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In che modo il dibattito urbanistico è interessato dai principali eventi che caratterizzano la transizione? Non è ancora chiaro se prevale l’ascolto o la tendenza a riproporre consolidati schemi di sapere teorico che, a dire il vero, non sembrano adeguati a dare le risposte tempestive ed efficaci che il nostro tempo richiede. Nell’uno e nell’altro caso, mi sembra utile proporre uno spunto di riflessione che parte da due eventi che caratterizzano la transizione ed hanno diretta attinenza con i problemi di pianificazione del territorio: 1- I mutamenti del lavoro nell’era post-fordista; 2- Il territorio come risorsa, ovvero i Sistemi Locali di Sviluppo come unità minima di programmazione locale.
Sulla prima questione mi limito a richiamare che sono radicalmente mutate le forme, i modi, lo stile di vita dei “soggetti produttori”. La globalizzazione ha dilatato i confini delle reti relazionali (produttive, culturali, commerciali, istituzionali, …) ed ha molecolarizzato i luoghi di produzione (ad es. la fabbrica territorializzata) fino ad atomizzarli, come si evince anche dal crescente fenomeno del lavoro autonomo, in cui ciascun individuo è imprenditore di sé stesso*. E’ pur vero che il Mezzogiorno non ha mai compiutamente vissuto il modello fordista di produzione e di società; ma per certi versi questo potrebbe essere un vantaggio, perché c’è meno da destrutturare e più intelligenza da applicare per valorizzare ed integrare l’esistente nelle filiere lunghe della competizione globale. Ho voluto richiamare questo tema, perché il lavoro, la produzione, il consumo di beni e servizi, sono da sempre le attività che interessano prioritariamente la vita delle persone. L’organizzazione fisica degli spazi è da sempre stata determinata dall’esigenza di rendere più godibile, più fruibile, più civile la vita delle persone … o no? In realtà, sappiamo bene che non sempre è stato così. Talvolta l’uso degli spazi viene deciso in base a suggestioni teoriche o ad esigenze temporanee in nome delle quali si compiono scempi o danni irreparabili al territorio. Si pensi, ad esempio, alle risorse finanziarie ed ambientali sprecate sull’altare ideologico della industrializzazione pesante del Mezzogiorno; si pensi al deserto delle aree ASI, concepite per grandi insediamenti e alla miriade di piccole e piccolissime attività produttive che, non potendo accedervi, si svolgono nei centri urbani aumentandone la congestione, l’insicurezza e l’invivibilità. Si pensi alla contraddittorietà di ubicare in uno stesso ambito territoriale: il progetto dell’alta velocità; il polo pediatrico mediterraneo e, non ultimo, il termovalorizzatore (in un territorio che ha ancora forte vocazione produttiva agricola). Si pensi al valore aggiunto che potrebbero apportare i beni culturali e ambientali nei processi di sviluppo locale, se solo si riuscisse a passare dalla tutela per imbalsamazione alla tutela per valorizzazione. Ciascun lettore potrebbe portare altri esempi. Lo spunto di riflessione che propongo è il seguente: non si ritiene che siano maturi i tempi per lasciare alle classi dirigenti locali la responsabilità di decidere sul proprio territorio? Il quadro di riforma degli Enti Locali dice di sì. La realtà che conosciamo, di fatto lo impedisce. I Comuni risultano di dimensione troppo piccola (o troppo grande) per stare al passo con la domanda di trasformazione urbana che emerge dalle comunità amministrate; le normative di pianificazione urbanistica coinvolgono livelli decisionali troppo lontani dal territorio. La soluzione potrebbe essere: avvicinare i centri di decisione al territorio (secondo il principio della sussidiarietà); elevare il grado di consapevolezza e di responsabilità delle classi dirigenti locali (secondo i lumi del quadro di riforma degli Enti Locali). Se questa traccia può essere utile ad informare la nuova Legge Regionale, è importante tenere conto di due cose: 1) La tendenza del territorio regionale a rappresentarsi spontaneamente per Sistemi Locali di Sviluppo (una tendenza peraltro alimentata dalle stesse politiche di sviluppo promosse con la Programmazione Negoziata in ambito locale) 2) Il lavoro svolto da alcune Province nella definizione dei Piani di Coordinamento Territoriale che, non a caso, sembrano acquisire ed accompagnare le tendenze spontanee suddette. Sono convinto che questi semplici accorgimenti riuscirebbero a connettere, in modo producente, i problemi dello sviluppo con i problemi di pianificazione territoriale Certo, sarebbe necessaria una percezione più socializzata e condivisa di quel nuovo paradigma che individua il territorio come risorsa, che definisca meglio i Sistemi Locali di Sviluppo. Sul punto, concludo con un auspicio più ardito: che il mondo della cultura accademica guardi al territorio con un approccio sistemico, avvalendosi cioè contestualmente dei saperi di: urbanisti, economisti, geografi, sociologi, giuslavoristi, ambientalisti, etnologi, antropologi, … Ciascuno è portatore di una visione settoriale preziosa, ma le esperienze di campo dimostrano che un Sistema Locale di Sviluppo non è frammentabile, a pena di potenzialità e di risorse nascoste il più delle volte sconosciute. |