’Università Federico II, con la collaborazione dell’Ordine degli Architetti della provincia di Napoli e della Sezione campana dell’Istituto Nazionale di Urbanistica, a pochi giorni dall’insediamento della Giunta della Campania della Regione del 2000: una dichiarazione dell’emergenza territorio. I motivi, i temi, la necessità della legge urbanistica regionale sono stati validamente esposti nel programma del Convegno, e non ci ritorno, se non per ribadire che sono quei motivi, quelle necessità a premere perchè non c’è più tempo per latitanze: le opportunità offerte dalle politiche comunitarie per non sottovalutare la realtà, hanno già evidenziato quanto la pianificazione condizioni l’economia, la correttezza amministrativa, il rapporto tra i poteri, quanto sia limitante la sottovalutazione dell’esigenza di un ragionamento globale dell’insieme delle trasformabilità territoriali che superino la scala comunale, quanto sia ostacolata la garanzia di organicità e di autonomia delle azioni dalla mancanza di organizzazioni spaziali per territori abbastanza vasti, ma anche quanto sia necessario puntare alla costruzione di una legislazione che si adatti alla realtà specifica del territorio, con norme motivate da situazioni e caratteristiche più proprie della regione. Nel mio intervento alla tavola rotonda del Convegno mi ero riferita alla necessità di dovere ridefinire i contorni della materia urbanistica, e, intendevo, per poter riflettere su aspetti generatori di una nuova pianificazione: da moderne forme pluralistiche di articolazioni di poteri a modalità cooperative tra organi rappresentativi; da valutazioni di nuove gerarchie di interessi a forme di copianificazioni interistituzionali e agli stessi nodi conflittuali sviluppo-ambiente, e tant’altro ancora. Spunti di riflessione, che in quell’occasione avevo sinteticamente ricompreso nella necessità di ridefinizione dei contorni della materia, e accennando anche all’inopportunità (così per lo meno mi sembra) di mutuare da subito e automaticamente modelli esterni. E mi riferisco -per portare l’esempio più noto- alle norme delle leggi della Toscana, dell’Emilia o dell’Umbria, che sdoppiano il PRG secondo due strumenti (di indirizzo generale strutturale e di precisazione esecutiva), perchè mi sembra, viceversa, che per le aree della Campania, indirizzi e scelte generali del tipo ostacolerebbero di traguardare espressioni di livello sovralocale, oltretutto in nuce (dai parchi a patti territoriali). Appena un esempio, questo, un appunto di memoria per richiamare l’esigenza di un confronti su temi da approfondire e in tempi ragionevolmente brevi. |